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L’Afghanistan che ho conosciuto. Il Taccuino di Zanotti

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Afghanistan

L’Afghanistan è in guerra da 40 anni. Anzi da duecento, a voler trascurare i brevi e sempre inquieti armistizi. Il racconto di Livio Zanotti

L’accordo recentemente sottoscritto a Doha tra gli Stati Uniti e i comandanti Talibani per la pace in Afghanistan, ci ricorda che quel mitico e bellissimo Paese d’impervie montagne, le cui vallate celano ciascuna un intrigo o un’imboscata, è in guerra da 40 anni. Anzi da duecento, a voler trascurare i brevi e sempre inquieti armistizi intercorsi tra le tre invasioni britanniche nell’Ottocento, le guerriglie e i periodici colpi di Palazzo condotti dai capi dei diversi clan, e nel secolo scorso l’intervento sovietico prima, poi quello americano tutt’ora in atto, entrambi appoggiati a opposte fazioni locali. E’ necessario fare esercizio di memoria per districarsi in questo groviglio sanguinoso.

Il dividi et impera praticato dalle grandi potenze che hanno tentato di impadronirsi di questo strategico territorio di comunicazione tra l’Asia del Sud-Est e quella del Nord-Est, è stato favorito dallo spirito tribale delle sue popolazioni. Le cui distinte origini etniche e rispettive tradizioni riescono a unirsi nell’opporsi e ricacciare lo straniero, non sempre occidentale e bianco; per tornare puntualmente a competere e a combattersi tra loro. Straniero rispetto a una parte o all’altra è infatti anche lo stesso afghano che voglia modernizzare il paese. Il cambiamento non viene letto storicamente, bensì in termini letterali: quindi di per sé sovversivo della tradizione, peraltro nient’affatto univocamente rievocata. Riconosciuto dall’ortodossia è solo l’immobilismo dello statu quo.

Le tragiche sofferenze degli ultimi decenni hanno nondimeno ampliato nei 44 milioni di abitanti e nei loro gruppi dirigenti la consapevolezza dell’urgente necessità di superare i pregiudizi atavici che alimentano i conflitti interni. Ma i ritardi culturali sono con ogni evidenza vincolati alle dispute di potere e alla distribuzione dei non abbondanti beni materiali tra le diverse classi sociali, etnie e province. Kalashnikov, razzi Stinger, carri armati, bombardamenti aerei come strumenti obbligati e prevalenti della transizione dal feudalesimo alla modernità, hanno fatto di queste comunità di pastori e contadini forti, belli e orgogliosissimi un ibrido antropologico di straordinaria vivacità culturale. Il cui grado d’ingovernabilità è però vertiginoso.

Oggi, a determinare lo sguardo collettivo sul presente è una ancora una memoria paralizzata da un passato mitico. Da cui deriva una realtà politica scissa. Un sistema istituzionale di governo configurato sui modelli occidentali, sostenuto da una minoranza (ancorchè rilevante) della popolazione e soprattutto dagli Stati Uniti e dall’Union Europea. A cui si oppone una parte non maggioritaria, compattata da un fondamentalismo islamista diffuso e radicato, ben armato e combattente. L’esclusione del governo centrale di Kabul dalla trattativa e dall’accordo raggiunto da Stati Uniti e Talibani, è un’anomalia rivelatrice di una debolezza che costituisce il primo e maggiore intralcio sulla via della pace.

Quella che segue è una mia testimonianza in due tempi, che mette indirettamente a confronto diverse visioni del paese, attraverso momenti e punti di osservazione insolitamente distanti tra loro. Il primo, negli anni Cinquanta del secolo scorso, nasce dall’incontro con un Afghanistan lontanissimo e intimo, quasi irreale. Da me vissuto nondimeno concretamente nell’immediatezza dei racconti della famiglia dell’ex re Amanullah, rifugiatasi in Italia a fine anni Venti, in fuga dalla congiura che l’aveva cacciato dal trono. L’altro è una cronaca del mio viaggio in Afghanistan, nel 1988, inviato dalla RAI-TV a seguire la ritirata dei reggimenti dell’Armata Rossa inviati a combattere i mujaheddin insorti contro il governo modernizzatore e filosovietico di Babrak Karmal.

