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Che cosa cambierà al centro con Coraggio Italia di Toti e Brugnaro?

Forza Italia

La Nota di Paola Sacchi su movimenti e sommovimenti centristi

 

Il rammarico di Silvio Berlusconi, attribuito a fonti di Forza Italia, trapelato ieri sulle agenzie di stampa sarebbe soprattutto che 12 deputati se ne vanno proprio nel momento in cui FI si sta affermando come partito di governo. Partito decisivo, insieme con la Lega di Matteo Salvini, nell’esecutivo di emergenza nazionale guidato da Mario Draghi che proprio Berlusconi per primo volle. Sondaggi ancora a una cifra, difficoltà a riafferrare almeno la vitale soglia del 10 per cento, “eppure Forza Italia con i suoi esponenti sta riaffermando una buona classe dirigente di governo”, osservava tempo fa un suo esponente della prima ora.

È il paradosso verrebbe da dire di essere più forza di governo che di lotta. Che ora rischia di non capitalizzare, come avrebbe voluto, a cominciare dalle amministrative, nel Paese i risultati raggiunti per un ritorno seppur graduale alla normalità in era post-Covid. Con molte delle proposte azzurre passate con questo esecutivo, insieme con quelle della Lega, le proposte di quello che Salvini ha definito, con Antonio Tajani, “il centrodestra di governo”.

Il passaggio dei parlamentari azzurri a “Coraggio Italia” di Giovanni Toti e Luigi Brugnaro, l’imprenditore-sindaco di Venezia, per il numero degli interessati e per il ruolo che alcuni hanno ricoperto come coordinatori regionali e locali è indubbiamente più vistoso che altre volte.

Numerosi sono stati finora i tentativi di formare nuovi partitini di centro, che poi non hanno sfondato. Sempre dalle file azzurre è partito il refrain: chi lascia Berlusconi è destinato all’irrilevanza. E i fatti gli hanno dato ragione.

La differenza però sta ora nel fatto che al momento il Cav non è ancora tornato in campo. E in tutto questo è evidente un certo vuoto che si avverte nella componente liberale, di centro, tanto più a fronte di un Pd sempre più schiacciato da Enrico Letta a sinistra, probabilmente nel tentativo di prendere i voti persi dai grillini.

“Il centrodestra ha molti problemi, a cominciare dal paradosso che pur staccando la sinistra anche di 6 punti non trova candidati giovani, quarantenni nelle città, però possiamo dire che intanto c’è Letta che lavora per loro”, ha sintetizzato in tv a “Stasera Italia”, con una battuta, un brillante Daniele Capezzone, strappando un sorriso all’azzurro Andrea Mandelli, vicepresidente della Camera, al termine di una giornata non proprio esaltante per FI. Che ieri ha preferito mantenere un profilo basso, dopo la conferenza stampa di Toti e Brugnaro, i quali comunque hanno tenuto a ribadire che il loro movimento resterà nel centrodestra.

Ma intanto il paradosso è che quel mitico centro di fatto è già rappresentato nel governo Draghi da FI e, nonostante stanche e pigre etichettature da parte del mainstream, anche da quel pragmatismo di una Lega per la crescita e lo sviluppo, attenta ai ceti medi, imprenditoriali, che sarebbe sbagliato continuare a incasellare come sovranista tout court.

L’indebolimento parlamentare di FI, nonostante la nascita di un movimento che si definisce di centro, rischia di sbilanciare verso destra la coalizione e accentuare la gara per la leadership tra Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia, intenta a capitalizzare la sua scelta di stare all’opposizione, e Salvini. Tutto questo proprio mentre ad essere più in difficoltà è la sinistra. Con il leader del Pd, che nonostante incontri a Palazzo Chigi e smentite del tipo: con Draghi va tutto bene, appare invece in difficoltà proprio nell’affermare il suo partito come il più solido azionista di governo.

In questo caso non si vede al momento, invece, dalle parti del Nazareno né un centro di lotta né di governo. Altra cosa se partiranno tentativi da parte di Matteo Renzi e di Carlo Calenda di creare un’area che vada a congiungersi un giorno con lo stesso Brugnaro. Anche se ieri sia lui che Toti sono stati categorici sulla permanenza nel centrodestra.

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