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Quanto valgono i nostri dati personali?

Dati Personali

Estratto dal libro di Fabio Pompei e Alessandro Alongi “Diritto della privacy e protezione dei dati personali. Il GDPR alla prova della data driven economy”, edito da tab edizioni

 

“Il vero protagonista indiscusso dei giorni nostri sono i dati personali”, scrivono Fabio Pompei e Alessandro Alongi nel loro libro Diritto della privacy e protezione dei dati personali. Il GDPR alla prova della data driven economy, edito da tab edizioni.

“Facebook definisce chi siamo, Amazon cosa vogliamo, Google cosa pensiamo. I giganti del web definiscono soprattutto la nostra reputazione, in considerazione che la stessa è per lo più ricostruita sull’interpretazione delle tracce che lasciamo nelle nostre interazioni in rete, nonché sulla base di dati disponibili su di noi.

Ancora una volta la parola chiave è il dato personale, un elemento che i big di Internet cercano e vogliono a tutti i costi. In cambio, però, ci propongono servizi (apparentemente) gratuiti grazie ai quali possiamo orientarci sul web, ricevere comodamente a casa i giocattoli per i nostri bambini e condividere con amici e conoscenti le foto del nostro ultimo viaggio.

Ecco perché, dunque, in Internet nulla è gratis: se non stai pagando per un prodotto allora il prodotto sei tu. Come osservato da qualche autore, infatti, se non ci viene chiesto di pagare per accedere a un sito e usare le sue funzionalità non vuol dire che nessuno paga per tale funzione, ma che il prezzo del servizio verrà saldato dai soggetti che hanno interesse ad anticipare i costi per poi presentarci un conto più salato.

È tale l’importanza dei dati personali degli utenti del web che si potrebbe dire che l’utilizzatore di un motore di ricerca non è tanto l’utente, impegnato a ricercare una certa informazione o ad acquistare un prodotto, quanto il provider che si propone di soddisfare la nostra esigenza: è lui, infatti, che utilizza se stesso per collezionare quanti più dettagli possibili sull’utente, così da disegnare un profilo completo di chi si trova davanti lo schermo e migliorare la proposta commerciale, vendendo e fatturando sempre di più.

Come più volte sottolineato dalla Commissione europea, i dati sono la materia prima del mercato unico digitale. Possono rivoluzionare le nostre vite e creare nuove opportunità per la crescita. La disponibilità di enormi quantità di dati, molti dei quali generati da macchine e sensori, ha effetti su tutti noi. In realtà, sono pochi gli ambiti della nostra vita non ancora interessati dalla rivoluzione dei dati.

L’uso ottimale delle informazioni può aiutarci a vivere più a lungo e in modo più sano, conducendo inoltre una vita meno stressante e più rispettosa dell’ambiente. Può inoltre aiutare gli scienziati a sviluppare modelli migliori per prevedere i cambiamenti climatici e le calamità naturali ma, a volte, nasconde un lato oscuro. Uno su tutti la scarsa attenzione alla protezione degli stessi dati e della sicurezza pubblica e privata, la pubblicazione e la condivisione non consensuale di dati personali, il cyberbullismo, le fake news e, in generale, le violenze commesse online basate sulla manipolazione delle informazioni personali, delle “tracce” degli utenti su Internet, faticano ad essere riconosciuti e ricondotti a fattispecie tipiche di illeciti.

Che Internet costituisca oramai uno strumento indispensabile della vita quotidiana è un concetto assodato, quasi superfluo, che mette di fronte nuove problematiche, soprattutto di natura etica e giuridica. Il complice di questa distopia tecnologica è la freneticità dello sviluppo dell’iperspazio. Accadono più cose online in un minuto che in una giornata intera nella vita reale: milioni di e-mail che viaggiano da una parte all’altra della terra, altrettante foto, video e commenti vengono postati sui social network, i motori di ricerca indicizzano informazioni, centinaia di migliaia di utenti scaricano contenuti, documenti e informazione dal web e, stando ai dati degli ultimi anni, vengono spesi online 751mila dollari.

Alla fine della giornata si contano 42 miliardi di messaggi su WhatsApp, 150 miliardi di e-mail e 66 miliardi di foto su Instagram. Numeri da record, impensabili sino a qualche anno fa, e possibili oggi solo grazie alla rete, al web e all’enorme capacità che le moderne macchine hanno di elaborare dati e informazioni.

Il governo di tale risorsa, ormai fondamentale per l’ordine democratico stesso, non risiede, però, nelle mani di un potere pubblico, bensì in quelle di giganti privati: Google, Amazon, Apple, Facebook e Microsoft sono le cinque aziende quotate più pregiate al mondo, con profitti inarrestabili, capaci di creare posizioni dominanti nei propri settori.

