Innovazione

Tutti i piani della Germania per l’Intelligenza artificiale

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L’approfondimento di Pierluigi Mennitti da Berlino sul piano strategico tedesco per l’intelligenza artificiale

Fin dagli slogan, nel piano della Germania per favorire l’intelligenza artificiale che viene presentato oggi sembra risentire l’eco degli ambiziosi quanto vaghi piani europei di inizio millennio. Tipo la Strategia di Lisbona varata proprio nel 2000 che avrebbe dovuto trasformare l’Unione Europea “nell’economia più competitiva nel mondo entro il 2010”. Poi si sa come è andata a finire. Il progetto del governo di Berlino promette di “aiutare l’economia tedesca a raggiungere la leadership globale” in un settore ormai considerato strategico. In verità, dato il punto di partenza, sarebbe già tanto recuperare un po’ del ritardo accumulato nei confronti dei battistrada, Stati Uniti e Cina.

Tre miliardi di euro fino al 2025 è il budget che accompagna la strategia, e già appare un tesoretto smagrito a confronto dei 128 miliardi fino al 2020 stanziati per lo stesso obiettivo dalla controparte cinese, mentre negli Usa ci pensano le aziende a trainare la corsa verso l’IA, con colossi come Apple, Microsoft, Facebook, Amazon in prima fila.

E soprattutto Google. Quella Google che ha appena sbattuto le porte in faccia al comune di Berlino, dopo le proteste dei movimenti di quartiere che hanno impedito la realizzazione di un Campus dell’azienda a Kreuzberg: un progetto milionario che puntava a creare nel cuore della capitale un centro articolato di promozione e sviluppo di startup. Ma gli abitanti del quartiere simbolo della contestazione degli anni Settanta e Ottanta non ne hanno voluto sapere e l’azienda americana ha tolto il disturbo. Uno smacco per Berlino che vorrebbe diventare capitale mondiale delle startup: e un segnale di come dai progetti alla realtà il passo sia sempre molto lungo.

Eppure il governo ci prova, consapevole che il fronte della digitalizzazione rappresenti per il sistema-paese tedesco la vera sfida da vincere per mantenere il livello di prosperità economico-sociale faticosamente costruito dal dopoguerra ad oggi. Una sfida rispetto alla quale la Germania è già in ritardo e l’esecutivo sa di giocarsi l’ultima carta per provare a dare un senso costruttivo a una legislatura finora deludente.

Così, sotto lo sguardo della cancelliera, la task-force digitale del governo si è rinchiusa per due giorni a Potsdam, nelle stanze dell’Hasso Plattner Institute, una specie di santuario tecnologico per studenti della materia, centro di eccellenza che svetta tra i boschi fra Potsdam e Berlino, quasi sul bordo dove fino a trent’anni fa correva il confine fra la Germania Est e Berlino Ovest. Un luogo simbolico e contagioso, dove i professori trasmettono la sapienza del management creativo e i responsabili dell’esecutivo hanno limato le 78 pagine che illustrano il piano per spingere l’industria nelle braccia dell’intelligenza artificiale.

Un trio è alla guida del gruppo di lavoro: Eva Christiansen, responsabile del dipartimento programmazione, innovazione e politica digitale, Dorothee Bär, sottosegretaria Csu con delega alla digitalizzazione e Helge Braun, il ministro della Cancelleria che tiene le fila di tutto. La strategia si basa su quattro punti principali: la disponibilità dei dati, la formazione di tecnici e forza lavoro specializzata, l’implementazione delle tecnologie nelle imprese e una regolamentazione che favorisca l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Quattro elementi chiave attorno ai quali costruire il quadro di intervento governativo – finanziario e legislativo – che dovrebbe accompagnare la Germania, finalmente, nell’era della digitalizzazione. Tutto accompagnato dalla speranza (che nel documento è una certezza) che i 3 miliardi pubblici stanziati costituiscano una leva moltiplicatrice per investimenti privati, da parte delle stesse aziende.

Sui dettagli il piano è meno preciso. Un indice di debolezza, lamentano i critici, che vedono nella vaghezza di strumenti e road map il rischio che l’implementazione dell’IA nella vita reale di aziende e amministrazioni resti un libro dei sogni. Un segno di pragmatismo, sostengono gli ottimisti, dal momento che un piano strategico su un terreno in così rapida trasformazione come quello digitale, deve per forza di cose essere flessibile.

Qualche numero viene fornito riguardo alla formazione: il documento prevede che scuole speciali e università sfornino “almeno 100 nuovi professori in materia di intelligenza artificiale”. Si punta inoltre a coinvolgere direttamente le aziende attraverso un network di almeno 12 centri e laboratori che dovrebbero raggruppare e coordinare i centri di ricerca già esistenti sul territorio, nei quali permettere agli imprenditori, soprattutto delle medie e piccole aziende, di sperimentare le innovazioni da implementare.

Secondo uno studio commissionato nella scorsa primavera proprio dalla Cancelleria, l’industria tedesca è nel complesso in forte ritardo sulla digitalizzazione dei processi produttivi. L’unico settore in cui l’industria tedesca è competitiva a livello globale è quello delle auto a guida autonoma – hanno spiegato gli esperti – in altri campi il ritardo è enorme, specialmente per quel che riguarda i sistemi automatici di produzione, il settore dello smart home e la computerizzazione.

L’altro settore di intervento è quello dei dati, aspetto essenziale per il funzionamento dell’IA ma questione molto sensibile in un paese che ha fatto della tutela dei dati personali quasi una religione. Il governo intende realizzare una sorta di agenzia pubblica di fiducia che raccolga e metta a disposizione dati anonimi a ricercatori, sviluppatori e aziende. La preoccupazione è di battere Usa e Cina su questo terreno e imporre standard europei (e tedeschi) per “modelli di business basati su raccolte dati corrispondenti alla struttura economica, sociale e di valori del nostro continente”.

Allargando questo aspetto al tema della sicurezza, la strategia di Berlino punta inoltre a fornire alle aziende gli strumenti finanziari per uno sviluppo autonomo delle tecnologie stesse. Hardware e software made in Germany per evitare la dipendenza dagli sviluppatori americani e cinesi, specie per le applicazioni nei settori strategici come le infrastrutture energetiche, di telecomunicazione, di trasporto e di sicurezza.

Sull’efficacia del piano strategico per l’intelligenza artificiale si discuterà a lungo nelle prossime settimane. Una risposta importante per la sua applicazione verrà naturalmente dagli sviluppi politici e dalla tenuta del governo, per nulla certa. Intanto, fra le prime reazioni, c’è quella scettica del più autorevole quotidiano tedesco, la Frankfurter Allgemeine Zeitung. Dopo aver sottolineato “il rinascimento della politica industriale in Germania”, la FAZ ha osservato come già in passato sia apparso evidente che “investimenti finanziari pubblici iniziali non servano a consolidare nel tempo settori industriali”, come come si è visto per l’industria solare. Meglio che il governo concentri le sue spese laddove la sua azione può davvero incidere: in asili per incoraggiare i bambini, in scuole per formare tecnicamente gli studenti ad affrontare le sfide del tempo. E nell’abbattimento dei cavilli burocratici per favorire la creazione di imprese: “Sarebbe questa la migliore politica industriale”, chiosa il quotidiano di Francoforte. E il caso di Google a Berlino sembrerebbe dargli ragione.

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