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Che cosa succede in Africa su economia, clima e migrazioni?

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L’articolo di Andrea Stuppini

Negli ultimi anni la continua attualità del fenomeno migratorio verso l’Europa ha portato un numero crescente di osservatori internazionali ad interessarsi del continente africano per cercare di capire l’evoluzione economica e sociale africana, interrogandosi sul futuro dei rapporti internazionali.
Non tutte le analisi sono convergenti, ma insieme compongono un quadro di analisi più completo ed articolato di quello di cui disponevamo alcuni anni fa.

In particolare, quando si sono resi disponibili i dati statistici relativi al primo decennio del nuovo secolo, ci si è resi conto che alcuni paesi africani (ad esempio Angola ed Etiopia, ma anche numerosi altri) avevano sviluppato una crescita economica a due cifre, in alcuni casi superiore a quella cinese. Ciò aveva portato alcuni commentatori a parlare di un “miracolo africano”, con accenti in qualche caso esagerati; sono bastate infatti il calo del prezzo di alcune materie prime (in particolare del petrolio) ed un rallentamento della crescita cinese per offuscare le interpretazioni più ottimiste. Ciò non toglie che alcuni paesi, come Sudafrica, Ghana, Kenya ed altri, abbiano cominciato a sviluppare le proprie potenzialità e a mostrare i primi nuclei di una classe media di consumatori. Restano tuttavia sullo sfondo i nodi irrisolti del boom demografico, del cambiamento climatico, della corruzione, della carenza di infrastrutture, che sono in grado di minare le prospettive di crescita economica dell’intero continente.
Ecco perché ogni contributo di analisi sull’Africa può risultare quanto mai interessante in sé, ma anche utile per gettare luce sul fenomeno delle migrazioni verso l’Europa.

Anna Bono “Migranti!?, migranti!?, migranti!?” edizioni Segno, Tavagnacco (UD), settembre 2017 considerato vicino alle idee dell’attuale ministro dell’Interno è il contributo di una docente universitaria, esperta dei problemi africani. Si concentra sul periodo degli sbarchi in Italia dopo il 2011. Attraverso una ricca serie di dati vuole dimostrare che gli arrivi dall’Africa dopo il 2011 sono da considerarsi prevalentemente come espressione della migrazione economica, più che di profughi in fuga da guerre o persecuzioni e che l’organizzazione dei cosiddetti ‘viaggi della speranza’ sono monopolizzati da trafficanti di persone che illudono i migranti circa le prospettive di vita in Europa.

L’analisi si concentra sui paesi dell’Africa Occidentale dove coloro che partono sono prevalentemente maschi soli e non nuclei familiari, e non necessariamente delle categorie sociali più disagiate e povere: sono invece figure sulle quali investono famiglie ed interi villaggi, in attesa di rimesse o comunque di un ritorno economico. L’assenza di conflitti violenti nei paesi di origine nutre i dubbi su eventuali persecuzioni individuali o collettive.

Il costo del percorso, comunque doppiamente pericoloso nell’attraversamento del Sahara e del Mediterraneo, è attorno ai 5.000 dollari a testa ed i vari itinerari attraverso il Niger ed il deserto libico, (ma ora anche verso il Marocco) dimostrano la grande organizzazione e flessibilità dei trafficanti di persone che hanno saputo diversificare la loro strategia dopo la scomparsa di Gheddafi nel 2011.
Questa lettura del fenomeno migratorio africano dal 2011 al 2017 risulta abbastanza convincente, anche se è stata contestata (o ignorata) da molti. Il punto debole del libro è piuttosto la sua lettura contingente: manca un’analisi dell’economia africana, del boom demografico in atto, del cambiamento climatico nel continente, come se questi fattori non influenzino ciò che sta accadendo e potrà avvenire nel prossimo futuro.

Questi aspetti non difettano in Diego Masi “Exploding Africa” Lupetti editore, Bologna, gennaio 2018 che utilizzando le proiezioni demografiche dell’Onu e i dati dell’African Economic Outlook cerca di immaginare le fasi successive alla situazione attuale. Uno sguardo di insieme che proviene da un ex politico cattolico con una esperienza diretta di impegno umanitario e cooperazione internazionale in Kenya, cui è dedicato un focus del libro.

L’aspetto maggiormente analizzato è quello della crescita demografica annunciata che porterà la popolazione africana dagli attuali un miliardo e cento milioni di persone a due miliardi e mezzo di abitanti nel 2050 e forse a quattro miliardi e trecento milioni nel 2100.

La povertà del continente vede il 70% della popolazione subsahariana vivere con meno di un dollaro al giorno, ed il 60% della forza lavoro che si può considerare disoccupata. Il futuro sviluppo della robotica è considerato una ipotesi negativa per il continente: l’Africa non avrà la possibilità ed il tempo di diventare la Cina del pianeta.

La crescita del PIL, nell’ordine del 4% annuo, nel suo complesso non è sufficiente a consentire al continente africano uno sviluppo adeguato, in grado di offrire una qualità della vita accettabile alla popolazione che lo popolerà. L’Africa conoscerà nei prossimi anni un intenso fenomeno di urbanizzazione, ma sanità, trasporti ed infrastrutture non solo sono molto carenti ma sono anche destinati ad essere sempre in ritardo rispetto alla massa crescente di popolazione. Scommettere quindi su di una futura diminuzione dei flussi migratorii verso l’Europa, appare quindi quantomeno azzardato, anche perché i contributi che vanno sotto i titoli di “aiutiamoli a casa loro” o “piano Marshall per l’Africa” appaiono ancora del tutto inadeguati.