Le risposte, di fronte alle posizioni dominanti di questi giganti della tecnologia, sono difficili da individuare con precisione e, il più delle volte, difficili da realizzare. Ma una delle principali criticità del trattamento dei dati personali sul web, è quello dell’uso, da parte dei motori di ricerca, delle preferenze espresse dagli utenti nel momento stesso in cui essi avviano una ricerca online.

I motori di ricerca sono il necessario meccanismo attraverso il quale avviene la selezione su quali informazioni devono raggiungere il lettore. Essi stabiliscono l’informazione che viene presentata al lettore sullo schermo e stabiliscono altresì l’ordine in cui l’informazione gli viene presentata, determinando in questo modo la sua visibilità.

Un fatto, un’informazione, una storia può essere indicizzata o no e, anche se indicizzata, può avere assegnato dall’algoritmo un ranking differente da cui dipende la sua effettiva capacità di raggiungere il pubblico. Gli effetti della personalizzazione delle ricerche sul grande pubblico sono stati attentamente studiati, con l’obiettivo di comprendere se l’azione di proposizione automatica della migliore informazione legata ai gusti personali degli utenti o ai loro comportamenti in rete potesse avere riflessi sulla formazione dell’opinione dei fruitori.

Il rischio che Internet ci presenti solo le informazioni che rispecchiano più di tutti il nostro modo di vivere, le nostre opinioni e convinzioni, escludendo – in automatico – tutte le voci contrarie prende il nome di filter bubble, ossia il fenomeno per cui, in un social network che sfrutta degli algoritmi per definire quali siano le notizie di maggior interesse visualizzate durante la navigazione, i post visualizzati da un utente sono sempre più in linea con gli interessi e le opinioni dello stesso, facendoci arrivare sullo schermo solo ciò che è coerente con la visione della realtà di ciascun utente.

L’omologazione e l’omogeneizzazione della conoscenza online è il risultato dell’analisi delle nostre “tracce” digitali (come posizione rilevata dal GPS, click precedenti, ricerche passate), grazie (o a causa) delle quali l’azione combinata degli algoritmi (opportunamente programmati a ciò) determinano i risultati restituiti dai motori di ricerca, i news feed di Facebook e, in generale, le informazioni contenute in ogni banner che appare durante la nostra navigazione web.

È il web che decide per noi, e lo stesso web decide cosa dobbiamo vedere poiché – a suo insindacabile giudizio – le notizie che appariranno saranno maggiormente in linea con il nostro pensiero e con i nostri desideri, creando in tal modo una «cornice ideologica». Non troveremo mai voci dissonanti che ci stimoleranno una risposta, un dubbio, accenderanno in noi una polemica poiché in disaccordo con quel pensiero. […] Tutti vogliono possedere, controllare e analizzare le informazioni che ci riguardano.

Dati questi presupposti si potrebbe dire che la nostra esistenza è ormai always on, come dimostrato dalla ricerca americana condotta dallo studioso James P. Bagrow: anche se non si è mai avuto un profilo Facebook (o qualsiasi altro social), i post o le foto pubblicate dai nostri amici che ci menzionano sono sufficienti a rivelare attività passate e future di noi stessi, insieme ad una serie di informazioni “sensibili” quali la simpatia per un partito politico o la religione, il tutto con un’accuratezza del 95%.

Come osservato da qualche commentatore: «Gli interessati sono, di fatto, privati della possibilità di scegliere se apparire o meno: le operazioni di raccolta dati e il loro inserimento sul web sono di solito automatiche e, come sappiamo bene, una volta immessa in rete, l’informazione è pressoché incontrollabile».

Le informazioni presenti in rete sono così fortemente incorporate in un social network che, in linea di principio, si può profilare un individuo in relazione ai propri legami sociali anche quando l’utente abbandona completamente la piattaforma o non è mai stato presente in una delle tanti piazze virtuali.

L’essenza capace di realizzare l’innovazione sono state le reti di comunicazione elettronica, infrastrutture sulle quali viaggia il nostro futuro, fatto di dati, bit e informazioni.

Le reti di comunicazione rappresentano sempre il substrato materiale su cui poggiano i nuovi sistemi che già oggi rivoluzionano il presente: algoritmi, Intelligenza artificiale, blockchain, smart contracts, cloud, tutte innovazioni che ci stanno conducendo in un mondo che non sarà più lo stesso e che, inevitabilmente, dà prova già adesso di molteplici lacune normative, mettendo a rischio, così, i benefici derivanti dall’innovazione”.

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