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Carlo Tognoli e gli scritti di un riformista milanese

Tognoli

Il 26 ottobre, al Palazzo delle Stelline, Tognoli, con il suo libro di scritti, verrà ricordato dalla Fondazione Craxi. L’articolo di Paola Sacchi

 

Ci provoca ancora emozione e anche un po’ di incredulità per la sua morte, così repentina, leggere il libro di Carlo Tognoli, senza promettere la luna. Scritti di un riformista milanese, a cura della Fondazione Craxi (Baldini e Castoldi editore).

Fu il più giovane sindaco, dal 1976 al 1986; il sindaco “di tutti i milanesi”, come gli consigliò il suo amico di una vita e leader politico Bettino Craxi; fu il sindaco della “Milano da vivere” e non “da bere”, come, invece, fu demonizzata dai “cugini” comunisti. Una Milano modello, apripista della modernizzazione dell’Italia, modello per come seppe uscire prima dalla ricostruzione post-bellica e poi, con Tognoli, dagli anni cupi del tunnel del terrorismo.

Il sindaco modello politico e amministrativo della capitale industriale e “morale” del Paese, il giovane primo cittadino eletto pochi mesi prima che Craxi al Midas nel luglio ’76 prese le redini del Psi di De Martino, ormai sulla via dell’estinzione nel ruolo di piccolo satellite del Pci; ecco, quel sindaco, che fu anche ministro, era solo poco più di un anno e mezzo fa a Hammamet. Era il 19 gennaio 2020, ricorrenza del ventennale della morte dello statista socialista. Tognoli sprizzava intelligenza da tutti i pori, una giovanile energia e anche ironia. Era con la delegazione che rese omaggio “al leader” il cui “sogno fu stroncato in esilio”. Sogno, ricorda Tognoli nel bel libro, riformista e anti-comunista “per il valore delle idee più che sul piano politico”. “Dove anzi – ricorda- Bettino si mostrò aperto fino a autorizzare l’ingresso degli ex Pci, poi Pds nell’Internazionale socialista”.

Craxi, allievo di Pietro Nenni, che, solo dopo la morte del suo maestro, proprio per rispetto di lui, cambiò il nome della componente da autonomista in riformista, minoritaria nel Psi, ci viene restituito da Tognoli, nei suoi scritti, come un leader già molto fantasioso, per questo troppo ingombrante per gli ortodossi filo-Pci, fin da quando era un giovane assessore all’Economato al Comune di Milano che fece dipingere le pareti delle mense delle scuole elementari. Fece introdurre apposite diete per i bambini, perché per l’assessore Craxi quelle non dovevano essere tristi mense per alunni poveri ma luoghi di tutti.

Tognoli ci ricorda i discorsi coraggiosi di Craxi a Palazzo Marino contro i pericoli di degenerazione del ’68, fino a quei sabati con la città deserta, con sfascio delle vetrine e saccheggi. Anni che culminarono nel terrorismo rosso, le BR, fino all’assassinio di Walter Togagi, il giornalista del Corriere della Sera che intervistò Tognoli proprio due giorni prima di morire. Il sindaco di tutti i milanesi lo ricorda, commosso ma lucido, come un giornalista, un intellettuale socialista, riformista, che andava eliminato proprio per la sua stessa natura politica, che si frapponeva come prezioso “cuscinetto” tra il vecchio sistema, e la violenza rossa. E proprio per questo, perché non diventasse ancora più influente fu eliminato.

Il valore del riformismo anti-comunista si affermò da Milano, contrapponendosi nei fatti alla linea preferenziale con la Dc di un Pci in pieno compromesso storico. Craxi e Tognoli centrarono l’obiettivo di una unità socialista dominata dal nuovo Psi, pur governando in giunte con gli stessi Pci. Ma erano, ricorda Tognoli, i “cosiddetti miglioristi”, i più aperti all’ unità a sinistra, sui quali a Milano e non solo lui e Craxi esercitavano il ruolo di guida. Insomma, la famosa “egemonia” di gramsciana memoria rovesciata, a guida del Psi di Craxi e del suo nuovo corso che culminerà nel “Vangelo socialista “. Un percorso, quello che si snoda negli scritti di Tognoli, con un unico filo rosso: l’approdo alla socialdemocrazia e il rammarico di Craxi sul fatto che l’Italia ci arrivasse più tardi degli altri Paesi europei. Un lungo cammino irto di ostacoli, in cui sono strettamente legate da un unico, coerente filo ideale, sul piano dell’elaborazione teorica e della battaglia politica, anche molto interna, le figure del fondatore del Partito socialista e della sua rivista “Critica sociale” Filippo Turati, l’antifascista ma “socialfascista” per i comunisti, l’ex presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, capo del Psdi, la punta più avanzata socialdemocratica, antifascista e già atlantista, con cui il giovane Craxi, pur messo a volte in minoranza nel suo stesso Psi, tenne sempre ottimi rapporti unitari.

Dai socialdemocratici poi rientrati nel Psi venne anche un altro importante sindaco, Paolo Pillitteri. C’è poi l’amministrazione di Milano, pragmatica, concreta, con Tognoli e Craxi guidati dal principio del liberal socialismo, per cui è l’individuo, pur in una comunità, che deve essere messo al centro, come stella polare. Il principio del mercato, pur non semplicemente autoregolato come nella formula liberale tout court, ma invece da riequilibrare con lo sviluppo economico a vantaggio di tutti, a cominciare dalle classi più povere delle periferie. Con lo sviluppo dei Trasporti, delle linee della Metropolitana. Fu la Milano di Tognoli a dare il via al nuovo Psi di Craxi, che, amara ironia della sorte, ricorda il grande milanese, fu proprio De Martino a mandare in tv a fare l’ultimo appello agli elettori prima delle disastrose elezioni del ’76 . Era troppo tardi. Ma poi Craxi ridette vita e centralità al partito.

Oggi, 26 ottobre, alle 17,30 al Palazzo delle Stelline, Tognoli, con il suo libro di scritti, verrà ricordato dalla Fondazione Craxi, in un convegno con la creatrice dell’Istituto in memoria del padre, la senatrice Stefania Craxi, la presidente della Fondazione Margherita Boniver, Ugo Finetti e Walter Marossi. Ci saranno l’ex sindaco Gabriele Albertini, Flavio Caroli, Ferruccio De Bortoli, Ernesto Pellegrini e Maria Luisa Trussardi. Coordina: Daniela Mainini, presidente del Centro Studi Grande Milano. In ricordo di Tognoli, un sindaco, con la esse maiuscola. Un grande milanese. Modello e lezione in tempi in cui quel ruolo in politica, per molte ragioni che certamente sarebbe sbagliato attribuire tutte e solo ai partiti, deve riacquistare la centralità che aveva.

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