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Afghanistan. L’Occidente dovrebbe collaborare con il nemico del suo nemico?

Afghanistan

L’analisi di Francesco D’Arrigo, direttore dell’Istituto Italiano Studi Strategici

 

In queste ultime settimane i politici stanno considerando se collaborare con il governo ad interim dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan o addirittura riconoscerlo, ma non tutti sembrano aver considerato i pro e i contro, ed eventualmente come giustificare all’opinione pubblica la collaborazione con un partner pericoloso e violento come il movimento Talebano ed i gruppi terroristici con i quali hanno formato il governo provvisorio.

Il governo degli Stati Uniti ha già dovuto affrontare questo dilemma: decidendo di cooperare con i Talebani per contrastare lo Stato Islamico in Afghanistan (IS), e questa scelta è stata pubblicamente ammessa il 1° settembre durante una conferenza stampa del Gen. Mark Milley, provocando un ennesimo shock nell’opinione pubblica americana, e non solo.

In realtà, anche prima che l’amministrazione Biden affidasse ai Talebani la gestione (disastrosa) del ritiro delle truppe occidentali e per esfiltrare i cittadini americani rimasti bloccati in Afghanistan, gli Stati Uniti avevano già cooperato con i Talebani in diverse azioni militari e di intelligence per perseguire interessi comuni contro lo Stato Islamico. Ed in questi giorni i funzionari statunitensi stanno seriamente pensando alla possibilità di perseverare in questa collaborazione. Ma se si fa un esame approfondito dei pro e dei contro di una futura cooperazione tra Stati Uniti, Occidente e talebani per contrastare lo Stato Islamico in Afghanistan, si realizza subito che se da un lato possono esserci vantaggi tattici ed operativi per entrambe le parti, questi benefici avrebbero dei costi politici per l’Occidente.

I Talebani e gli Stati Uniti condividono un apparente e temporaneo interesse a sradicare lo Stato Islamico dall’Afghanistan, ed entrambi hanno condotto operazioni volte a degradare le capacità del gruppo IS. Durante i lunghi anni di permanenza dei militari americani in Afghanistan sono state molteplici le operazioni antiterrorismo unilaterali e in coalizione con le forze speciali di sicurezza dell’Afghanistan sotto l’egida dell’operazione Freedom’s Sentinel. Anche i Talebani hanno condotto operazioni unilaterali contro lo Stato Islamico, ad esempio quando li hanno sconfitti e cacciati dalla provincia di Jawzjan.

Ovviamente, il più recente e controverso esempio di collaborazione tra Stati Uniti e Talebani si è verificato durante l’evacuazione del personale statunitense e degli afghani da Kabul. Nel tentativo di creare un ambiente il più sicuro possibile, gli Stati Uniti hanno prima accettato un accordo in base al quale i Talebani hanno preso il controllo della città di Kabul piombata nel caos, mentre i militari americani ed i loro alleati hanno assicurato il perimetro interno dell’aeroporto internazionale Hamid Karzai. I Talebani hanno inoltre promesso di non interferire con l’evacuazione guidata dagli Stati Uniti e per cercare di assicurare un passaggio sicuro all’aeroporto, le due parti hanno stabilito canali diretti di comunicazione ed una vera e propria di tregua, senza mai dichiararla ufficialmente. Sulla scia dell’attacco kamikaze all’aeroporto, compiuto della frangia afgana dello Stato islamico Isis-K, che ha provocato la morte di 13 militari statunitensi e di centinaia di afgani, il generale del Comando Centrale Usa, Kenneth McKenzie, ha rivelato che gli Stati Uniti hanno condiviso con i Talebani, per quasi due settimane, “intelligence sterilizzata sulle minacce dello Stato islamico”. Al limite dell’inverosimile è il fatto che queste informazioni di “intelligence sterilizzata” contenessero anche tutti i dati sensibili delle persone che dovevano essere autorizzate ad attraversare i posti di blocco talebani, trasformandoli così in potenziali ostaggi o vittime di ritorsioni. Da parte loro, i Talebani, hanno scortato gli americani direttamente ai cancelli dell’aeroporto diverse volte al giorno.

