Innovazione

Pregi e difetti degli algoritmi nell’era digitale. L’analisi di Nicita (Agcom)

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“Mentre l’algoritmo funziona benissimo negli acquisti, per esempio, allorché toglie tutte le alternative irrilevanti, quando si parla di scambio di informazioni, di opinioni, di visione del mondo, l’algoritmo pluralista dovrebbe fare il contrario: dovrebbe spiegare perché riceviamo quelle informazioni e non altre. I social sono diventati i gatekeeper dell’informazione”. L’analisi di Antonio Nicita, commissario Agcom

L’incontro “Concorrenza nell’Era digitale – Follow up al Report della Dg Comp (Ue)”, organizzato il 27 maggio a Roma dall’Istituto per la Cultura dell’Innovazione, ha messo al centro della discussione le questioni esaminate dalla DG Competition (Commissione Europea) in tema di definizione della politica della concorrenza nell’era della digitalizzazione. La continua e rapida evoluzione delle tecnologie ha infatti determinato cambiamenti enormi nel mercato, che sollevano inter alia quesiti in merito alla ottimale applicazione della normativa antitrust ed alle sfide che il digitale pone per il diritto della concorrenza – dall’accertamento dell’esistenza del potere di mercato, alla necessità di promuovere l’innovazione digitale ed il benessere dei consumatori. 

Ecco di seguito l’intervento di Antonio Nicita, commissario Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni)

«Nel trentesimo anno del web si è assistito ad una forte accelerazione del dibattito mondiale sulla domanda di una qualche forma di regolazione per le grandi piattaforme digitali. Sul banco degli imputati – dove persino l’inventore del web, Tim Berners-Lee, le ha collocate – ci sono le Big Tech in relazione ai Big Data, alla capacità cioè di generare, attraverso la raccolta di dati e la profilazione algoritmica, due Big Risk a livello globale: (1) forme non contendibili – o quantomeno oligopolistiche – nei mercati d’intermediazione delle piattaforme globali; (2) segmentazioni nel ‘mercato delle idee’, con una forte riduzione del pluralismo online e una crescente esposizione degli utenti del web, e dei social in particolare, a strategie di disinformazione e malinformazione».

«I due Big Risk sono, in realtà, interdipendenti, dal momento che i meccanismi che sembrano generarli sono i medesimi: estrazione e profilazione del dato; (auto)selezione algoritmica di domanda e offerta di informazioni online; effetti di rete; valorizzazione del tempo di attenzione, riduzione dei costi di search. In particolare, la profilazione algoritmica presenta un pervasivo trade-off: se, nel campo delle scelte commerciali e di consumo online, la profilazione algoritmica è efficiente in relazione alla sua capacità di filtrare ed eliminare le alternative irrilevanti, quando passiamo al pluralismo informativo quella efficienza si traduce in pericolo».

«Per comprendere la rilevanza del Web e delle piattaforme digitali nel design dello spazio informativo occorre capire come la profilazione algoritmica contribuisca a selezionare contenuti determinanti per la formazione dell’opinione pubblica e per l’agenda setting politica. La diffusione delle piattaforme online e, in particolare dei social network (non a caso ricompresi nel concetto ampio di social media), ha comportato il passaggio da un modello di integrazione verticale delle diverse fasi della catena del valore, tipica dell’editoria offline al cui interno l’editore esercitava un controllo (diretto o indiretto), ad una separazione dei diversi stadi del processo produttivo».

«Oggi cambiano le informazioni e l’accesso alle informazioni, consentendo agli stessi utenti di partecipare alla produzione e riproduzione di contenuti informativi e generando una contrazione dello spazio di esercizio del ruolo di intermediario svolto dall’editore tradizionale di giornali, radio e Tv. La nostra dieta informativa quotidiana è ormai caratterizzata da un crescente fenomeno di crossmedialità, cioè di uso congiunto di mezzi d’informazione tradizionali e di varie modalità offerte dal Web, soprattutto attraverso motori di ricerca come Google e Yahoo! e social network come Facebook e Twitter».

