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Accordo Israele-Emirati, ecco chi vince e chi perde

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Il commento di Fiamma Nirenstein sul ruolo di Trump nell’accordo fra Israele ed Emirati Arabi Uniti

 

C’è una parola magica per tutti sin dalla nascita dello Stato d’Israele. Ai tempi degli accordi di Oslo inondava i teleschermo di immagini affettuose persino della faccia del suo peggiore odiatore, Arafat. La parola magica, pace, ieri Netanyahu l’ha ripetuta decine di volte parlando della svolta storica della pace con gli Emirati, ha detto che essa costruirà un Medio Oriente migliore, più ricco, più equilibrato, e ha anche voluto con questo sottolineare che chi riesce a raggiungerla, come Begin con l’Egitto nel ’79 e Rabin con re Hussein di Giordania nel ‘94, entra nel libro d’oro della storia.

E’ il suo turno, ha detto, e l’ha rivendicato con passione: “Vera pace, pace senza condizioni”. Ovvero, l’accento cade sul riconoscimento non di rivendicazioni palestinesi, ma del riconoscimento, in Medio Oriente, da parte del mondo arabo, che vale la pena di riconoscere Israele, di farci la pace per motivi relativi alla sua stessa natura, alla sua strategia, all’economia, alla cultura, alla sua forza, alla guerra contro il terrorismo. “Gli Emirati Arabi hanno fatto fiorire il deserto, come noi”. I teleschermi a Gerusalemme  mostrano le immagini futuristiche dei grattacieli meravigliosi degli Emirati, la gente può ricominciare a sognare qualcosa di bello, di buono, la pace finalmente.  I volti di Netanyahu, dello sceicco Mohammed Bin Zayed e di Donald Trump appaiono soddisfatti: il più ammirevole è Bin Zayed, perché il mondo arabo dal 1948 non ha fatto che accanirsi contro l’esistenza stessa di Israele e gli Emirati, sempre un passo avanti nell’innovazione, stavolta staccano la storia.

L’accettabilità della prospettiva è condizionata non ai soliti confini del ’67, e qui il salto conoscitivo e politico è evidente, ma c’è una condizione: è la messa da parte del piano Trump, cioè l’abbandono del programma di sovranità sul 30 per cento dei territori compreso nel programma di pace di Trump. Un programma futuristico, che per altro non era mai stato adottato ufficialmente, mai votato in parlamento, e adesso in un angolo data la crisi Covid e le elezioni americane. Israele lo abbandona adesso, facendo inquietare una parte dell’elettorato di Bibi, ma l’annessione non era all’orizzonte comunque, e la novità della pace invece è magnifica. Scienza, satelliti, energia, e nuovi accordi di pace sono all’orizzonte.

Le reazioni dei “settler” saranno dure; ma è ben più strano e che i palestinesi che si erano mossi in tutto il mondo per fermare il piano, adesso non appaiono contenti, al contrario, sono furiosi dell’accaduto.

Ma l’accordo di pace con la parte più innovativa del mondo arabo è il biglietto d’ingresso su una terrazza futuristica che disegna un Medio Oriente pacificato in un momento di grande crisi internazionale, e risponde con determinazione alla belligeranza dell’Iran con i suoi Hezbollah, e della Turchia che si avventurano con le armi in pugno sulle orme di scontri settari e religiosi, alla conquista. Il mondo arabo sunnita guarda a Israele: col suo coraggio e le sue armi appare come uno scudo desiderabile, attendibile, utile.

I palestinesi si ritengono pugnalati alla schiena, ma forse Abu Mazen capirà che è l’ora di chiudere con i soliti “no” di tornare a parlare. Il rapporto fra Israele e una parte molto vasta del mondo sunnita mentre l’Iran si faceva sempre più minacciosi era già rafforzato: Netanyahu stesso aveva visitato l’Oman e il Sudan,l’ambasciatore Dore Gold aveva incontrato importanti esponenti dell’Arabia Saudita.

Lo scambio di informazioni, strategia, tecnologia, innovazione e business sono in piedi da molto tempo. Ma per Israele la mossa è di grande importanza diplomatica, all’ONU, all’UE: forse anche le istituzioni internazionali, come Bin Zayed, impareranno a guardare a Israele con occhi volti a una “vera pace”. E allora i palestinesi verranno a trattare la pace.

(Estratto dal blog di Fiamma Nirenstein)

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