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Anniversario della Rivoluzione d’Ottobre del 1917: il socialismo riposi in pace tra le rovine dei secoli scorsi

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covid morti

Il 7 novembre, ricorreva, nella più totale irrilevanza, l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre del 1917.

Io sono un uomo del ‘900, il secolo in cui sono nato (all’inizio della Seconda Guerra Mondiale), dove è avvenuta la mia formazione, dove ho trascorso la maggior parte della vita e costruito i presupposti culturali, economici e personali che mi hanno portato fino qui. Rimango sempre perplesso quando passano sotto silenzio eventi che hanno profondamente segnato il ‘’secolo breve’’, scritta la storia di centinaia di milioni di persone, sollecitato passioni (che magari si sono rivelate soltanto chimere o persino tragedie) e richiesto enormi sacrifici di vite umane, determinato distruzioni e sciagure, magari anche tradito le aspettative in cui tanti avevano sperato. Ieri, 7 novembre, ricorreva, nella più totale irrilevanza, l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre del 1917. Questa differenza di date dipende da banali motivi di calendario.

L’Impero dello Zar di Russia non aveva ancora adottata la riforma gregoriana del calendario e quindi il relativo conto delle giornate era più indietro di quello di gran parte del resto del mondo. Il 7 novembre 1917 (che allora era segnato come il 25 ottobre), a Pietrogrado i bolscevichi guidati da Lenin occuparono i punti chiave della città e in serata – dopo le salve della nave Aurora – fecero irruzione nel Palazzo d’Inverno prendendo definitivamente il potere, spodestando i Romanov dal trono imperiale e dando inizio alla fase di creazione della Repubblica Sovietica, l’URSS (nonché di una lunga e cruenta guerra civile che si concluse con la vittoria bolscevica tra il 1921 e il 1922). Prima della dissoluzione del blocco dei Paesi del socialismo reale (iniziata con il crollo del muro di Berlino il 9 novembre 1989, un’altra ricorrenza ormai prossima) questa giornata veniva celebrata con grandi festeggiamenti a Mosca sulla Piazza Rossa.

Grande sfoggio della potenza militare (come vediamo fare oggi, in sedicesimo, nella capitale della Corea del Nord, Pyongyang), delegazioni da tutte le parti del mondo (ai rappresentati del Pci toccava un posto di riguardo), mentre il vertice del Partito, schierato in ordine di gerarchia (da cui poteva si poteva desumere anche l’effettivo assetto di potere) osservava con orgoglio lo svolgimento della manifestazione.

Che cosa resta oggi delle ‘’dieci giornate che sconvolsero il mondo’’ (dal titolo del libro del giornalista socialista americano John Reed)? Di quest’evento si è parlato e si è scritto perché, nonostante tutto, si trattò di un passaggio che ha segnato gran parte della storia del XX Secolo. La Rivoluzione sovietica non intervenne solo a rompere gli equilibri della Grande Guerra, perché la Russia uscì dal conflitto stipulando una pace separata con gli Imperi Centrali. Solo l’intervento degli Usa consentì ai Paesi dell’Intesa di reggere l’urto sugli altri fronti e vincere la guerra.

Ma la Repubblica dei Soviet precipitò come una meteora nell’immaginario collettivo della sinistra, fu la causa non solo di scissioni dei grandi partiti socialdemocratici europei, ma ne condizionò anche l’indirizzo, nel senso che per anni il giudizio ed i rapporti con il regime nato dalla Rivoluzione del 1917 costituì, in Italia e in Europa, un elemento di netta divisione anche tra le stesse forze socialiste. Soprattutto nei pochi anni che intercorsero tra la fine della Grande Guerra (anche in questo caso la ricorrenza è avvenuta in novembre, il giorno 4) e la conquista del potere da parte del fascismo.

Il nostro ‘’assalto al Palazzo d’Inverno’’ iniziò e finì nel mese di settembre del 1920, con l’occupazione delle fabbriche. I socialisti riformisti, tra i quali l’allora segretario generale della Fiom, Bruno Buozzi riuscirono a gestire una situazione difficilissima sia sul versante del Partito dove vennero battute le suggestioni soviettiste (fu la prima volta nella storia in cui venne posto all’ordine del giorno della direzione di un partito – in questa circostanza il Psi a guida massimalista – se fare o meno la rivoluzione; sia su quello sindacale, nel senso che fu in grado di “sindacalizzare” la protesta e di chiuderla con un accordo siglato il 19 settembre con gli industriali, con la incisiva mediazione di Giovanni Giolitti.