IL GOVERNO AD INTERIM DELL’EMIRATO ISLAMICO DELL’AFGHANISTAN

I tentativi di mostrare una immagine moderata e la disinformazione portata avanti dai Talebani e da chi sostiene che sono solo un movimento fondamentalista e che sia sbagliato definirli un gruppo terrorista, si fanno sempre più pressanti ma trovano pochi appigli nella realtà. Anche i distinguo tra Talebani, Al-Qaeda e l’ISIS è opera di disinformazione, perché tutte queste organizzazioni con la loro interpretazione radicale della legge islamica hanno in comune un` unica dottrina che ispira la loro leadership, e seppur con visioni diverse anche i Talebani hanno aderito alla chiamata al Jihad che Osama Bin Laden fece nel 1996, per portare avanti la guerra contro le forze della “miscredenza” e per distruggere gli Stati Uniti d’America, Israele ed i loro alleati.

Lo Stato Islamico in Afghanistan è stato fondato nel 2015 e considera i Talebani afgani come un rivale strategico. Tra i punti di contrasto oltre alla gestione del potere, lo Stato islamico in Afghanistan è altamente critico della limitata attenzione dei Talebani verso il paese ed i suoi abitanti, ma soprattutto per il fatto che gli studenti coranici “si oppongono all’obiettivo principale del movimento dello Stato islamico di stabilire un califfato globale“. Questa rivalità si è sempre palesata sia attraverso significativi scontri armati tra i due gruppi, che in una continua guerra culturale e mediatica.

Lo Stato Islamico in Afghanistan è pertanto un nemico dichiarato sia degli Stati Uniti che dei Talebani. Nel 2016, il governo degli Stati Uniti ha designato IS come organizzazione terroristica straniera ed all’inizio di quest’anno i report dell’intelligence americana hanno anche evidenziato le intenzioni del gruppo IS di attaccare gli Stati Uniti con piani che potrebbero sviluppare la capacità di realizzazione in un arco di tempo tra i 18/36 mesi dopo il ritiro dei militari dall’Afghanistan.

E questo risveglio dei jihadisti si è palesato nei giorni precedenti il ventesimo anniversario dell’11 settembre, quando tutti i canali social filo IS e Al-Qaeda hanno pubblicato link e materiali inediti dedicati alla giornata dell’11 settembre. In uno di questi dal titolo 11 Settembre: Non possiamo ricominciare da capo?! viene enfatizzata l’idea dei jihadisti di utilizzare un aereo civile come arma di guerra e distruzione dei crociati. Secondo questo articolo, le operazioni simili all’11 settembre sono quelle che da diversi secoli hanno inflitto i maggiori danni fisici, economici e psicologici agli adoratori della Croce e non impossibili da realizzare nuovamente. Chiamata all’azione non limitata solo a gruppi o organizzazioni jihadiste organizzate, ma a qualsiasi musulmano in grado di svolgere un’operazione da “lupo solitario”. Negli stessi giorni è stato trasmesso anche un video (modificato?) di commemorazione dell’attacco al World Trade Center di Ayman al Zawahiri (da molte fonti ritenuto morto), il successore di Osama bin Laden, inquadrato insieme al nuovo leader di AQIM, Abu Ubaydah Yusuf Al-Annabi, nel quale entrambi elogiano i Talebani ed invitano i jihadisti a essere pazienti e uniti.

In tale video, in maniera provocatoria i capi di Al-Qaeda menzionano i propri distretti situati in Pakistan e Cina, perché ora è noto a tutti che i servizi speciali del Pakistan cooperano strettamente con i Talebani e il nuovo governo dell’Afghanistan conta sull’assistenza economica della Cina. Quindi, i vertici di Al-Qaeda da un lato si congratulano per la presa dell’Afghanistan, dall’altro fanno sapere che non intendono abbandonare la lotta. Inoltre, Ayman al-Zawahiri ha ricordato ancora una volta la necessità di essere pazienti, perché il Jihad dei terroristi dovrebbe trascinarsi per diverse generazioni per logorare il nemico e ottenere il risultato desiderato, e cioè stabilire il califfato islamico come è stato fatto in Afghanistan.