AFGHANISTAN, GIUGNO 1988

La brulicante Kabul a momenti sembra una città fantasma. Quasi tutti militari i pochi autoveicoli incrociati lungo l’autostrada dall’aeroporto seminata di buche. A provocarle, i mortai che d’improvviso, in apparenza capricciosamente, sparano dalle montagne vicine. Un fischio lacerante, un’esplosione e il silenzio attonito che manda giù d’un colpo la saliva rimasta appesa in gola: è questa la sequenza che scandisce la vita di quest’angolo di mondo anche nelle ore che precedono l’avvio dell’evacuazione del corpo di spedizione sovietico, giunto 10 anni fa. Dagli anfratti rocciosi in cui si nascondono, i mujaheddin non hanno la forza di scendere a contrastarlo in campo aperto, vogliono però ostacolarlo, vederlo non solo andarsene ma fuggire.

Nel quartiere delle ambasciate le porte sono sprangate dall’interno, sebbene sia ancora un primo pomeriggio, grigio ma non spento. Anche quella italiana, dove contavamo di rifugiarci Romolo Paradisi, il cameraman che mi accompagna, ed io. Più avanti, sullo stesso viale, dalla non molto distante rappresentanza diplomatica della Gran Bretagna qualcuno ci guarda attraverso le feritoie protette da vetri antiproiettili, senza però rispondere ai nostri eloquenti gesti di aiuto. Non fa né caldo né freddo, eppure l’aria è da brividi. Ci rassegniamo a risalire sul taxi noleggiato a peso d’oro, il cui autista nondimeno smania e minaccia di abbandonarci in questo monumentale cimitero dell’ospitalità se non accettiamo di andarcene in fretta.

Sferragliando a cento all’ora (tranne i russi, decisi a mostrare l’aplomb dei conquistatori, i pochi automobilisti, i meno rari ciclisti e pedoni, sulla strada corrono tutti), costeggiamo la Grande Moschea e giungiamo più o meno in centro. Riconosco il bazar Mandawi, in un’altra occasione ci ho comprato un tappeto: qui le uniche presenze umane, comunque quelle visibili, sono i guardiani che se ne stanno muti e rannicchiati davanti agli stand, coperti da teloni impermeabili beige-verdi (militari?) che lasciano intravvedere qualche canna di vecchi schioppi da cacciatori di lepri e conigli selvatici. Nella borsa-valori popolare spesso oscillante, il dollaro ha superato di quattro volte il rublo, come constatiamo in un commercio di pane e riso dove ci assicuriamo qualcosa da mettere nello stomaco.

Ce lo conferma il portiere del gigantesco hotel Intercontinental, a Karte Parwan, al quale dobbiamo lasciar intravvedere una lauta mancia in dollari, verdosi e fruscianti (alla vista dei rubli che ci erano restati in tasca dal nostro passaggio per Mosca, scuoteva deluso la testa), per convincerlo a darci due stanze. Per una decina di minuti almeno, mentre le prime tenebre incupivano la nostra prospettiva serale, lui insisteva che le stanze erano tutte riservate: “I am sorry… Izvinitzje mne, si scusava equanime tanto in inglese quanto in russo (a ogni buon conto). Ripetendocelo senza il minor imbarazzo anche dopo che divenuti clienti regolari e solventi avevamo potuto constatare che l’albergo era per metà vuoto.

C’è da queste parti un vistoso talento per la trattativa che è l’eredità più comune dell’antica civiltà persiana, l’arte del bazar. Per chiedere l’ineludibile visto d’ingresso abbiamo dovuto sostare a Mosca, dove ho vissuto poco meno di 5 anni come corrispondente del quotidiano La Stampa e conservo qualche amicizia. Ma ci siamo trovati, Romolo ed io, a dover battagliare una mattinata intera con il console afghano, che ci voleva dissuadere in ogni modo dall’andare a Kabul. A suo parere è pericoloso, troppo pericoloso. E poi -ripeteva- non c’è posto in aereo, e neppure in albergo. Insomma, ogni pretesto veniva bene. Gentile, quasi affabile, preoccupatissimo per la nostra sorte. Non che ne venisse fuori una gran conversazione, piuttosto una prova di resistenza nervosa. A chi si stancava prima.

