C’è una guerra che Vladimir Putin ha già vinto senza neppure averla combattuta: quella delle parole.
L’anno nuovo si apre ancora con l’eco dell’ultima sua bufala dal grande impatto mediatico: il presunto attacco ucraino alla residenza dello Zar nei boschi pieni di neve di Novgorod. Non una sola prova seria e trasparente Mosca ha finora presentato. Eppure, oggi basterebbe un video ripreso da un qualunque telefonino per documentare agli occhi di chiunque eventuali offensive sorvolanti le città.
L’aver, dunque, “osato” falsamente attentare all’incolumità del responsabile della guerra secondo una ricostruzione di Mosca priva di riscontri oggettivi e solo con i dati del volo di un drone del presunto attacco consegnati non all’attenzion del mondo, bensì al solo Donald Trump, ha dato però a Putin l’alibi che cercava.
L’alibi per far saltare il minuscolo spiraglio di tregua che stavano trovando Zelensky e Trump – auspice gli europei – nel loro settimo faccia a faccia di fine anno in America. “Siamo d’accordo al 95%”, era arrivato a dire Trump sull’impossibile intesa. Impossibile finché non sarà l’aggressore russo – non Zelensky, non Trump, non l’Ue-, a dare il via libera a una trattiva di pace.
E il via libera, sull’onda della falsa notizia fatta circolare dello Zar sotto assedio, Mosca lo sta invece dando alla preparazione della più grande offensiva contro Kiev delle pur molte e quotidiane commesse da quasi quattro anni. “Sarà un attacco su larga scala per il 7 gennaio”, denunciano i servizi segreti di Kiev. Ormai è una costante: se e quando si parla vagamente di pace, Putin intensifica la guerra.
Ma il 2026 non comincia solo con la più grave crisi internazionale tuttora irrisolta, nonostante lo sfacciato e impotente ottimismo di Trump, troppe volte nei panni surreali di ventriloquo di Putin. Di autocrazia in autocrazia, dopo la Russia ora è di scena l’Iran, dove da cinque giorni e con sei morti accertati il popolo protesta contro il regime teocratico e repressivo della “guida suprema” Ali Khamenei.
Da Teheran le proteste e gli scontri dilagano pure in altre aree del Paese contro un governo sempre più impopolare e indebolito dopo gli attacchi subiti dagli israeliani e soprattutto dagli americani, che bombardarono tre siti nucleari nel giugno scorso. “Se sparano ai manifestanti, gli Stati Uniti sono pronti a intervenire”, mette in guardia Trump. “Attento a quello che fai o sarà il caos”, gli risponde Khamenei.
Ma Trump è alle prese anche con una terza crisi e alle porte di casa: quella del despota Nicolás Maduro, incolpato di alimentare il narcotraffico da Caracas verso l’America e minacciato di invasione con la flotta Usa schierata davanti alle coste del Venezuela.
Ma incolpato, Maduro, lo è soprattutto dalla sua gente per aver calpestato ogni libertà (il nostro connazionale, Alberto Trentini, è incarcerato, innocente, da 400 giorni), rubato le elezioni e impoverito una nazione che navigava sul petrolio.
Nuovo anno e vecchie questioni spalancate, drammatiche, insolute.
Insidiano i loro popoli, il mondo libero e l’Occidente.
(Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova)
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