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Perché Biden dialogherà con Xi sull’Afghanistan

Cina Politica Estera

L’analisi di Marco Mayer, docente al Master in Cybersecurity LUISS, già consigliere del ministro dell’Interno per la Cybersicurezza (2017-2018)

È sbagliato considerare il fallimento in Afghanistan come un errore strategico esclusivamente americano. Sul piano militare e dell’impegno finanziario gli Stati Uniti hanno certamente sostenuto il peso maggiore. Tuttavia sul piano politico-diplomatico l’Afghanistan rappresenta una delle operazioni militari con l’uso della forza che nel corso di 30 anni hanno coinvolto (salvo alcune eccezioni quali l’Iraq ed il Kosovo) le maggiori potenze del mondo sotto l’egida delle Nazioni Unite.

Grandi difficoltà permangono in Bosnia dove i bombardamenti risalgono al 1995. Se In questo caso specifico l’azione militare ha avuto almeno il merito di fermare i combattimenti le missioni internazionali post conflitto hanno prodotto risultati modesti e il paese attraversa tuttora una crisi molto grave.

Per non parlare della Libia. L’11 marzo del  2011  il Consiglio di Sicurezza dell’ONU  ha  approvato grazie all’astensione di Cina, Russia, India, Brasile e Germania (e con nessun voto contrario) un intervento militare che ha prodotto un decennio di caos interno nonché grave instabilità nei paesi confinanti per i grandi quantitativi di armi provenienti dagli arsenali del regime libico.

La drammatica situazione in Afghanistan è un’ulteriore prova che occorre ripensare una visione politica che si é venuta affermando dopo  la caduta del muro di Berlino e la rottura dell’ equilibrio bipolare.

Negli ultimi trenta anni l’obiettivo delle missioni internazionali non si é limitato alle tradizionali attività di interposizione tra le parti in conflitto, ma si é posta spesso obiettivi poco realistici e/o decisamente troppo ambiziosi.  Quando si affidano alle missioni internazionali (militari e civili) i processi di democratizzazione, la gestione delle elezioni politiche e municipali e l’instaurazione dello stato di diritto i cambiamenti di regime diventano inevitabili anche se solennemente negati nei documenti ufficiali.

Quando non c’è cambiamento di regime spesso le missioni finiscono male. La riprova più clamorosa è la Somalia. Prima del ritiro dei contingenti militari per il fallimento delle missione (UNITAF, UNISOM I e UNISOM II) non c’é stato alcun cambiamento di regime. L’effetto pratico è noto. Nella seconda metà degli anni novanta – dopo il ritiro delle truppe internazionali – i signori della guerra continueranno a regnare in Somalia e a combattersi tra di loro. Successivamente saranno le Corti islamiche ha dominare il paese e poi imperverseranno le milizie Al Shabab (dal 2010 alleate di Al Qaeda).

D’altra parte i cambiamenti regime non danno certo risultati migliori. l’Afghanistan e la Libia dimostrano quanto pericolosi possano essere i cambi di regime imposti dall’esterno e che essi possano produrre effetti boomerang ancora più gravi. Ormai quasi tutti hanno preso atto che le teorie costruite dai neocon repubblicani (ma praticate da molti, non solo da loro) costituiscono un “delirio di onnipotenza”: la democrazia non si esporta dall’esterno. Che fare?

È anacronistico tornare alla dottrina della non interferenza negli affari interni. Tra l’altro Cina e Russia dichiarano di sostenerla a parole, ma è pura retorica. Le due potenze interferiscono, infatti, con modalità diverse in numerose aree del pianeta.

La Cina ha una rilevante influenza in Ungheria, Pakistan, Birmania, Nord Korea, Etiopia, Repubblica Democratica del Congo, Cambogia solo per citare i casi più eclatanti. La Russia è particolarmente attiva in Venezuela, Serbia, Libia, Siria, Bielorussia, ecc. per non parlare delle incursioni informatiche e delle campagne di disinformazione di cui molti paesi dell’Unione Europea sono vittime quotidiane.  La non interferenza negli affari interni sarebbe comunque impossibile in un mondo sempre più interconnesso. L’interconnettività presenta alcuni rischi, ma nell’insieme è un fattore di progresso.

Tuttavia occorre distinguere. Guai a confondere – come spesso accade – interconnettività con interdipendenza. Un grande studioso come Kenneth Waltz ha messo in luce molti anni fa come un eccesso di interdipendenza può generare conflitti e guerra. Sotto questo profilo l’Afghanistan – epicentro di complesse interdipendenze (geopolitiche, economiche, religiose, etniche, criminali e terroristiche) – si presenta in queto momento per la Cina come una sfida assolutamente inedita, che fa tremare i polsi.