Ma cos’è il califfato islamico secondo i Jihadisti? Semplificando al massimo la descrizione, lo Stato Islamico odierno deriva da una strumentalizzazione radicale del Patto di Medina, un documento stilato dal Profeta dell’Islam Maometto tra gli anni 622 – 623, che individua i principi sui quali si deve basare lo Stato Islamico. Il documento costituiva un accordo formale tra il Profeta Maometto e tutte le tribù ed i clan maggiormente rappresentativi della città-oasi di Yathrib (poi nominata Medina), inclusi i musulmani, gli ebrei e i pagani collocandoli all’interno di una nuova struttura sociale che fu chiamata Umma (Comunità). La dottrina originaria si fonda su 4 punti fondamentali: I) Sovranità, che appartiene a Dio; II) Autorità, che è umana e deriva dal Ba’yah (contratto); III) Potere, che è un “Servizio”; IV) la Forza (ed il suo uso), che è la prova del Potere e la principale espressione della sua esistenza. Lo Stato Islamico si realizza attraverso la sua relazione diretta con Dio, la sua universalità e la sua extraterritorialità, esprime la propria personalità attraverso suoi valori etici e religiosi allo stesso tempo. Religione, Legge e Politica sono le 3 dimensioni intrinseche della Shari’ah, dalla quale derivano i principi fondamentali dello Stato Islamico, della Società civile musulmana (Umma) e quindi la natura della politica da adottare sul territorio harām, ossia “sacro, inviolabile” (da cui era bandita ogni forma di violenza e l’uso delle armi), la sicurezza delle donne, stabili rapporti intertribali all’interno di Medina, un sistema di tasse per sostenere la Comunità nel corso dei conflitti, parametri per regolamentare alleanze politiche con l’esterno, un sistema per assicurare la protezione dei singoli, un sistema giudiziario per risolvere le dispute e per regolamentare il commercio. In una sola parola la Shari‛a, che nel lessico islamico e coranico è la «strada rivelata», e quindi la legge sacra, non elaborata dagli uomini ma imposta da Dio. La Shari‛a è interpretata e sviluppata dal diritto islamico a partire dalle sue fonti canoniche, che sono il Corano e la sunna, ricorrendo poi a strumenti supplementari (insieme costituiscono i cd. usul al-fiqh, “le radici del diritto” per tutto quello che nelle fonti non è detto esplicitamente e univocamente, nell’ambito delle possibilità umane e tenendo conto dell’approssimazione inevitabile. La Shari‛a si estende a ogni atto umano, da quelli individuali e interiori, legati alla devozione e al culto, a quelli esteriori, che comprendono tutte le attività connesse all’interazione sociale, dalla sfera personale a quella comunitaria a quella politica.

In pratica, il Patto di Medina rappresenta la Costituzione del primo Stato islamico della storia.

Nella sua prima dichiarazione pubblica dalla presa della capitale Kabul del 15 agosto da parte degli insorti, il leader supremo dei Talebani Haibatullah Akhundzada ha affermato che i Talebani si sono impegnati a rispettare le leggi internazionali, i trattati e gli impegni non in conflitto con la legge islamica, ed ha anche ribadito che “in futuro, tutte le questioni di governo e di vita in Afghanistan saranno regolate dalle leggi della Santa Sha’ria“.

Pertanto, non è stata una sorpresa per gli analisti il fatto che per formare il nuovo governo provvisorio dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan, i Talebani abbiano attinto dalle più alte sfere della loro organizzazione per nominare ministri e funzionari in ruoli strategici del nuovo gabinetto.

E proprio perché non sono un movimento politico, i curriculum vitae dei membri del nuovo governo talebano non si trovano su LinkedIn o qualche altra piattaforma social di recruiting o head hunting, e nemmeno su Twitter, che usano magistralmente per la loro efficace strategia mediatica di propaganda e disinformazione, finalizzate alla manipolazione dei media e dell’opinione pubblica occidentali.

I loro curricula sono, invece, disponibili nella United Nations Security Council Consolidated List (lista consolidata del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per il terrorismo), in quella dell’Interpol oppure in quella Most Wanted Terrorists dell’FBI.

Il Mullah Hasan Akhund, nominato primo ministro, come molti altri esponenti della leadership talebana fa discendere il suo prestigio dall’essere stato stretto collaboratore e consigliere politico del fondatore del movimento dei Talebani, il Mullah Omar.

