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Ossessioni e contraddizioni dell’alleanza-guazzabuglio del Pd

Pd Lega

Che cosa si dice e che cosa non si dice sull’alleanza allestita dal Pd di Letta per le elezioni del 25 settembre. La nota di Paola Sacchi

 

Il volto teso di Enrico Letta; le accuse di Carlo Calenda che agita subito la spauracchio per cui con il centrodestra l’Italia sarebbe alleata, nientemeno, di Putin; Emma Bonino e il suo niet a Matteo Renzi.

L’accordo guazzabuglio, dalla sinistra radicale di Nicola Fratoianni ai fuoriusciti di FI, che verranno tolti dai collegi uninominali; l’accordo di tutti, per quanto lo si aggiusti per renderlo meno indigesto ai suoi stessi contraenti (diritto di tribuna per Fratoianni e Angelo Bonelli che protestano) pur di battere le famigerate “destre”, mai nominata la parola “centrodestra”, stavolta tocca il fondo della trentennale demonizzante concezione dell’alternanza da parte della sinistra.

Quella concezione non da Paese occidentale per cui gli avversari ogni volta sono trattati da nemici da protezione civile. Mentre in tutto il resto dell’Occidente e del mondo sviluppato l’alternanza è da sempre normale e consolidato esercizio democratico.

Eppure per giustificare questo gap davvero serio della sinistra italiana, la narrazione che ogni volta si scatena a suo soccorso è che gli altri non sarebbero normali, fino a definire il ruolo del Pd, appunto, da protezione civile.

Il centrodestra ha certamente i suoi problemi, come tutti gli schieramenti e i partiti d’Italia e del mondo, percorso da grandi accelerazioni e trasformazioni. Il centrodestra però ha saputo trovare subito la “quadra” anche sul programma oltre che blindare le alleanze.

Dire che se vince il centrodestra ci sarebbe un’Italia non più ancorata all’Europa e addirittura alleata di Putin è stato come dire – solo per fare un esempio – che il Ppe, di cui Forza Italia di Silvio Berlusconi è il maggiore partito italiano, di cui il suo numero due Antonio Tajani è vicepresidente nonché ex presidente del Parlamento Europeo e ex commissario UE, esprimesse i protagonisti di una sorta di “bad company” filoputiniana all’italiana.

Matteo Salvini, per il quale si tira fuori un “Russiagate” ogni nano secondo senza poi però trovarne mai vere prove, ha posto il problema più di altri di un negoziato per la pace in Ucraina, ma ha distinto fin da subito tra “aggressore e aggredito” e si è detto ancorato all’Alleanza Atlantica. Giorgia Meloni si è immediatamente schierata dalla parte dell’Ucraina. E, comunque, tutti e tre i partiti del centrodestra hanno votato per armi e sostegno all’Ucraina. Mentre l’alleato del fronte guazzabuglio – dove il Pd di Letta intende fare la parte del leone per un bipolarismo “atlantico” con Meloni e batterla insieme con gli alleati – è Fratoianni, che ha sempre detto no a armi all’Ucraina e ieri pure no all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato. Ma nonostante questo la tecnica è sempre demonizzare, mistificare. Fino a sfiorare vere e proprie fake.

Si iniziò con l’anti-craxismo, la lotta feroce a Bettino Craxi per l’installazione degli euromissili a Comiso di deterrenza contro quelli sovietici attraverso marce della pace – quelle davvero sì a senso unico – pro-URSS. Poi una sinistra post-comunista e post sinistra-DC, i salvati da Mani Pulite, che non ha mai fatto vere svolte riformiste, riunita nella “gioiosa macchina da guerra” fu sbaragliata da Berlusconi, contro cui si scatenò di tutto, per via giudiziaria, fino all’estromissione da parte di una sinistra mai affrancatasi dal giustizialismo dal Senato con l’applicazione retroattiva della legge Severino, nonché interruzione della prassi del voto segreto per i casi individuali da sempre adottata dal regolamento di Palazzo Madama. Letta era allora il premier.

Eppure, Berlusconi, l’ex quattro volte premier, ora dipinto come in una bad company putiniana, è colui che poco dopo insediatosi a Palazzo Chigi nel 1994 riprese l’abitudine, caduta un po’ in disuso, di far visita al Cimitero militare americano di Nettuno, parlò tra gli applausi al Congresso Usa. Con il secondo governo Berlusconi, come ci ha ricordato proprio su Startmag nel ventennale dell’ 11 settembre Antonio Martino, recentemente scomparso, tessera numero 2 di FI, allora ministro della Difesa, l’Italia per prima inviò le truppe a Kabul a fianco dei militari Usa. Pratica di Mare poi fu lo storico, giusto tentativo di portare verso l’Occidente il presidente della Federazione russa.

Mentre la sinistra fino ai nostri giorni è ancora attraversata da ombre di una cultura dell’anti-americanismo. Si ricordino anche certe prese di posizione dell’Anpi sull’Ucraina. E si ricordi che durante il governo giallo-rosso Conte 2 alla presidenza della commissione Esteri del Senato fu nominato il davvero filo-russo, ex 5s, Vito Petrocelli. Quando la senatrice di FI Stefania Craxi lo sostituì, Letta non le fece neppure complimenti pubblici di rito. Proprio a lei, la figlia dello statista degli euromissili ringraziato per il suo coraggio nel porre fine alla guerra fredda dall’amministrazione Usa.

Ora la demonizzazione e mistificazione da parte della sinistra e del suo piccolo centro di Calenda, “appendice della sinistra” (Tajani), ha fatto davvero cadere la maschera a una strategia contro l’alternanza a priori, che non esiste nel resto del mondo occidentale. Sarebbero loro al contrario che devono occidentalizzarsi su quello che nel resto dell’Europa e del mondo sviluppato è normale esercizio democratico. Non tragedia quando si rischia di perdere il proprio potere.

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