Però ripetere e ripetere le stesse cose affatica anche lui. Così che a tratti ammutolisce e ci osserva in assoluto silenzio. Appresa la lezione, io faccio altrettanto. Gli dico con la sua stessa vivida cortesia che siamo adulti e professionisti, sappiamo badare a noi stessi, abbiamo i biglietti aerei e se non troviamo posto in albergo saremo ospiti della nostra ambasciata, che invito a consultare per sua tranquillità, e che comunque lui non porta la ben che minima responsabilità di quanto potrebbe accaderci. Poi taccio a mia volta e prendiamo a guardarci da una parte all’altra del suo tavolo ingombro di carte, tazze sporche, teiere, residui di cibo. Senza profferire parola per lunghi, esasperanti minuti.

Una situazione da cinema muto, tra Charlie Chaplin e Buster Keaton. Ma in chiave di surrealismo asiatico. Lo chiamano al telefono e si trattiene in una interminabile conversazione di cui non afferriamo una parola (pensiamo che debba essere pashtu, la lingua più parlata in Afghanistan, insieme al dari, al tagiko e al farsi persiano che sarebbe la madre di tutte queste altre). Quando all’improvviso conclude, si alza ed esce dall’ufficio senza rivolgerci neppure uno sguardo. Ma mi è venuta un’idea: afferro il telefono e riesco a rintracciare una vecchia conoscente, Lina Misiano, che vive da decenni a Mosca e ci si muove agilmente.

Ce l’ha portata bambina suo padre, esule antifascista, che ha organizzato la cinematografia sovietica e reso possibile -tra l’altro- la produzione de La Corazzata Potiomkin, il celebre film di Eisenstein. Arriva in breve tempo facendosi precedere da una telefonata. Al console non resta che ripresentarsi e ascoltarla. Lo fa in silenzio, forse rassegnato, senza muovere la minima obiezione. Ma di nuovo se ne va senza aprire bocca. Dobbiamo lasciarlo fare come vuole in modo che possa salvare la faccia, commenta Lina. Tarda venti minuti. Ma finalmente ritorna e ancora senza profferire una sillaba ci consegna i visti. Un’altra “anima morta”, ma gli afghani non sono così, commenta in tono ecumenico Lina all’uscita.

Questa conclusione, tanto giusta quanto ovvia, scaturisce dalla sua difficile esperienza di vita, dai molti e a lungo orrendi decenni di vita vis a vis con una burocrazia che con lo stalinismo ha perseguitato suo padre non meno di quanto avesse fatto Mussolini in Italia. Ma ha ragione, non esiste un carattere nazionale, è un cliché di studiosi attardati (le cattedre di etno-psicologia le hanno chiuse da un bel po’ in tutte le università occidentali e in oriente non le hanno mai aperte). E anche l’identità nazionale esprime un concetto ectoplasmatico a tal punto che per il senso comune si confonde con quello precedente. Mentre tutt’altra cosa è dire che certe condizioni originarie, quali essere nate e cresciute in povere zone isolate, tra montagne e deserti; oppure, al contrario, in favore di ampia comunicazione grazie alla prossimità di fiumi e mari, segnano taluni valori e comportamenti di intere popolazioni. Geografia e storia assimilano (o diversificano) le persone ben più di qualsiasi altro senso di appartenenza.

Ma non se ne può trarre nessuna teoria. Il generale cinque stelle Boris Gromov, comandante in capo delle truppe sovietiche in Afghanistan, è nato sul Volga, giù a Saratov, in un tratto in cui il grande fiume si apre fino a diventare immenso, di lì è passata gran parte della storia tra il Danubio e gli Urali. Ma lui si mostra distante, duro e impassibile, come il più solitario dei montanari. Richiama le descrizioni del suo collega Douglas MacArthur. L’americano “vicerè” del Giappone piagato dalle esplosioni atomiche; il russo zar dell’Afghanistan piagato dalla guerra civile, prima ancora che dall’occupazione sovietica. Entrambi sospettati di bonapartismo. Dicono che a caratterizzare questo tipo di persone siano l’ambizione di potere e la diffidenza verso l’altro. Dopo aver seguito un paio di conferenza stampa di Gromov, aggiungerei l’irrefrenabile antipatia per i giornalisti, in quanto il loro mestiere è fondato sulle domande, una forma letteraria che questo genere di persone detesta.

