Innovazione

Tutti gli investimenti di Apple, Alphabet, Cisco, Microsoft e Oracle grazie a Trump

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Ecco gli effetti del maxi-taglio fiscale di Donald Trump su Apple, Alphabet, Cisco, Microsoft e Oracle. L’articolo di Francesco Bertolino, giornalista di MF/Milano Finanza

A cosa è servito il maxi-taglio fiscale di Donald Trump? Ad aumentare gli investimenti delle imprese e i posti di lavoro negli Stati Uniti, come prometteva il presidente americano, o a ingrossare le tasche degli azionisti, come pronosticavano i detrattori della riforma?

A un anno dall’approvazione del Tax Cuts and Jobs Act, l’ago del bilancio sembra pendere più verso la seconda opzione, almeno per quanto riguarda il settore tecnologico. Stando ai calcoli del Financial Times, cinque compagnie tech (Apple, Alphabet Cisco, Microsoft e Oracle) hanno impiegato nel 2018 oltre 115 miliardi di dollari nel riacquisto di azioni proprie, quasi il doppio di quanto speso in tutto il 2017.

Nello stesso periodo le spese in conto capitale delle stesse società sono sì aumentate, ma «soltanto» del 42% a 42,6 miliardi. Segno che la montagna di denaro rimpatriata negli Usa grazie al taglio delle imposte è andata a beneficio più degli investitori che dell’economia reale. Subito dopo la riforma fiscale Apple , per esempio, aveva promesso «un contributo diretto» alla crescita americana per 350 miliardi in cinque anni.

Da allora Cupertino ha aumentato la sua capital expenditure del 14% a 14,5 miliardi, ma ha investito quasi cinque volte tanto in buyback, avendo ricomprato azioni per 62,6 miliardi nei primi nove mesi del 2018. Più in generale, secondo un report di Goldman Sachs, quest’anno l’ammontare dei buyback è salito del 44% e dovrebbe aumentare di un ulteriore 22% nel 2019 a 940 miliardi. Il 99% di questa crescita, fa notare la banca americana, è dipesa da 25 società, la maggiora parte delle quali appartenenti al settore tecnologico.

Oltre che in buyback, l’enorme disponibilità di cassa è stata utilizzata dalle corporation americane per ridurre l’indebitamento finanziario, ormai tornato a livelli pre-crisi (9.400 miliardi, 46% del pil americano). Secondo un’analisti di Moody’s su 100 società non finanziarie, il taglio fiscale è servito più a rimborsare i creditori che ad aumentare gli investimenti. Nel primo semestre 2018, queste compagnie hanno ripagato debiti per 72 miliardi, meno di quanto speso in riacquisto di azioni (81 miliardi), ma più di quanto impiegato in capex e ricerca e sviluppo (47 miliardi). Apple, per esempio, ha aumentato i rimborsi di 6,5 miliardi rispetto al 2017, Microsoft di 4,8.

L’euforia da buyback ha contagiato anche Warren Buffett che, per la prima volta dal 2012, ha riacquistato azioni di Berkshire Hathaway per un miliardo di dollari. Secondo alcuni analisti, dietro l’operazione, inusuale per l’oracolo di Omaha, si nasconde la mancanza di opportunità di acquisizioni, in un mercato m&a da tempo drogato dall’iniezione di liquidità da parte delle banche centrali. Non sembrano pensarla così i signori della tecnologia: nel giro di dieci anni Google, Amazon , Apple , Facebook e Microsoft hanno acquisito oltre 500 società. Voracità che è stata da molti interpretata come indizio del monopolio dei giganti della Silicon Valley, oltre che dell’anacronismo dei regolamenti antitrust incentrati sulla protezione del consumatore dalla manipolazione dei prezzi e non dell’utente dalla manipolazione dei dati.

 

Articolo pubblicato su MF/Milano Finanza

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