“Voteranno per il sì indagati, imputati, massoneria deviata e centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”. Così parlò Zaratustra! Nel compilare l’elenco dei reprobi che non si opporranno alla legge Nordio nel referendum, Nicola Gratteri ha messo in evidenza la sua concezione della giustizia, in base alla quale il principio costituzionale della presunzione di innocenza non esiste o quanto meno non può valere quando un procuratore indaga e imputa un reato ad una persona. Infatti un indagato – soprattutto se è Gratteri a condurre l’inchiesta – è una brava persona fino a prova contraria e un imputato è non colpevole fino al terzo grado di giudizio. Quanto alla massoneria, la ‘’deviazione’’ è una delle tante leggende metropolitane che ci portiamo appresso da quando fu scoperta la loggia P2 e a un materassaio di Arezzo furono attribuite – post mortem – le responsabilità dei maggiori crimini della storia della Repubblica. Inoltre, quando un magistrato cita la massoneria sa di parlare di tanti suoi colleghi che non disdegnano a fini di carriera di indossare il grembiulino e prendere parte ai riti di associazioni (segrete?) istituite a conservazione e implementazione dei centri di potere tra i quali non faremo mai il torto di escludere le procure e più in generale la magistratura, le accademie, le libere professioni e l’alta dirigenza della pubblica amministrazione.
Colto in evidente fuori gioco, Gratteri ha fornito la solita spiegazione che peggiora la sua situazione come fece quando in diretta televisiva lesse una mail su Giovanni Falcone falsificata dal suo informatore segreto. Gratteri non avrebbe detto che tutti gli elettori del Sì siano – a suo parere – dei mascalzoni, ma che tutti i mascalzoni voteranno così. Anche per il nostro sarebbe stato difficile offendere tante insigni personalità che sono scese in campo per il Si. Potrei elencare i nomi di ex presidenti ed ex giudici della Consulta, di giuristi, intellettuali, di ex magistrati e di altri tuttora in servizio che hanno dato prestigio alla battaglia per il Si, ben oltre quanto potrebbero fare le sparute militanze del centro destra.
Ma io sono una persona di molte ambizioni e ho voluto interrogare, in proposito, i Padri della Repubblica. Palmiro Togliatti – che fu anche ministro della Giustizia nell’immediato dopoguerra – durante i lavori dell’Assemblea Costituente, si oppose con decisione all’idea di un autogoverno totale della magistratura. A suo avviso, una magistratura completamente autonoma rischiava di trasformarsi in un “potere nello Stato”, una forza indipendente e non più funzione al servizio del popolo. Propose quindi un modello in cui il Consiglio Superiore della Magistratura fosse composto in parti uguali da magistrati e da membri eletti dall’Assemblea nazionale. Inoltre, riteneva che il Ministro della Giustizia dovesse assumere un ruolo di rilievo – fino a proporne la vicepresidenza – per assicurare un raccordo tra il potere politico, espressione della volontà popolare, e quello giudiziario.
Nel 1964, Pietro Nenni scriveva: “L’indipendenza della magistratura va assumendo forme che fanno di quest’ultima il solo vero potere, un potere insindacabile, incontrollabile e, a volte, irresponsabile. C’è da battere le mani se finalmente qualcuno affronta la mafia del malcostume. Ma c’è anche da chiedersi chi controlla i controllori“. E nel 1974 aggiungeva. “L’abbiamo voluta indipendente e ha finito per abusare del potere che esercita. Per di più, è divisa in gruppi e gruppetti peggio dei partiti”. In sostanza, il leader socialista aveva visto lontano per primo. Ugo La Malfa fu uno dei primi sostenitori della separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante. Considerava questa distinzione necessaria per garantire l’imparzialità del giudice e prevenire eccessive concentrazioni di potere, un tema che è rimasto centrale nell’identità politica del PRI anche dopo la sua morte.
Francesco Cossiga, nel ruolo di Capo dello Stato il 14 novembre 1991, arrivò a inviare i Carabinieri in assetto antisommossa a Palazzo dei Marescialli (la vera riforma che andrebbe fatta) per impedire una riunione del plenum del Consiglio Superiore della Magistratura, minacciandone lo scioglimento dell’organo se si fosse discusso di temi che, in quanto presidente, riteneva non di competenza. Arrivò a paragonare i magistrati a militanti politici o “Ayatollah”, accusandoli di utilizzare l’azione giudiziaria per fini di lotta politica. Denunciò ripetutamente quello che considerava un uso strumentale delle inchieste, sostenendo che la magistratura fosse diventata il “nemico dei servizi” e dello Stato inteso come organo decisionale. A fine 1991, il Partito Democratico della Sinistra (PDS) e altre forze di sinistra chiesero formalmente la messa in stato d’accusa (impeachment) di Cossiga, accusandolo di aver tentato di condizionare i poteri dello Stato, in particolare quello giudiziario, e di aver cercato di imporre un indirizzo politico personale e autoritario. Siamo sempre lì. Le stesse accuse che ora sono rivolte a Giorgia Meloni, nonostante sia più garbata di Cossiga. Ma chi tocca i fili muore.