La Cina ha partecipato sinora ad una ventina di missioni militari di peacekeeping delle Nazioni Unite, ma ha agito con un  basso profilo politico e con un numero esiguo di truppe sul campo. Oggi con il ritorno al potere dei talebani in Afghanistan non se lo può più permettere. Nel nuovo emirato islamico per la Cina la posta in gioco é molto alta. La domanda su cui accendere i riflettori è la seguente: riuscirà  a svolgere un ruolo di moderazione e di stabilizzazione in un paese che i russi e gli americani hanno dovuto abbandonare con un grave insuccesso alle spalle?  Peraltro in Asia la Cina ha già numerosi avversari: India, Giappone, Australia, Vietnam solo per citarne alcuni. E anche la Russia ha un’agenda almeno in parte dissonante.

Come è accaduto in passato con la divisione in due blocchi tra Usa e Unione Sovietica , nei prossimi anni la contrapposizione tra Washington e Pechino si preannuncia molto dura: in ultima analisi essa ripropone lo scontro tra democrazia e totalitarismo.

La Cina punta da anni al primato su reti e tecnologie digitali, computazione e comunicazione quantistica con un duplice scopo: a) rendere ancora più pervasiva la sorveglianza di massa del partito comunista sui comportamenti dei propri cittadini, delle università e delle imprese; b) rafforzare la propria influenza nel mondo (Italia compresa).

La contrapposizione coinvolgerà l’Unione europea e le democrazie asiatiche ed il ruolo di tutti gli alleati degli Stati Uniti è potenzialmente destinato a crescere nel bipolarismo ” imperfetto” che si profila nell’immediato futuro.

Si tratta di una occasione che l’Italia e l’ Europa non possono permettersi di perdere, a partire dal Mediterraneo dove il peso di Russia e Turchia è in continua crescita. In questo nuovo contesto un canale di comunicazione (più o meno riservato) tra Washington e Pechino resterà comunque aperto come è avvenuto del resto con Mosca durante la guerra fredda. Come accennato nei paragrafi precedenti la dottrina della non interferenza è anacronistici oltre che impossibili da attuare, basta pensare ai cambiamenti climatici o all’epidemie che non si fermano certo ai confini delle nazioni.

In che direzione agire? In teoria non è difficile elencare una casistica in cui qualche forma di interferenza internazionale (armata o meno)  può essere considerata legittima e condivisa dalla cosiddetta “comunità internazionale”. Mi vengono in mente a questo proposito le riflessioni contenute nell’ultimo libro di Antonio Cassese, influenzate dalle sue esperienze di inviato delle Nazioni Unite in Sudan e in Libano.

Il Consiglio di Sicurezza ai senso dell’art.42 potrebbe, ad esempio, concordare sei fattispecie in cui è possibile intervenire con l‘uso della forza senza l’autorizzazione dello Stato interessato quando esso non è in grado di far fronte alla situazione:
a) terrorismo, carestie, c) epidemie, d) catastrofi ambientali – di origine naturale e/o prodotte
dall’uomo, e) tentativi di genocidio, f) protezione di rifugiati e sfollati.

Questa è un’ipotesi solo abbozzata. Ma perché questo genere di soluzioni si concretizzino condizione sine qua non è che i leader politici e le diplomazie puntino ad avviare nei prossimi anni processi negoziali lungo quattro condizioni squisitamente politiche:
a) l’avvio di  un canale bilaterale  riservato  tra Stati Uniti e Cina dedicato a questa materia. Nel momento che si profila un nuovo assetto bipolare (ciò che ho un definito “bipolarismo imperfetto”) si tratta- a mio avviso – di una condizione preliminare.
b) il consenso di Russia, Francia e Regno Unito in qualità di membri permanenti del Consiglio di Sicurezza;
c) il coinvolgimento preventivo degli alleati europei e asiatici da parte degli Stati Uniti;
d) Una qualche forma d’intesa tra i paesi BRICS anche se questo format appare in via di esaurimento per le laceranti divisioni interne, tra Cina e India in primis,

Non sappiamo se in ottobre al G20 di Roma ci saranno le condizioni per un vertice bilaterale tra Joe Biden e Xi Ping. Vedremo. Quel che è certo è che la credibilità atlantica ed europeista di Mario Draghi può stimolare la nostra diplomazia ad immaginare senza clamore ipotesi innovative per il rilancio del multilateralismo a livello globale e suggerimenti operativi su come aggiornare l’assetto e l’architettura della politica internazionale alle esigenze del mondo contemporaneo.

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