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Come si muoverà Biden in Egitto, Libia, Tunisia e Marocco

Mozambico

Che cosa cambierà con Biden nei rapporti Usa con Egitto, Libia, Tunisia e Marocco. L’analisi di Dario Cristiani, IAI/GMF fellow al German Marshall Fund di Washington, su Affari Internazionali

Storicamente, l’Africa mediterranea non ha mai rappresentato una priorità per gli Stati Uniti. Certo, alcune dinamiche continuano a preoccupare gli americani e spingono Washington a cercare di mantenere una seppur minima capacità di contribuire alla definizione degli equilibri locali. Ad esempio, la lotta al terrorismo, o l’evidente tentativo, sia cinese sia russo, di penetrare nella regione.

Al netto di queste dinamiche, l’importanza di tale spazio nella strategia americana è destinata a rimanere marginale anche durante la presidenza di Joe Biden, sebbene ci sarà qualche elemento di evidente discontinuità con Donald Trump. Ad un’analisi più granulare, tra gli attori dell’Africa mediterranea c’è un solo Paese che ha un valore strategico veramente significativo: l’Egitto, che resta nettamente più importante rispetto ai Paesi del blocco maghrebino.

IL RUOLO DELL’EGITTO

Molto si è detto sulle relazioni tra Trump e Abdel Fattah al-Sisi, con il primo che un volta definì il secondo “il mio dittatore preferito“. Al netto di tale relazione personale, il Cairo resta un alleato fondamentale nell’intero spazio mediterraneo: pilastro della pace regionale con Israele, è indispensabile anche per posizione geografica e controllo del canale di Suez. Il rapporto tra americani e militari egiziani è rimasto pressoché stabile negli ultimi 40 anni, nonostante l’Egitto non sia mai stato un campione del rispetto dei diritti umani.

Tale centralità difficilmente cambierà. Ciò che cambierà sarà la caratterizzazione delle relazioni tra Casa Bianca e leadership egiziana e, alla luce di determinati dinamiche, il potenziale valore di al-Sisi agli occhi di Washington, con qualcuno negli Stati Uniti preoccupato per le sempre più evidenti crepe interne del Paese. Che la leadership egiziana sia conscia che con Biden gli assegni in bianco che riceveva da Trump non saranno moneta corrente è evidente – basti vedere la velocità con cui al-Sisi si è congratulato con il neo-eletto presidente americano o il contratto con la Brownstein Hyatt Farber Schreck per attività di lobby a Washington siglato esattamente il giorno dopo.

Meno accondiscendenza su questioni legate a diritti umani e democrazia; un rischio lievemente più elevato di veder parzialmente tagliati i fondi ai militari egiziani qualora la repressione si faccia troppo evidente; un ribilanciamento della posizione americana sulla disputa con l’Etiopia dopo gli eccessi pro-Cairo di Trump; una relazione istituzionale più normale, ma nessun cambiamento traumatico.

IL DOSSIER LIBIA

Durante il mandato di Trump, l’influenza dell’Egitto si palesava nettamente anche rispetto alla Libia. Nell’aprile 2019, Trump sorprese tutti con una telefonata di supporto all’operazione militare contro Tripoli del signore della guerra Khalifa Haftar, probabilmente ispirata dagli alleati egiziani e emiratini. Anche in questo contesto, Biden ridurrà gli eccessi personali e le discrasie istituzionali. Ci sarà una normalizzazione diplomatica, un sostegno più convinto del processo di pace gestito dall’Onu e un allineamento maggiore tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato e Pentagono nel supportare il governo di Tripoli.

Ciò detto, difficilmente ci sarà un cambiamento radicale dell’approccio rispetto al conflitto e all’impegnarsi, diplomaticamente e militarmente. In continuità con il passato, la Libia continuerà a essere vista principalmente attraverso l’ottica della lotta al terrorismo, e come spazio dove monitorare le azioni della Russia e di altri attori regionali.

SOSTEGNO ALLA TUNISIA

Ad esclusione dell’Egitto, Trump ha dimostrato di non considerare minimamente il resto del Nord Africa, a differenza invece dell’apparato americano: il Dipartimento di Stato, il Pentagono, il Congresso hanno avuto un approccio diverso, certamente non valutando mai i Paesi del Maghreb come cruciali, ma non per questo ignorandoli tout court.

A fine mandato, tra settembre e ottobre scorsi, il segretario alla Difesa dimissionario, Mark Esper – che con il Presidente Trump ha avuto più di una frizione nel corso del mandato – ha visitato Tunisi, Algeri e Rabat, concludendo due accordi di cooperazione decennale nel settore della sicurezza con Tunisia e Marocco.

Rispetto alla Tunisia, Trump per anni ha provato a tagliare gli aiuti economici bilaterali, trovando un muro bipartisan nel Congresso, che sostiene attivamente la transizione e il consolidamento democratico del Paese e che invece tali fondi li ha aumentati. Il Dipartimento di Stato e il Pentagono hanno supportato in maniera costante un Paese che, nell’ultimo periodo dell’amministrazione Obama, ottenne la qualifica di “major non-Nato ally“. Non solo nel settore della sicurezza, ma anche in ambiti meno banali: un esempio tra tanti, i fondi per la restaurazione dell’anfiteatro romano di El Jem.

NESSUNA SORPRESA IN VISTA

Alcune delle priorità annunciate – multilateralismo, supporto alla democrazia e diritti umani, contrasto al cambiamento climatico – potranno portare ad un’attenzione lievemente maggiore della Casa Bianca rispetto ad alcuni Paesi dell’area. Si pensi, ad esempio, alla Tunisia rispetto alla questione del supporto alla democrazia, o al Marocco come potenziale campione africano nello sviluppo delle energie rinnovabili, e che potrebbe trovare accendere l’interesse dell’amministrazione anche rispetto ad un eventuale rafforzamento della cooperazione economica.

Non si prevede quindi nessuno scossone radicale, anzi ci sarà probabilmente continuità con le direttrici standard della politica estera americana rispetto allo spazio nordafricano – centralità egiziana, marginalità maghrebina – pur con qualche aggiustamento e alcuni, potenziali, elementi di novità.

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