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Cari Salvini, Grillo, Zingaretti e Berlusconi, nelle crisi di governo il dominus è il capo dello Stato

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L’opinione di Giuliano Cazzola

 

A leggere ‘’i dialoghi con se stesso’’ di Beppe Grillo è di solito una perdita di tempo. Occorre farsi strada tra una serie di metafore subliminali, costeggiare le frontiere del paradosso e – se proprio si è interessati – farsi spiegare che cosa il guru intende dire davvero. Se dovesse parlare spesso in pubblico, occorrerebbe che il M5S gli fornisse una logopedista con un preparazione specifica nel linguaggio dei segni. Tutto ciò premesso, su di un punto Grillo qualche ragione ce l’ha quando scrive che: ‘’ quella di Salvini è una fuga e non un tradimento. Lui scappa dagli impegni che ha preso perché è un infiltrato dell’establishment che si sente scoperto’’.

E’ vero, quella del Capitano è una fuga. Ma Salvini non scappa dagli impegni che ha preso, perché è tanto presuntuoso ed irresponsabile da tirare diritto per la sua strada – sciorinando slogan orecchiati al bar Sport da ragazzo – credendo di fare il bene degli italiani con le misure che contrabbanda nelle piazze d’Italia. Presto ci accorgeremo che Salvini scappa, ma – si fa per dire – dai carabinieri. Per capire la svolta improvvisa, immotivata, confusa di Matteo Salvini (per altro non è detto che riesca) non c’è bisogno di scervellarsi all’interno di quelle moderne fumerie d’oppio che sono i talk show televisivi. Basterebbe seguire la pista russa, l’odore del petrolio. Sia detto per inciso: c’è un filone storiografico il quale sostiene che il delitto Matteotti non fosse dovuto al grande discorso di denuncia delle malversazioni elettorali, ma alla documentazione che il deputato socialista aveva raccolto, durante un viaggio in Inghilterra, circa una maxitangente che una importante società petrolifera si apprestava a versare ai fascisti. Non complichiamo, però, troppo le cose.

Tornando agli eroi dei nostri tempi, Salvini non è solo il condottiero che si appresta ad ottenere ‘’i pieni poteri’’ da un popolo osannate e cieco. E’ un uomo in fuga dalle conseguenze di uno scandalo internazionale – il Russiagate – di cui lui conosce la consistenza e le dimensioni. E ne teme le conseguenze. Se arriva a Palazzo Chigi prima della deflagrazione si mette in una posizione di maggiore forza.  Il Capitano, inoltre, ha creduto di poter ingannare sia Putin che Trump in politica estera. Dopo aver più volte adorato il ‘’vitello d’oro’’ del Cremlino, si è recato, come se niente fosse, negli Usa a baciare la pantofola di Trump. Queste piroette da avventuriero strapaesano non passano lisce, nel grande gioco della politica internazionale. Per quanto mi riguarda, ritengo che la situazione sia gravissima con inquietanti conati di eversione. La lotta politica non è un pranzo di gala. A volte è una guerra spietata in cui non si fanno prigionieri. I liberi parlamenti sono nati insieme al filibustering: pratiche consistenti in azioni che mettono sotto sforzo i regolamenti allo scopo di contrastare, da parte delle opposizioni, dei provvedimenti delle maggioranze particolarmente non condivisi. Ma ora è diverso: Salvini abusa delle istituzioni per una sordida lotta di potere. Vi è forse una coerenza non solo nelle cose che prima ha detto, poi negato? E nelle procedure che ha seguito? E’ lui che detta la linea e chi non si adegua viene denunciato al tribunale del popolo sovrano. Arrivare a presentare una mozione di sfiducia al presidente Conte ha un solo significato: un atto politico strumentale che mira a travolgere tutto quanto potrebbe frapporsi alle elezioni anticipate in tempi ravvicinati.

Ma Salvini non è ancora il padrone dell’Italia. Quando si apre la crisi di governo il dominus è il Capo dello Stato, il quale agisce in piena autonomia secondo il proprio convincimento. Mi auguro che Mattarella trovi di nuovo quel coraggio dimostrato nel caso della proposta di Paolo Savona al Mef. Il Ministero degli Interni è il gestore della correttezza delle elezioni ed ha un dovere di riserbo, di cautela, di garanzia. Beppe Pisanu rifiutò a Berlusconi un nuovo conteggio delle schede che lo vedevano sconfitto da Prodi per una manciata di voti.

In questa situazione non è possibile lasciare al Viminale un ministro che esaspera gli animi, che spadroneggia in lungo e in largo, che usa il potere per sé. Se si va alle elezioni, non può restare in carica questo governo neppure per l’ordinaria amministrazione. Per dare prova di ulteriore tracotanza Salvini denuncia come un inciucio – inesistente per ora, ma in politica solo gli stupidi e i bugiardi usano il ‘’mai’’ – un’ eventuale intesa tra il Pd e il M5S. Come se la maggioranza giallo-verde non fosse stata una violazione trasformistica rispetto agli impegni che ciascuno dei soci aveva preso con i propri elettori. In politica le parole hanno un peso. Quando un leader politico chiede ‘’pieni poteri’’ agli italiani, c’è da aspettarsi almeno un regime peronista: un mix maleodorante tra populismo e culto della personalità.

Nell’ultima chiamata prima della guerra civile – sono parole di Rino Formica – nulla può più essere come prima, anche sul piano delle alleanze. Persino l’ultima trovata relativa alla costituzione di un soggetto politico ‘’destra non truce’’ mi ricorda l’avventura di un signore che giunge in ritardo a teatro, si intrufola nella fila dove ha il posto prenotato, ma trova tutte le poltrone già occupate. L’Italia, con l’aiuto dell’Europa, ha un problema primario: come battere il fascismo (Salò si è trasferita a Milano Marittima). In questa battaglia c’è posto per tutti. Ognuno è benvenuto; lo sono persino i ‘’badogliani’’ del M5S ( che sarebbero disponibili, come ha lasciato intendere lo stesso Grillo).

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