Il neo premier è il capo carismatico del potente organo decisionale talebano Rehbari Shura (Consiglio della leadership) ed ha ricoperto ruoli come ministro degli esteri e poi vice primo ministro durante il loro primo governo (1996-2001).

Ma su 33 membri che compongono il governo ad interim dei Talebani almeno un terzo fanno parte della lista nera del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per il terrorismo, oltre al primo ministro Akhund i suoi due vice, Mullah Abdul Ghani Baradar e Maulvi Abdul Salam Hanafi. Il Mullah Abdul Ghani Baradar è il capo dell’ufficio politico del movimento talebano, a cui il Mullah Omar ha dato il suo nome di battaglia “Baradar” (Fratello). Insistenti voci non confermate riportano che sia stato ucciso in una sparatoria con i rivali del network Haqqani (anch’essi forza di governo), circa un mese dopo la sua vittoria lampo sul governo di Kabul sostenuto dall’Occidente.

Le voci seguono le speculazioni su possibili rivalità tra comandanti militari come gli Haqqani ed il leader dell’ufficio politico di Doha Baradar, che ha guidato gli sforzi diplomatici per raggiungere un accordo con gli Stati Uniti. I Talebani hanno ripetutamente negato speculazioni su divisioni interne, ma rimane il fatto che Baradar da qualche tempo non appare in pubblico e non ha nemmeno fatto parte della delegazione ministeriale che ha incontrato il ministro degli esteri del Qatar Sheikh Mohammed bin Abdulrahman Al-Thani a Kabul.

Il ministro della Difesa ad interim Mullah Yaqoob, il ministro degli Esteri ad interim Mullah Amir Khan Muttaqi e il suo vice Sher Mohammad Abbas Stanikzai, sono tutti elencati nel Comitato per le sanzioni dell’UNSC 1988.

Il gabinetto ad interim include anche quattro dei cinque leader conosciuti come i “Cinque Talebani” che sono stati detenuti nel campo di prigionia di Guantánamo Bay sull’isola di Cuba: Mullah Mohammad Fazil (vice ministro della difesa), Khairullah Khairkhwa (ministro dell’informazione e della cultura), Mullah Noorullah Noori (ministro dei confini e degli affari tribali) e Mullah Abdul Haq Wasiq (direttore dell’Intelligence). Il quinto membro del gruppo, Mohammad Nabi Omari, è stato recentemente nominato governatore della provincia orientale di Khost.

Sirajuddin Haqqani, il nuovo ministro degli interni, è il figlio del fondatore della rete Haqqani, classificata come gruppo terroristico da Washington, potente comandante dei Talebani, Sirajuddin è considerato un “Global Terrorist” che attraverso una ventina di Alias mantiene stretti legami tra i Talebani e Al-Qaeda.

È uno degli uomini più ricercati dall’FBI per il suo coinvolgimento nella progettazione di numerosi attacchi suicidi e sulla sua testa pende tutt’ora una taglia di 10 milioni di dollari, che il Dipartimento di Stato Usa offre(?) a chiunque fornisca informazioni utili per la sua cattura…

Un altro esponente della famiglia Haqqani, Anas è stato nominato capo della sicurezza di Kabul. È il figlio più giovane del comandante militare Jalaluddin Haqqani, che ha combattuto sia i sovietici che gli americani, e fratello del ministro degli interni Sirajuddin Haqqani, ora a capo del network Haqqani.

La rete Haqqani è un’organizzazione militante islamica sunnita fondata da Jalaluddin Haqqani, che emerse come un carismatico comandante degli insorti durante la guerra antisovietica; era un membro della fazione Hezb-e Islami guidata dal famoso comandante dei mujahedin Younis Khalis. Jalaluddin era riconosciuto come uno dei mentori più vicini a Bin Laden durante gli anni di formazione del fondatore di Al-Qaeda nella guerra afgana del 1980, successivamente si è alleato con i Talebani afgani ed ha ricoperto il ruolo di ministro degli affari tribali e di confine di quel gruppo, quando i Talebani detenevano il potere in Afghanistan tra la metà e la fine degli anni ’90. Sirajuddin Haqqani, il figlio di Jalaluddin, attualmente guida le attività operative del gruppo, insieme a diversi dei suoi parenti più stretti. Sirajuddin nell’agosto 2015 è stato nominato vice del nuovo leader talebano Mullah Akhtar Mohammed Mansur, cementando l’alleanza tra gli Haqqani e i Talebani. Il gruppo è composto principalmente da membri della tribù Zadran ed è considerato il più letale e sofisticato tra quelli che hanno preso di mira le forze statunitensi e della coalizione, conducendo assalti coordinati con razzi, IED e attacchi kamikaze con veicoli carichi di esplosivi.

