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Bri e non solo, ecco mire e mosse della Cina. Report Cesi

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L’intensa diplomazia economica inaugurata dal Presidente Xi Jinping, di cui la Belt and Road Initiative (Bri) è solo la punta di diamante. Prima parte del report “Oltre la Bri, gli investimenti cinesi nell’Unione europea” redatto da Francesca Manenti, senior analyst del CeSI (Centro Studi Internazionali presieduto da Andrea Margelletti)

Nelle ultime settimane, si è riacceso il dibattito sull’iniziativa cinese della Belt and Road (Bri), il mega progetto lanciato dal Presidente cinese Xi Jinping nel 2013 per realizzare nuove reti di interconnessione (fisiche e digitali) tra Asia, Africa ed Europa.

Conosciuta anche con il nome di Nuove Vie della Seta, Bri si propone come strumento per la realizzazione di un nuovo modello di globalizzazione, in cui la Cina possa emergere come baricentro alternativo al sistema Stati Uniti-centrico consolidatosi negli ultimi decenni.

Il disegno delineato da Pechino, tuttavia, è un framework concettuale utilizzato dal governo per inserire le relazioni con gli altri Paesi all’interno di un percorso riconoscibile, che consenta di ricomprendere sotto un unico ombrello un ampio ventaglio di tavoli di trattativa.

Benché sia diventata la narrativa principale della postura internazionale della Cina, la Bri è solo una delle carte utilizzate da Pechino per realizzare la propria strategia di apertura verso l’esterno, necessaria al Paese per restare al passo con le nuove sfide create dai veloci cambiamenti del mondo globalizzato.

L’adeguamento del sistema interno alle condizioni strutturali dell’ambiente esterno è da sempre una peculiarità della leadership cinese, che considera la capacità di adattamento la chiave per garantire la stabilità del Paese. In questo contesto, il 2019 si appresta ad essere per il governo cinese un anno di attenta ricalibratura delle proprie priorità in materia di politica economica.

Come evidenziato dal primo Ministro Li Keqiang durante i lavori della sessione annuale del Congresso Nazionale del Popolo (CNP), apertasi il 4 marzo e tutt’ora in corso, nei prossimi dodici mesi la Cina si troverà ad agire all’interno di un contesto più problematico rispetto al passato, derivante da cause interne ed esterne al Paese.

La trasformazione strutturale dell’economia avviata negli ultimi cinque anni e le pressioni da parte di Paesi terzi per una maggior reciprocità negli scambi commerciali, infatti, mettono la leadership cinese di fronte alla necessità di trovare un nuovo equilibrio tra competitività e liberalizzazione, in grado di garantire la sostenibilità della crescita e, di conseguenza, dello stesso Sistema Paese.

Le previsioni del governo di Pechino sull’andamento dell’economia interna hanno evidenziato la presenza di un’incertezza di fondo che sembra destinata ad avere un impatto significativo sulle performance nazionali. Dopo più di vent’anni, infatti, il tasso di crescita del Pil è stato stimato all’interno di una forchetta che oscilla tra il 6% e il 6,5%, la cui ampiezza è determinata dall’apparente impossibilità per le autorità cinesi di valutare tutti i possibili fattori di rischio che potrebbero interessare l’economia nazionale nel corso dell’anno.

La flessibilità con cui sono stati individuati gli obiettivi lascia trasparire una duplice consapevolezza di Pechino: da una parte, l’impossibilità di puntare su nuovi stimoli alla crescita e misure protezionistiche, poco conciliabili con le richieste provenienti dall’esterno di promuovere un cambiamento ispirato alla trasparenza e all’apertura del mercato interno; dall’altra la volontà di fissare dei limiti invalicabili (in questo caso, il 6%), per salvaguardare il raggiungimento entro il 2020 di quella società moderatamente prospera, teorizzata dal XIII° Piano Quinquennale.

La cautela con la quale il governo ha stilato il rapporto annuale ha risentito della disputa in corso con gli Stati Uniti per la così detta guerra commerciale e delle pressioni esercitate sull’economia cinese dai dazi imposti dall’Amministrazione Trump, per un valore di circa 250 miliardi di dollari. La svolta protezionistica imposta da Washington ha danneggiato soprattutto le piccole e medie imprese, che rappresentano una parte importante dello scheletro industriale del gigante asiatico, penalizzato le regioni meridionali, da sempre protagoniste indiscusse dell’export cinese, e ridimensionato i consumi interni in modo generale e trasversale al Paese.

Inoltre, il botta e risposta scambiato negli ultimi otto mesi dai due governi a colpi di misure protezionistiche e l’esito incerto delle trattative in corso per normalizzare i rapporti bilaterali hanno inevitabilmente contribuito ad alimentare l’atteggiamento prudente di Pechino nel ponderare i propri obiettivi strategici in materia di politica economica con le contingenze del più ampio contesto internazionale.

La solidità del proprio sistema economico rappresenta una priorità assoluta per il governo cinese, che, negli ultimi sei anni, ha puntato proprio sui galoppanti tassi di crescita e sulla considerevole capacità finanziaria per affermarsi come nuova super-potenza globale. L’intensa diplomazia economica inaugurata dal Presidente Xi Jinping, di cui la Belt and Road Initiative (Bri) è solo la punta di diamante: infatti, rappresenta una netta accelerazione di quella politica di apertura che la leadership ha impostato già da quasi due decenni e che ora è diventato un vero e proprio postulato per la proiezione internazionale di Pechino. In questo senso, lo stato di salute dell’economia interna e la capacità di influenza all’estero sono due facce di una stessa medaglia, su cui il governo cinese basa il progetto di consolidamento a livello globale della propria leadership entro il 2050.

 

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