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Topics, benvenuti al gran ballo dei cookie

Programma

L’appuntamento domenicale con l’approfondimento di Paola Liberace, coordinatrice scientifica dell’Istituto per la Cultura dell’Innovazione

 

“Topics”: è questo il nuovo nome della privacy sul web secondo Google. Dopo mesi e mesi di incertezze e critiche, durante i quali il colosso di Mountain View ha rimandato l’addio di Chrome ai cookies di terze parti al 2023, alla fine di gennaio ha annunciato di aver archiviato anche il progetto sperimentale FLoC (Federated Learning of Cohorts), che avrebbe dovuto sostituire il vecchio e invasivo sistema di tracking con un monitoraggio basato sul browser dell’utente. Anzi, degli utenti: al plurale, perché raggruppati in insiemi caratterizzati da interessi comuni, invece che profilati individualmente. In molti avevano già fatto rilevare come questa possibilità restasse in realtà aperta agli inserzionisti, che avrebbero potuto progressivamente raffinare gli insiemi, fino a raggiungere una buona approssimazione dell’individuo: soprattutto, c’era stato chi aveva messo in guardia verso il “browser fingerprinting”, che avrebbe messo gli inserzionisti in grado di arrivare all’identificazione del dispositivo – e quindi dell’utente.

L’archiviazione di FLoC non ha significato tuttavia la rinuncia all’obiettivo di “fornire agli editori, ai creatori di contenuti e agli altri sviluppatori gli strumenti di cui necessitano per creare business fiorenti”. La nuova proposta, che associa l’utente non più al suo storico di navigazione ma alle categorie di interessi che se ne possono dedurre, in maniera anonima e limitata nel tempo (la durata massima prevista per la conservazione è di tre settimane), dovrebbe garantire l’impossibilità di collegare il profilo alla persona, oltre che semplificare all’utente il controllo sui suoi “topics” – fino a consentire, in Chrome, non solo la loro visualizzazione ma la loro cancellazione o la disabilitazione della funzionalità. Da notare il fatto che la lista degli interessi, secondo quanto dichiara Google, dovrebbe essere “human-curated”, escludendo qualsiasi riferimento a informazioni potenzialmente discriminanti (come quelle legate a genere, preferenze sessuali, colore della pelle, età etc).

Basta tanto per salutare la nuova era della privacy digitale? Forse ancora no: come ha fatto notare l’analista Benedict Evans, fondare il sistema sul browser significa attribuire maggior controllo ai gestori dei principali software per la navigazione online, in primis quindi la stessa Google. Questa obiezione riporta alla principale perplessità, vale a dire se la nuova ipotesi faccia un reale passo in avanti verso la restituzione all’utente del potere sulle proprie informazioni personali, come auspicato da più parti: un potere che equivale a un valore concreto, che alcuni interessanti tentativi hanno provato a quantificare. È il caso di Rita – Personal Data, applicazione sviluppata da una startup internazionale di giovani imprenditori digitali, impegnati nell’evidenziare l’importanza della data ownership: scaricando Rita (che, per inciso, non trattiene alcuna informazione personale, basandosi su edge computing), gli utenti possono visualizzare i loro dati personali, verificare il loro valore economico (o meglio l’equivalente in dollari e scegliere se e come condividerli con i gestori di siti e app).

Restituire questo valore all’utente, identificato come il suo unico e legittimo detentore, è stato l’obiettivo principale del browser Brave, sviluppato dai creatori di Mozilla Firefox che ha appena annunciato di aver raggiunto i 50 milioni di utenti attivi mensili. Il principio è semplice: bloccare il tracciamento e nel contempo riconoscere al navigatore un importo equivalente al valore della sua attenzione, monetizzabile in criptovalute, offrendogli la possibilità di scegliere se condividerlo o meno – sempre sotto forma di compenso in criptovalute – con i siti web che visita. In questo modo si punta a generare un meccanismo virtuoso in cui la corrispondenza tra domanda – gli interessi dell’utente – e offerta – la qualità del contenuto – venga premiata, con soddisfazione di entrambe le parti e senza diffusione di informazioni ulteriori. Una sorta di “mano invisibile”, insomma, ma nel senso positivo di un mercato che funziona – non in quello deteriore di un meccanismo in cui la reale entità della posta in gioco continua a rimanere celata.

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