Tuttavia in qualche misura siamo suoi ospiti. Decolliamo dal fondo valle con un cacciabombardiere Tupolev che sale girando a spirale sull’asse dell’aeroporto per sfuggire ai razzi Stinger che i mujaheddin sparano dai monti circostanti. Subito prima di noi sono saliti a proteggerci un elicottero e un caccia Mig che sgancia bombe al fosforo bianco. Al contatto con l’ossigeno questi ordigni generano una potete massa di calore, che attrae i razzi deviandoli da quello dei motori del nostro aereo ai quali altrimenti potrebbe puntare. L’elicottero intanto mitraglia tutt’attorno i guerriglieri islamici annidati negli anfratti a mezza costa. Il comandante, un afghano, lascia i comandi al secondo per rassicurarci che il sistema è sperimentato e funziona bene. Non possiamo che rallegrarcene.

I due velivoli che ci hanno preceduto volteggiano ormai a grande distanza, minuscoli insetti scuri contro l’obliquo orizzonte azzurro pallido dell’alba. I generali sovietici che non amano né Gorbaciov che li costringe a ritirarsi né la sua perestrojka, ci portano a Jalalabad per mostrarci che controllano ancora gran parte del paese. Dal loro punto di vista è una questione d’onore. Hanno in testa Saigon 1975: e dicono apertamente che al contrario degli americani in Vietnam, essi non hanno perduto la guerra, se ne vanno di propria volontà, ordinatamente. Per rispettare i patti di pace sottoscritti a Ginevra lasciano il paese al legittimo governo loro alleato.

Dalla cabina di pilotaggio dove mi sono assicurato al sedile alle spalle del pilota, il mio tempo interiore corre però all’indietro verso le scene di un drammaticissimo racconto ascoltato decenni prima. Nel cruciverba di scie biancastre che velano il cielo e gli innumerevoli, densi misteri afghani immagino re Amanullah che giusto sessant’anni prima, nel febbraio 1929, corre lungo la medesima pista da cui noi ci siamo staccati da pochi minuti. Cerca di volare alla disperata verso la salvezza. E’ stato deposto da un colpo di palazzo ordito da un gruppo di capi tribù guidato da un khan tagiko, suo stretto parente, cosi come altri congiurati. I due Stukas tedeschi sui quali sta fuggendo non riescono a staccarsi da terra per il sovraccarico di passeggeri, la famiglia, la corte e decine di enormi forzieri ricolmi di valuta, oro e preziosi d’ogni genere.

I piloti della Luftwaffe già intravvedono la pista sfumare nella bassa vegetazione che chiude il nastro della pista, a poche decine di metri gli insorti a cavallo inseguono al galoppo ed esplodono fucilate. Vanamente trattenuti da alcuni cortigiani, due uomini dell’equipaggio del secondo velivolo afferrano una prima cassa e la tirano tra gli inseguitori, poi un’altra che rotola tra le zampe dei cavalli più vicini. Monili, sterline-oro, file di perle schizzano come sfavillanti schegge da fiaba orientale tra la cavalleria, disorientata dallo sbalorditivo bombardamento che ne frena l’impulso. Il primo Stukas riesce a levarsi in volo e vira subito per allontanarsi da quelle stesse montagne di cui anch’io vedo crepacci e aguzzi spuntoni. Il secondo lo segue in scia. Addio palazzo reale, addio Kabul.

Alcuni tratti nelle immagini del monarca deposto e della sua gente in fuga appaiono più grotteschi che epici, ma sono puntuali. Da ragazzo ho frequentato a lungo la sua famiglia, sempre ospitale ed elegante nella bellissima villa di via Orazio, nel romano quartiere Prati. Amanullah l’aveva acquistata insieme a molti altri immobili di gran pregio nella capitale e sui colli Albani, oltre che in Svizzera, subito dopo l’arrivo in Italia a metà del 1929. Mussolini in quel periodo corteggiava la Gran Bretagna e teneva perciò molto ad accoglierlo per usare una cortesia al governo di Londra che voleva l’ex re quanto più lontano possibile da Kabul, ma al tempo stesso sotto controllo. Politico intelligente e modernizzatore moderato ma convinto, spregiudicato tessitore di alleanze internazionali, dall’Unione Sovietica all’India, alla Turchia del laico Ataturk, egli teneva testa fieramente alle pretese britanniche. E in un’allora recente visita a Berlino aveva raggiunto un’intesa con la Germania del Kaiser.

