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Azzolina e Letta fra comunicazione, contumelie e piaggerie

Azzolina Letta

Il corsivo di Teo Dalavecuras

Immagino che Lucia Azzolina, ministro dell’Istruzione del secondo governo di Giuseppe Conte avesse registrato un calo, magari modesto, della sua popolarità nell’universo dei social e così, un bel giorno, decise di gettare un sasso in piccionaia per rilanciarla questa immagine. Scelse un personaggio condannato (Roberto Formigoni, abbondantemente mostrificato negli ultimi anni) prese lo spunto da un evento inoppugnabile (il fatto che a Formigoni – anzi al corrotto Formigoni, come preferisce scrivere il quotidiano ufficioso dei 5stelle, che sicuramente scriverà l’omicida per colpa quando parla di Beppe Grillo – era stato ripristinato dagli organi competenti del Senato l’assegno vitalizio), quindi sparò in rete un attacco di calcolata volgarità, “esclamando” che restituire il vitalizio a Formigoni era come “scatarrare” alle persone “oneste” (categoria che per definizione comprende quasi tutti gli italiani, essendo tutti convinti – ad eccezione di pochi seri delinquenti consapevoli, come solo i delinquenti sanno essere, di ciò che fanno – che i disonesti siano sempre gli altri).

Ciò fatto la signora Azzolina si sarà accomodata in salotto per godersi – suppongo – lo spettacolo del proprio nome che ricominciava a circolare. A forza di circolare, grazie a reazioni prevedibilissime e dilaganti, le parole fatali sono arrivate a quello che si può considerare l’Olimpo della critica di costume, la rubrica domenicale di Aldo Grasso sulla prima pagina del Corriere della sera, che rimane un esempio ineguagliato di stile, sottigliezza e senso delle proporzioni. Nemmeno il più assatanato militante a 5stelle poteva pretendere di più e non è nemmeno detto che Azzolina lo sia.

Verrebbe da dire che per fortuna ci sono i signori e le signore nessuno che il movimento (di Grillo? di Conte? di Casaleggio?) ha sistemato in Parlamento e a Palazzo Chigi, che a loro volta movimentano il discorso pubblico, sia pure con sparate sempre meno esplosive. Così facendo, risparmiano ai commentatori professionali il fastidio e l’imbarazzo di applicare lo stesso metro di giudizio alle sparate dei politici “istituzionali”, che fanno di tutto per scimmiottare le tecniche “comunicazionali” del principale partito populista.

A questo proposito è fin troppo facile citare Enrico Letta, del quale meritano attenzione i dettagli.

É certo significativo che abbia fatto una importante proposta di politica fiscale, perché le tasse hanno sempre un forte impatto emotivo, e così pure che abbia formulato la proposta nei termini di una boutade. Decisivo però è che di fronte alle prime critiche abbia borbottato, quasi tra sé e sé, “ma io non mollo”, guardandosi bene dal precisare la proposta. Letta non è così sprovveduto da ignorare che nelle misure di natura fiscale i dettagli fanno tutta la differenza, ma soprattutto è consapevole della regola “comunicazionale” secondo cui quando la boutade degenera in discorso serio, perde la propria ragione di essere, la carica emozionale associata al proprio nome, la sola cosa che deve rimanere impressa nel cranio del pubblico. Quel “non mollo” poi riecheggia il ben più drammatico “io non ci sto” pronunciato tanti anni fa a reti unificate da Oscar Luigi Scalfaro all’indirizzo di chi cercava di coinvolgerlo in uno dei ricorrenti scandali, veri o presunti, delle “barbe finte” di casa nostra: ma allora la politica e la comunicazione erano ancora una cosa relativamente seria, mentre dal “non mollo” del segretario dem traspare il desiderio forse inconsapevole di riecheggiare e fare propria la grinta di un democristiano a 24 carati come Scalfaro, con risultato
marxianamente farsesco.

Neppure una persona col curriculum impegnativo di Maria Marta Carla Cartabia, docente universitaria di materie giuridiche, presidente della Corte costituzionale, oggi ministro della Giustizia, riesce a resistere al fascino del lessico suggestivo. Se c’è una cosa che quasi tutti gli italiani sanno è che Giovanni Falcone è stato il pubblico ministero che ha sfidato con straordinaria intelligenza, tenacia e enorme coraggio, a prezzo della vita, la criminalità organizzata nella forma di Cosa Nostra: qualunque cosa si pensi del suo ruolo nella storia recente del nostro Paese e del ruolo della mafia siciliana dal 1943 in Italia. Falcone è il pubblico ministero, è il magistrato che ha perso la vita nel confronto con la mafia. Nella prefazione al libro che riproduce la tesi di laurea di Giovanni Falcone Cartabia scrive: “…un settore, quello del diritto amministrativo, diverso da quello in cui la sua attività di giudice si sarebbe poi espressa, con risultati di valore inestimabile per la storia del nostro Paese”. Detto da un giornalista nessuno ci farebbe caso, scritto dal ministro della Giustizia si nota.

Questa considerazione mi riconduce a Grasso e alla sua rubrica, dove qualche settimana fa si poteva leggere un “appello” ai presidenti delle regioni italiane: “…non chiamatevi più governatori. Siete presidenti di Regione, non altro”. Come dire che non sono gli addetti all’informazione che per piaggeria si sono abituati a usare l’improprio ma suggestivo appellativo di “governatore”, oppure senza piaggeria ma per congenita timidezza si sono piegati a questa pretesa suggerita ai presidenti di regione dalla loro megalomania, ma sono questi presidenti che “si fanno chiamare”
governatori. Il dato di fatto è che nemmeno un intellettuale come Aldo Grasso riesce più dare a ciascuno il suo nel gioco della comunicazione di massa.

Non è un fenomeno recente. Ricordo un importante editoriale di tanti anni fa, all’epoca della “discesa in campo” di Silvio Berlusconi, firmato, sempre sul Corriere, dal politologo Angelo Panebianco. L’illustre studioso, lasciandomi basito, spiegava una sua fresca “scoperta”, cioè che tutti, lui compreso, chiamavano “giudici” i magistrati dell’accusa (che, aggiungo, saranno anche i salvatori dell’umanità ma fanno un lavoro che è l’esatto contrario di quel che fa, o dovrebbe fare, il giudice). Ovvio che nell’editoriale di Panebianco, pubblicato quando il ricordo di Mani Pulite era
ancora molto caldo, c’era in sottofondo una vena d’ironia, ma il fatto che per denunciare – vanamente, peraltro – quello che è un esempio di grave malcostume linguistico, avesse dovuto scomodarsi un cattedratico di chiara fama spiega, forse meglio di tante analisi del voto, perché la politica della contumelia abbia trovato un terreno così fertile in Italia e perché, quale che sia il destino riservato ai detentori del brand di questa politica, gli M5S, alla fine della ammuina tra Conte e Casaleggio, comunque sia i grillini hanno vinto.

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