Così Buozzi e i riformisti si portarono dietro tutta la vita l’anatema della “rivoluzione tradita” (quanti delitti ha provocato, a sinistra, questa cattiva cultura sempre ricorrente e mai sconfitta del tutto !). Naturalmente Bruno Buozzi era indicato come uno dei principali responsabili di questa seconda scelta sbagliata perché rinunciataria ed impegnata “in una lotta corporativa”, incapace di “investire la società intera”. Ma ancora per decenni la parola ‘’riformisti’’ non era ben accetta a sinistra; i più moderati tra i comunisti si definivano ‘’riformatori’’. Ma anche i socialisti dovettero sudare sette camice per incamminarsi lungo una strada diversa. Per tanto tempo il regime sovietico veniva criticato sul terreno delle libertà democratiche, ma non su quello dell’assetto economico. Per la mia generazione (mi sono iscritto al Psi nel 1963 quando sulla tessera erano ancora stampigliati la falce, il martello e il libro) il socialismo era la “socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio” secondo la vulgata marxista (da un certa punto in poi l’aggettivo divenne “marxiana”).

A pensarci bene non c’era molto differenza tra noi e i comunisti per quanto riguardava gli obiettivi da raggiungere, il tipo di società e di economia da realizzare. Persino i socialdemocratici (noi li chiamavamo “saragattiani” con la cattiva coscienza di chi ha torto) non avevano rinunciato alla c.d. socializzazione (dallo statuto del Labour Party quella espressione infelice e fallimentare è rimasta finché non l’ha fatta togliere Tony Blair). Il problema stava tutto nei modi e nei tempi: essere riformisti significava scegliere un lungo percorso evolutivo (come ebbe a dire Filippo Turati a Livorno: “La via lunga è anche la più breve perché è la sola che esista”) rispetto alla rottura rivoluzionaria, inizialmente auspicata e perseguita dai comunisti – in seguito riposta in un vago futuro – mediante quella dittatura del proletariato che avrebbe dovuto costituire la fase della transizione.

Poi, dopo la seconda guerra mondiale, l’ordinamento internazionale e il Muro di Berlino avevano diviso e separato anche i socialismi. Ma per quanto riguarda l’economia non vi era poi tanta differenza tra il Regno Unito dopo la cura delle nazionalizzazioni laburiste e la Germania Est. Certo, a Bad Godesberg la Spd rinnovò profondamente anche la sua cultura economica, ma non abbastanza da compiere una svolta in senso liberale. Restava sempre sullo sfondo quella socializzazione dei mezzi di produzione di scambio che le contingenze storiche e geopolitiche costringevano a rinviare, ma non ad abrogare. Il socialismo in Europa ha fatto sì che la ricchezza fosse più equamente ripartita mediante sistemi di welfare diffusi e onusti di prerogative e diritti a favore dei cittadini. Oggi capita che le istituzioni del socialismo democratico applicato (i partiti e i sindacati, innanzi tutto) si erigano a difensori di un modello sociale che non è più difendibile e che condanna l’Europa all’emarginazione, a divenire “un museo che impiega tutte le proprie risorse per custodire il proprio passato”.

I movimenti socialisti si sono divisi tra quelli che hanno intuito l’esigenza di cambiare, ma sono stati impediti a farlo dal proprio reticolo di rappresentanza e di potere e quelli che hanno percorso fino in fondo la deriva della conservazione, finendo quasi per uscire di scena. L’esperienza più dinamica è stata quella blairiana, ora in aria di abiura non solo nel Regno Unito. Ma era ancora socialista? Oppure il New Labour è stato un’espressione feconda di un “thacherismo compassionevole” che è poi la versione moderna del socialismo riformista? In sostanza, lasciamo che i morti seppelliscano i morti e che il socialismo, nelle sue innumerevoli versioni, riposi in pace tra le rovine dei secoli scorsi.

Non a caso gli eredi della Rivoluzione del 7 novembre – il partito di Gramsci, Togliatti, Longo, Berlinguer come si diceva quando i segretari del Pci restavano tali vita natural durante come i Papi e i Re – in seguito alla caduta del Muro nel 1989, hanno liquidato, con qualche lacrima e qualche scissione, la storica ditta. Ma si sono guardati bene dal ritornare nell’ovile del socialismo. Come se fossero colpiti da una fatale amnesia hanno preso altre strade. E il destino ha voluto che, dopo essersi confrontati – persino nei film – sul cambio del nome, hanno finito per darsene diversi in rapida successione, purché fossero i più lontani possibili dal concetto di comunismo.

Giuliano Cazzola

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