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Brexit, tra scissioni e delay un incubo per May (e per Corbyn)

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Il Punto di Daniele Meloni

La Brexit si avvicina, e non passa giorno senza che qualche avvenimento metta a soqquadro il panorama politico britannico, una volta definito boring da studiosi e commentatori.

L’ultimo, in ordine di tempo, in una settimana caratterizzata da un vero e proprio terremoto politico a Westminster, è la lettera che 35 deputati conservatori del gruppo Brexit Delivery Group, avrebbero inviato a un chief whip del partito, chiedendo di posticipare l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue se Theresa May non riuscirà a ottenere il sostegno dell’aula della Camera dei Comuni sul suo Brexit Deal. Tra di loro ci sono sia leavers che remainers, ormai riuniti sotto un’unica bandiera: quella dell’insofferenza.

Già perché come rimarca la copertina della rivista Prospect, finora la Brexit non ha avuto nessun vincitore. Le iniziative per uscire dall’empasse si stanno moltiplicando, così come quelle per ricalibrare il sistema politico e partitico a Westminster. Nei giorni scorsi 8 deputati laburisti, tra cui Chuka Umunna – in predicato in passato di diventare leader del partito e vicino alle posizioni della Cbi, la Confindustria Uk – hanno annunciato la loro uscita dal partito Laburista, citando la mancanza di una chiara posizione sulla Brexit da parte del leader, Jeremy Corbyn, e sottolineando come il tema antisemitismo sia sottovalutato in seno al movimento.

Come riportato dal Daily Telegraph lo scorso 12 febbraio, sono stati quasi 800 gli esposti presentati alle sedi delle associazioni locali del Labour che lamentavano casi di antisemitismo nel partito. L’azione presa da Corbyn è stata tutt’altro che energica: sono solo 12 gli affiliati al Labour espulsi per “comportamenti non in linea con i valori di tolleranza e uguaglianza” predicati dal partito. Gli 8 breakaway MPs hanno fondato l’Independent Group, un gruppo parlamentare separato, in attesa di capire come articolarsi sul territorio. Anche Ian Austin, deputato della circoscrizione di Dudley North, si è dimesso dal gruppo parlamentare laburista proprio questa mattina, ma ha affermato che non intende raggiungere gli 8 breakaway MPs.

Molto più preoccupante per la tenuta del governo May, è stata la perdita di 3 parlamentari conservatori – Anna Soubry, Heidi Allen e Sarah Wollaston – che hanno lasciato i Tories per l’Independent Group, portando a 11 la pattuglia del nuovo gruppo parlamentare ai Comuni. A Westminster rumours su nuove defezioni tra Tories e laburisti sono all’ordine del giorno. Se altri 8 Tories lasciano il partito, Theresa May perderebbe la sua maggioranza, che già si fonda su un supply-and-confidence agreement con gli unionisti nordirlandesi.

I sondaggi sono stati subito pronti a misurare quanto una nuova forza centrista – sul modello del Social Democratic Party (SDP) negli anni ’80 – catalizzerebbe l’interesse degli elettori. L’Independent Group, al momento senza leader e senza un programma politico preciso, sarebbe valutato tra l’8 e l’11%. Quello che i sondaggi non dicono però è che con il sistema maggioritario uninominale britannico la percentuale di voti che un partito ottiene è un dato assolutamente marginale: lo UKIP nel 2015 con il 12% elesse un solo parlamentare. E nel 1983 il neonato SDP appena 6.

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