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Che cosa cambierà (e non cambierà) in Germania su politica economica ed estera con l’Spd

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Tesi non sempre convergenti quelle di analisti e centri studi italiani sugli scenari in Germania dopo i risultati elettorali. Che cosa pensano Ispi, Fabbri (Limes) e Galietti (Policy Sonar)

Le elezioni tedesche hanno visto, per la prima volta dal dopoguerra, i due maggiori partiti tedeschi non superare il 30%. Cosa cambia ora per la Germania, e che ruolo potranno avere i “piccoli” verdi e liberali?

I risultati di CDU-CSU

Nella prima tornata senza Merkel la Cdu-Csu ha incassato il peggior risultato mai registrato, testimoniato anche dal successo dell’Spd a Berlino e nel collegio elettorale di di Rügen in cui la cancelliera uscente aveva vinto per ben otto volte di seguito dal 1990. “Ed è una vittoria netta, quella dei socialdemocratici, che hanno saputo approfittare anche delle battute d’arresto dei Verdi in campagna elettorale – analizza l’ISPI -. Questi ultimi invece, che con Annalena Baerbock appena qualche settimana fa sembravano lanciati verso la cancelleria, pur incassando il miglior risultato di sempre (14,4%) e un ruolo da kingmaker da condividere con i liberali dell’Fdp, pagano lo scotto di errori e incertezze”. Le urne hanno restituito un panorama politico frastagliato, per il nuovo governo sarà indispensabile includere Verdi e Liberali andando a formare una coalizione ‘a semaforo’ o ‘Giamaica’”. 

Il peso di Verdi e liberali 

Quella che si apre ora è una fase di difficile negoziato per formare una coalizione, che potrebbe durare settimane o addirittura mesi. Secondo l’analista Francesco Galietti (fondatore di Policy Sonar) dalle elezioni tedesche emerge che a dare le carte per i prossimi quattro anni saranno Verdi e liberali. “Questi partiti hanno raccolto meno voti di socialdemocratici e democristiani, ma comunque dispongono di abbastanza consenso per essere indispensabili nella formazione della nuova maggioranza – scrive l’analista su “La Verità” -. C’è di più: chi vorrà comporre un governo dovrà imbarcare entrambi i partiti, e non solo uno dei due. In molti ritengono che questo complicherà ulteriormente le trattative, e molti commenti dei prossimi giorni insisteranno sulle numerose insidie sulla strada del prossimo governo tedesco. I Verdi, infatti, hanno dichiarato di preferire il governo con la Spd, mentre i liberali tradizionalmente preferiscono il condominiocon i democristiani”. 

Differenze e similitudini tra Verdi e Liberali 

Differenze e analogie attraversano i verdi e i liberali di Germania. “Sul piano programmatico, i Verdi si presentano come un partito di spesa, mentre i liberali fanno proprie le posizioni del deep state tedesco, e in particolare quelle della Bundesbank, tradizionalmente arroccate sul rigore dei conti pubblici e su politiche dei tassi di tenore molto diverse dall’attuale linea della Banca centrale europea  dice ancora Galietti -. Differenze, certo, ce ne sono. Ma non mancano le comunanze. A unire Verdi e liberali in Germania è soprattutto la fortissima ostilità verso la Cina, a partire dalle continue e gravissime politiche cinesi di repressione delle libertà civili e dei diritti umani, e dal mancato rispetto di Pechino verso l’ambiente”. 

Il mercantilismo della Merkel 

I lunghi anni del cancellierato a guida Merkel hanno avvicinato la Cdu a posizioni centriste, rendendo più difficile la creazione di governi di centro destra. “Sul piano geopolitico, la Grosse Koalition (GroKo), vero e proprio marchio di fabbrica del merkelismo, si è tradotta in un sostanziale mercantilismo – scrive ancora Galietti -. Agli ammiccamenti verso la Russia, riflesso contemporaneo del tradizionale tacco-punta eurasiatico di Bismarck, si sono per anni aggiunti quelli verso la Cina. Troppo, anche per i pragmatici tedeschi. Oggi è prima di tutto la comunità industriale tedesca a cogliere la necessità di un tuffo nell’Indo-Pacifico. Da mesi, infatti, il gotha economico tedesco. ha stabilito che Pechino è alle prese con forti pressioni interne e sta vivendo una fase di introversione. Il vertice industriale tedesco lo ha capito e incoraggia la politica tedesca a compiere una svolta nei rapporti con Pechino”. 