Di fronte a tale scenario è chiaro che bisognerà fare di tutto per evitare una catastrofe umanitaria, ma l’Occidente non può pensare di intrattenere relazioni che possano legittimare questo governo ed il suo gruppo di potere.

Immediatamente la Cina si è candidata a diventare il partner principale dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan, perché può rappresentare una fondamentale opportunità di investimenti economici collegati al progetto “One belt, one road” che lusinga il governo di Akhund con la rinascita dell’antica Via della seta come lasciapassare verso i mercati (ed i traffici) di tutto il mondo.

Da un punto di vista diametralmente opposto, per i Talebani, una cooperazione palese con gli Stati Uniti potrebbe comportare rischi politici. Per anni si sono preoccupati – e si sono fortemente concentrati – sul mantenimento della coesione interna della loro coalizione. Il governo provvisorio appena formato, pur escludendo completamente le donne e le minoranze, è generalmente inclusivo delle fazioni interne del gruppo e sembra essere stato progettato con questo tipo di accordo politico. Alcune di queste fazioni – in particolare gli Haqqanis – si oppongono alla cooperazione con gli Stati Uniti, perché ritengono di non aver bisogno di alcun aiuto dal nemico per rendere sicuro il paese.

Per l’amministrazione Biden in estrema difficoltà interna, affidarsi ai Talebani per combattere contro lo Stato Islamico in Afghanistan rappresenterebbe un approccio molto meno pericoloso ed oneroso di alcune delle opzioni “Over the Horizon” che sarebbero state prese in considerazione. Offrendo supporto all’obiettivo dei Talebani di sconfiggere lo Stato Islamico, gli Stati Uniti potrebbero anche incentivare azioni positive da parte del nuovo regime afgano su altre priorità, come permettere ai restanti cittadini statunitensi ed agli afgani richiedenti un visto speciale di immigrazione negli Usa di lasciare il paese.

Una cooperazione aperta con il regime talebano – anche se focalizzata su un nemico riconoscibile come lo Stato Islamico – potrebbe alimentare la confusione nelle politiche antiterrorismo ed indebolire ulteriormente il presidente Biden nei confronti dell’opinione pubblica americana e degli gli alleati Nato, soprattutto se i Talebani continuano le loro azioni oppressive e violente contro le donne, le minoranze e la libertà di stampa. Inoltre, anche se l’amministrazione Usa potesse assicurarsi la cooperazione dei Talebani contro lo Stato Islamico in Afghanistan, è altamente improbabile che i Talebani intraprendano ulteriori azioni contro Al-Qaeda, un gruppo con cui mantengono forti legami strategici.

Nel tentativo di esorcizzare tale alleanza contronatura, il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti Lloyd Austin ha messo in guardia dal trarre “interpretazioni logiche” che possano far intravedere una futura collaborazione con i Talebani come conseguenza della recente cooperazione, ed il Gen. Milley (in questi giorni accusato di alto tradimento dai Repubblicani per gli eventi del 6 gennaio) gli ha fatto eco sottolineando che i Talebani sono un “gruppo spietato”, ma come ha anche dovuto ammettere che “in guerra, si fa ciò che si deve per ridurre il rischio per la missione, e non necessariamente ciò che si vuole fare“.

Mentre la guerra degli Stati Uniti contro i Talebani è finita, il conflitto contro lo Stato Islamico e gli altri gruppi jihadisti continua e ci riguarda da vicino. Purtroppo, chi pensa che la lotta contro il radicalismo islamico sia finita si sbaglia. Una nuova fase è appena iniziata.

In questa lotta, gli Stati Uniti e gli alleati non dovrebbero in alcun modo collaborare con il diavolo – come la grande maggioranza degli occidentali considerano i Talebani, evitando ogni tipo di legittimazione politica del governo provvisorio ed esercitando la massima pressione affinché vengano rispettati i diritti umani.

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