È uscito quasi contemporaneamente in francese: Stephen Smith “La ruée vers l’Europe: la jeune Afrique en route pour le vieux Continent” Grasset, Paris, février 2018 (trad. it “Fuga in Europa” Einaudi ,Torino, 2018) che propone temi analoghi a partire dalle previsioni demografiche per un continente dove già oggi il 50% della popolazione ha meno di 18 anni, dove solo il 5% delle terre coltivabili è irrigua e dove il 96% dei contadini coltiva meno di 5 ettari a testa.

Nel 2050 l’Africa dovrà quintuplicare la propria produzione agricola per sfamare la crescente popolazione; e da oggi all’Africa occorrerebbero 22 milioni di posti di lavoro in più ogni anno per mantenere gli attuali livelli di occupazione e disoccupazione.

Viene citato il caso limite del Niger (paese cruciale nelle attuali rotte migratorie per l’Europa) dove il 60% della popolazione ha oggi meno di 18 anni, dove l’80% degli insegnanti non ha usufruito di nessuna formazione, dove nel 2035 ci saranno 572.000 giovani in più che aspireranno ad entrare nel mercato del lavoro, mentre nel 2017 l’agenzia nazionale per l’impiego si è occupata di 1.500 persone. Questi numeri vengono messi in parallelo con il declino demografico europeo: lo scenario “Convergence 2010-2060” prevede in mezzo secolo 70 milioni di abitanti in meno in Europa, in particolare 24 milioni di meno in Germania (-29%), 15 milioni in meno in Italia (-25%), 8 milioni in meno in Spagna (-18%).
Per mantenere la attuale popolazione attiva l’Europa dovrebbe dunque accogliere 1,6 milioni di stranieri l’anno.

Questo scenario ha già evocato l’allarme xenofobo di Renaud Camus nel 2011 con “La grande sostituzione” e l’immaginario “piano Kalergi” autentica fake news diffusissima sul web; già nel 2000 tuttavia l’ONU aveva pubblicato il rapporto “Replacement Migration”.

Il contributo più politico è quello di Jason Hickel “The Divide” Heinemann, London, april 2017 (trad. it. “The Divide” Il Saggiatore) allorché il giovane economista nato nello Swaziland, si inscrive nel solco già aperto da Frantz Fanon nel 1961 con “I dannati della terra” e da Eduardo Galeano nel 1971 con “Le vene aperte dell’America Latina” per denunciare le disuguaglianze nel sistema economico mondiale tra paesi ricchi e paesi poveri.

La tesi di Hickel è che la globalizzazione non ha ridotto le disuguaglianze poiché dal 1960 il differenziale di reddito tra Nord e Sud del mondo triplicato e dal 1990 il PIL mondiale è triplicato ma il numero delle persone che vivono con 5 dollari al giorno è aumentato di un miliardo. Poiché i progressi dei paesi asiatici non possono essere negati, Hickel ha in mente soprattutto i problemi africani (ed in parte dell’America Latina) quando contesta le politiche della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale e sostiene la necessità di azzerare il debito dei paesi poveri. Polemizza direttamente con gli indicatori presentati dalla Banca Mondiale che esorta i paesi dell’Africa subsahariana ad attenersi alle prescrizioni dei programmi di aggiustamento strutturale, per ottenere una riduzione della povertà che le permetterà di passare dai 407 milioni di poveri nel 2008 ai 335 milioni nel 2030. Enuncia che il cambiamento climatico si sta registrando soprattutto in Africa, dove molte città sono state costruite sopra i 1800 metri della cosiddetta “linea della malaria” per neutralizzare gli effetti delle zanzare Anopheles che vivono in Africa, Asia ed America latina.

Hickel denuncia in sostanza che un continente ricchissimo di materie prime come l’Africa è tenuto in condizioni di povertà in maniera artificiale dalle politiche delle multinazionali occidentali e delle istituzioni economiche mondiali. Pur non analizzando le conseguenze della presenza cinese o non diffondendosi sui numerosi casi di corruzione delle ‘elites’ africane, il contributo di Hickel non va ignorato anche se il suo ragionamento appare parziale.

Probabilmente le riflessioni generali sulle disuguaglianze economiche (come ad esempio i contributi recenti di Milanovic e Picketty) dovrebbero spingere in particolare noi europei ad interrogarci sulle difficoltà di impostare in maniera efficace le politiche di cooperazione internazionale su cui abbondano i dibattiti in sede comunitaria. Ad esempio il fatto che la metà del budget dell’Unione europea sia destinato a difendere l’agricoltura continentale non può non fare riflettere.

Possiamo tacitare le nostre coscienze aumentando gli stanziamenti per la cooperazione internazionale (anche se negli ultimi anni è successo il contrario) e moltiplicando i vertici bilaterali sul “piano Marshall” per l’Africa, ma è sempre più difficile sfuggire alla sensazione che per fare passi reali in questa direzione, occorra rinunciare ad una parte del nostro benessere. È quello che è successo (nostro malgrado) negli ultimi dieci anni nei confronti della Cina. A maggior ragione aiutare realmente l’Africa non sarà indolore.

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