A pranzo con l’anziana regina Soraya, nelle frequenti assenze del marito autorevolmente seduta a capotavola, i capelli raccolti a chignon e il collo eretto incorniciato dai merletti dei tailleur haut couture della Battilocchi, tutt’attorno i figli ormai adulti e il giovanissimo nipote Eklil, le notizie sull’Afghanistan sono il tema centrale di conversazione. Dalle loro parole immagino un mondo esotico e pericoloso, ma turbinoso e attraente scenario di vicende come quelle solo in parte romanzesche del Grande Gioco narrato da Rudyard Kipling. Appena giunta dall’altra faccia del pianeta e solo sussurrata, la notizia dell’assassinio a Kabul di Mohammed Nadir Khan, il cugino che ha guidato la ribellione contro Amanullah per occuparne il trono, accende d’improvviso una vivace costernazione nella residenza. La vittima aveva abolito più d’una delle riforme volute dal sovrano deposto, a cominciare dal velo di nuovo imposto alle donne.

Ciò nonostante uno studente ultra-nazionalista (un talibano, diremmo oggi) l’ha ammazzato a rivoltellate. “Allah non perdona la blasfemia, l’oltraggio è vendicato”, sento dire che avrebbe gridato l’assassino. Ma l’enigma da sciogliere senza tuttavia formularlo esplicitamente, poiché in presenza di ospiti comunque non si fa, è capire a così grande distanza chi ha davvero armato la sua mano. Eklil, il nipote del re con il quale condivido studi scolastici e gare di nuoto con l’A.S.Roma, mi introduce negli splendori e nei torbidi segreti di Kabul, luoghi di preghiera, personaggi potenti, spesso parenti anche stretti e nondimeno infidi nemici. Lo fa mostrandomi mappe e fotografie che il nonno e gli zii conservano negli archivi allestiti nel seminterrato della villa. La successione di Mohammed Zahir, figlio del monarca assassinato, suscita però qualche speranza di riconciliazione e concreta solidarietà tra gli afghani illustri di Roma.

E’ a distanza di decenni che con Eklil troviamo l’occasione di rievocare insieme quei tempi. Entrambi abbiamo trascorso gran parte delle nostre vite lontani dall’Italia, presi dai rispettivi impegni di lavoro, lui fortunato commerciante internazionale ed io cronista viaggiante. Il risveglio d’un fondamentalismo islamico combattente ha riprecipitato l’Afghanistan nella guerra civile. I talebani hanno lasciato le scuole coraniche per i kalashnikov e il terrorismo urbano. Amanullah non se lo ricorda quasi più nessuno. E neppure Zahir Shah, né suo padre Nadir. Il paese è diventato una realtà che nessuno di essi aveva previsto. Il fallimento di tutti i tentativi di modernizzazione tentati lungo il Novecento ne ha conservato soprattutto la separatezza, la distanza culturale dagli altri. Infinite sofferenze ne sono state il prezzo.

Eklil è inquieto soprattutto per un episodio minore ma personale, ch’egli ritiene simbolico di quanto continua ad accadere nella patria dei suoi avi. Un familiare acquisito, il secondo marito della madre, purtroppo scomparsa, gli ha appena detto che non ha poi molte ragioni di criticare quanto avviene in Afghanistan, poiché lui in effetti è tagiko… Capisci -commenta turbato- le mie origini non sarebbero afghane… Si capisce che un secolo fa, ma in realtà ancora oggi, quelle erano popolazioni nomadi e andavano di qui e di lì ignorando le frontiere politiche. Ma re Amanullah era afghano, padre di mia madre, è stato mio nonno. Se c’è sempre qualcuno pronto a dichiarare usurpatore qualche altro, quando mai l’Afghanistan avrà davvero pace?

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