Il ruolo delle tribù renano anseatiche 

I risultati delle elezioni tedesche non hanno cambiato nulla. Questa è l’opinione tranchant di Dario Fabbri, analista geopolitico di Limes. “La Germania mantiene il suo canone dominante per quello che è. Un paese enormemente disomogeneo al suo interno ma che finge di essere omogeneo – dice Fabbri nel suo punto settimanale su Limes -. Dalla seconda guerra mondiale in poi le diverse tribù che compongono storicamente la cultura germanica hanno avuto una diversa porzione di potere. Nella Repubblica federale, cioè nella parte ovest il ceppo renano-anseatico domina da allora, nella DDR a dominare era il ceppo prussiano che non si chiama più così, ora viene chiamato quello “orientale”. Con l’annessione della DDR nella repubblica federale è rimasto alla testa, dopo la guerra fredda, il ceppo renano-anseatico con dei filamenti westafliani. Quindi espunti dal novero dei potenti sempre quello bavarese e prussiano”

Il mantenimento dei rapporti di forza 

Le elezioni confermano dunque i rapporti di forza. “In questa elezione, ancora una volta, resta a dominare il ceppo renano anseatico incarnato in questo caso da quello che dovrebbe essere il nuovo cancelliere Olaf Scholz, un signore cresciuto ad Amburgo e che rappresenta quel canone – continua Fabbri -. Le distinzioni tra cristiano democratici e socialdemocratici non esistono, sono due partiti quasi identici in questa fase. Scholz è l’erede naturale di Angela Merkel sebbene appartenga all’altro partito. Durante la guerra per la leadership all’interno dei cristiano democratici ancora una volta è stato sconfitto il candidato bavarese sebbene Markus Soder, sebbene, fosse nettamente più popolare di Laschet che si è aggiudicato la leadership come formale successore di Angela Merkel. Perché è importante? Perché Markus Soder è un bavarese e ancora una volta quella parte è stata allontanata dal potere”. 

La stasi dorata della Germania 

Un altro aspetto sul quale Dario Fabbri riflette è il ruolo della Germania nei rapporti con le altre potenze. “La Germania non vuole crescere, sta benissimo così, è leader economico d’Europa, ha una qualità della vita elevatissima, è dentro il campo americano a cui ha dovuto lasciare dopo la seconda guerra mondiale e la guerra fredda la disponibilità securitaria, intrattiene relazioni con la Russia per ragioni energetiche e con la Cina per ragioni commerciali. Le elezioni confermano esattamente questo – spiega Fabbri -. Un anno fa la Germania ha accettato di sobbarcarsi il peso principale del Next Generation EU garantendo davanti ai mercati finanziari l’emissione di bond da parte della Commissione Europea ma oltre questo non vuole andare. Non vuole stabilire un afflato imperiale all’interno dell’Eurozona garantendo per tutti gli altri sine die. Questo che è evidente viene confermato da un altro exploit, quello dei liberal democratici che vogliono un ritorno all’austerity austera. Quindi stanno dicendo “attenzione stiamo garantendo in questa fase ma non garantiremo per sempre. Non vogliamo ridistribuire ricchezza come fa un impero”. Questo è quello che emerge dalla elezioni”. 

Il peso degli Usa 

Il desiderio di immobilismo tedesco potrà realizzarsi. La risposta che dà Fabbri a questa domanda non è positiva. “Molto probabilmente nei prossimi anni saranno gli altri a premere sulla Germania, metterla davanti ad alcune scelte che non vuole assumere – dice Fabbri nel punto settimanale -. Prima di tutto gli Stati Uniti che nel breve periodo continueranno a premere su Berlino affinché scelga, prenda una posizione netta. Gli Usa hanno acconsentito al completamento del raddoppio del gasdotto di Nord Stream affinché la Germania si allontanasse almeno parzialmente dalla Cina con cui ha rapporti commerciali speciali e verso la quale vorrebbe condurre le nuove vie della Seta. Su questo gli Usa torneranno a premere come torneranno anche sui rapporti speciali energetici con la Russia ma non saranno gli unici gli Usa a imporre un cambio di maturità alla Repubblica federale”. 

La posizione di Berlino nei confronti dell’Europa 

Nell’Unione Europea, come scrive l’ISPI, infatti sta per aprirsi una stagione di riflessioni profonde e la posizione di Berlino sarà determinante per deciderne l’orientamento: si va dalla revisione del Patto di stabilità, il dossier più scottante e delicato, alle politiche ambientali e la transizione energetica, il rapporto con gli Stati Uniti, le relazioni con Cina e Russia solo per citarne alcuni. Senza dimenticare questioni interne che finiranno inevitabilmente con l’influenzare anche il resto del continente: la politica fiscale, il salario minimo, la sicurezza.

Le pressioni di Italia e Francia 

Ma le pressioni sulla Germania non arriveranno solo dall’altro lato dell’Atlantico ma saranno anche Italia e Francia a chiedere alla Germania di assumere un ruolo in Europa. “Perché un possibile ritorno all’austerity  costringerà Parigi e noi a ricordare alla Germania che la sua salute dipende anche dalla nostra e viceversa – conclude Fabbri -. Quindi assisteremo a una notevole pressione franco italiana sulla Germania affinché non torni indietro a quello che è stata prima della pandemia, ai tempi della crisi greca perché se la Germania può permettersi di non scegliere noi no. Allora ciò che ci lasciano le elezioni tedesche è una stasi dorata all’interno della Germania che si scontrerà nei prossimi anni con chi questo lusso non può permetterselo: USA, Francia e Italia”. 

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