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Abolire il Mezzogiorno? Il Bloc Notes di Magno

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Il Bloc Notes di Michele Magno su passato, presente e futuro delle politiche per il Mezzogiorno

In un libro pubblicato nel 2003, “Abolire il Mezzogiorno” (Laterza), Gianfranco Viesti sosteneva giustamente che c’è «la necessità di eliminare lo stereotipo che consente di non guardare mai che cosa sta davvero succedendo nelle regioni del Sud e nelle Isole e nei tanti e diversi territori che le compongono, nel bene e nel male, e di spiegare sempre tutto, semplicemente, adducendo il motivo che il Mezzogiorno è il Mezzogiorno, cioè altro rispetto all’Italia».

Rompendo un lungo e surreale silenzio, sedici anni dopo il Mezzogiorno è tornato agli onori della cronaca grazie alla crisi di un grande polo industriale, a un crac bancario, a una bizzarra polemica contro il presunto egoismo di Milano. Non c’è da rallegrarsene. Il meridionalismo migliore – quello di Giustino Fortunato e Gaetano Salvemini, di Guido Dorso e Tommaso Fiore, per citare alcuni nomi — ha sempre saputo analizzare le ragioni profonde del suo ritardo e le responsabilità della sua “borghesia lazzarona”, che prosperava nelle pieghe del sottopotere.

Cosa rimane oggi di quel meridionalismo? Molto poco, forse niente. Solo qualche piagnisteo neoborbonico sulla rapacità del Nord, sui fallimenti del mercato e sulla “secessione dei ricchi”. Al contrario, andrebbe ammesso senza ipocrisie che l’intervento pubblico nel Mezzogiorno si è trasformato da soluzione in problema. Livelli di spesa svedesi e civismo latino-americano si sono convertiti in una macchina del consenso che ha oliato gruppi affaristici e consorterie partitiche, burocrazie amministrative e clan criminali.

Clientelismo e assistenzialismo hanno così foraggiato una coalizione della rendita parassitaria e un “capitalismo politico” che spiazzano chi vuole operare correttamente sul mercato legale. Il Sud, quindi, va liberato da un sistema di incentivi che ha distorto profondamente la sua crescita economica e i processi di selezione delle classi dirigenti locali, e che tutto ciò che offre ai ceti più forti in convenienza lo toglie alle giovani generazioni in opportunità di vita.

Deve invece poter contare su uno Stato impegnato nelle sue funzioni essenziali, e solo in esse: amministrare la giustizia, garantire la sicurezza dei cittadini, fornire servizi sanitari ed educativi decenti, infrastrutturare il territorio. Deve dotarsi, inoltre, di quelle capacità progettuali che sono indispensabili per utilizzare con profitto i finanziamenti europei nei campi dell’innovazione tecnologica e del risanamento urbano.

A Napoli come a Bari e Palermo non mancano le energie imprenditoriali, sociali e intellettuali pronte a raccogliere questa sfida. Ma devono essere aiutate da Roma ad aiutarsi da sole. Ma non mediante sostegni al reddito e pensionamenti anticipati elargiti a fondo perduto in un mercato del lavoro stagnante. Uno spreco enorme di risorse della collettività, destinato a rinfocolare quei sentimenti di stanchezza e sfiducia che sono dilagati dopo decenni di retorica meridionalista.

È necessario, insomma, rompere definitivamente con la vecchia logica dei piani e provvedimenti straordinari, ancorché  ridenominati contratti di programma o “contratti di Rete”. Infatti, “il Mezzogiorno non ha bisogno di leggi speciali e di trattamenti speciali. Ha bisogno di una politica generale, estera ed interna, che sia ispirata al rispetto dei bisogni generali del paese, e non di particolari tendenze politiche o regionali” (Antonio Gramsci, “Il grido del popolo”, aprile 1916).

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