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Coltelli e sicurezza fra notizie, percezioni e allarmi

Stabilire se l’assassinio di La Spezia sia sintomatico di una generale problematica di violenza o malessere giovanile, e se tale criticità sia in crescita, è arduo. Attenzione all’inganno retorico del “sempre più”. Il corsivo di Battista Falconi

Nel fitto dibattito animato dall’accoltellamento di La Spezia, che segue quello della microcriminalità “maranza” e la critica evergreen sui social media, è forse utile evidenziare che le notizie, cioè i fatti che penetrano nella nostra attenzione profonda passando per la porta della percezione superficiale, sono tali per due meccanismi opposti. L’eccezionalità, quella dell’uomo che mangia il cane, e la ripetitività, cioè i cani che mordono gli uomini con frequenza anomala come nel caso della remota “estate dei pitbull”, in cui è parso che incidenti legati a questa razza si fossero improvvisamente identificati. Serie storica mai provata, beninteso.

Stabilire fondatamente se l’assassinio spezzino sia sintomatico di una generale problematica di violenza o malessere giovanile, in particolare se tale criticità segua una tendenza in crescita, è impossibile. Attenzione all’inganno retorico del “sempre più”, che vale per qualunque realtà osservata in progressione cronologica ed è perciò insignificante e ingannevole. Ma la memoria personale dei boomer è già sufficiente per ricordare epoche di scontri studenteschi all’ordine del giorno che permetterebbero di fugare l’ipotesi. L’altra ipotesi, che i giovani soffrano un particolare disagio a rischio di sfogarsi in aggressività, richiederebbe pure un’analisi comparativa per fasce anagrafiche di cui non pare circolino tracce attendibili. Che la scuola sia teatro di episodi del genere è poi ovvio, incontrandosi soprattutto lì i ragazzi, esattamente come è a scuola che i giovani possono dare dimostrazioni delle loro qualità, scambiarsi gesti affettuosi, cementare amicizie e avviare relazioni amorose.

La domanda è semmai perché concentriamo in questi casi tanta attenzione in più rispetto a quella, per esempio, dedicata agli scontri tra tifoserie calcistiche, consumati tra stadi, strade e autostrade, che almeno a occhio hanno una regolare consuetudine non minore della violenza studentesca. Una risposta parziale ma sensata è che i problemi riguardanti le nuove generazioni ci preoccupano maggiormente, poiché incidono nel futuro di tutti. Ma quella più sincera e sostanziale è che il circolo non virtuoso tra cronaca, media e politica tende ad assumere un caso o l’altro a capocchia, senza una regola oggettiva. Nemmeno quella della gravità misurabile in numero di vittime.

Sempre sui famigerati social, un cosiddetto giovane influencer notava il maggior clamore mediatico e politico per la strage di Crans-Montana rispetto ad altre tragedie a pari o superiore quantità di persone morte, come alcuni naufragi di barconi di migranti. Analogo raffronto si fa spesso per le vittime cristiane di persecuzioni: il rapimento in chiesa di 160 fedeli è stato ridotto oggi da Avvenire (il quotidiano dei vescovi) in un minuscolo strilletto a centro pagina, gli altri quotidiani l’hanno del tutto ignorato.

Un morto non è un morto non è un morto, per parafrasare la tautologia di Gertrude Stein. I morti non sono tutti uguali. Così come i vivi, loro assassini inclusi.

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