«In considerazione della crescente diffusione di dispositivi tra il pubblico e del moltiplicarsi delle occasioni di fruizione, cambiano i modelli di consumo dei media e dell’informazione. Dal lato dell’offerta di informazione, la maggiore disponibilità di fonti informative aumenta il cosiddetto pluralismo esterno e amplifica la libertà di informarsi, di confrontare fonti, di formarsi un’opinione autonoma. La stessa offerta è arricchita dai contenuti auto-prodotti, dalle ricostruzioni dirette di testimoni, da notizie e informazioni che non provengono soltanto da fonti giornalistiche ma da un universo poliedrico e variegato. Come ha scritto Sunstein, ciascuno può costruirsi online il proprio «palinsesto», il daily me quotidiano. Al tempo stesso, questa ritrovata autonomia produce una qualità complessiva che è il frutto esclusivo delle nostre attitudini. Si comprende allora perché un simile contesto sia naturalmente fertile e predisposto alla diffusione di strategie di disinformazione basate su notizie false e messaggi polarizzanti. Il superamento della vecchia Tv, del palinsesto per tutti, ci ha fin qui portato maggiore libertà ma, paradossalmente, minore pluralismo e maggiore polarizzazione».

«Un esempio è il caso dell’anticipatory shipping, un business model registrato da Amazon in cui sostanzialmente non sono io che scelgo cosa voglio e Amazon me lo porta, ma è Amazon che cerca di capire cosa potrei scegliere e me lo porta a casa. Non devo decidere cosa comprare ma cosa non comprare, cioè cosa restituire. Gli algoritmi sono efficienti se, grazie a ciò che imparano dall’elaborazione dei dati profilati, riescono a massimizzare l’incontro (matching) tra domanda e offerta di informazioni, riducendo varianza e rumore. Il problema è che ciò che rende efficiente l’algoritmo di una piattaforma digitale, nello scambio di beni e servizi (e che rende il dato profilato un valore per gli inserzionisti pubblicitari) è esattamente ciò che mina la natura reciproca della libertà di espressione e il pluralismo. La natura dell’algoritmo è, infatti, proprio quella di eliminare, dalla nostra selezione del mondo, ciò che non ci somiglia e ciò che non ci piace. Efficienza economica e pluralismo sembrano allora antitetici per il lavoro delle piattaforme matchmaker: una punta a soddisfare al massimo le nostre preferenze, l’altro punta a fornirci una rappresentazione del mondo plurale e quindi (anche) diversa dalla nostra. Il pluralismo non è un tema di matching perfetto tra domanda e offerta. Anzi, con ogni probabilità è il suo contrario: il pluralismo è l’irrompere, nel comodo e tiepido conformismo, dell’indesiderato e dell’inatteso. Se vogliamo conciliare libertà d’espressione e pluralismo dobbiamo allora superare la rivendicazione di quella libertà intesa esclusivamente come diritto di chi parla e non anche di chi ascolta. Perché quella libertà di manifestare il proprio pensiero non ha a che fare con la solitudine: nessun uomo è un’isola, se è un uomo che parla. Peraltro, numerosi sondaggi dimostrano che il cittadino-utente non è consapevole di essere oggetto di selezione nel ricevere o nell’inviare informazioni».

«La libertà di espressione deve essere anche la libertà di ricevere informazioni in modo indiscriminato e aperto. Nell’agorà virtuale ogni soggetto deve essere posto nella condizione di sapere se esiste un filtro tra ciò che “manda” e ciò che “arriva”, il perché esiste questo filtro, se lo voglio accettare o se lo voglio modificare. Mentre l’algoritmo funziona benissimo negli acquisti, per esempio, allorché toglie tutte le alternative irrilevanti, quando si parla di scambio di informazioni, di opinioni, di visione del mondo, l’algoritmo pluralista dovrebbe fare il contrario: dovrebbe spiegare perché riceviamo quelle informazioni e non altre. I social sono diventati i gatekeeper dell’informazione».

«L’esperimento argentino su Facebook della World Wide Web Foundation mostra che, attraverso la profilazione algoritmica, il public domain, il luogo pubblico online nel quale viaggiano notizie destinate, almeno in potenza, a tutti, indistintamente, può trasformarsi da spazio aperto e indistinto ad ambito distinto e chiuso di «corrispondenze»: uno smistamento a indirizzi specifici, opportunamente selezionati. L’algoritmo seleziona, nel mare della complessità del sovraccarico informativo, una mappa di rotte precise, impedendoci di conoscere ed esplorare altri mondi. E le rotte definiscono regole predeterminate di navigazione: c’è il like ma non c’è il “dislike”, c’è un numero massimo di caratteri, c’è una selezione e un ranking di notizie e di amici. In altri termini, l’onda plasmata dal vento dell’algoritmo farà sì che il messaggio in bottiglia gettato nel mare del Web arriverà ad alcuni e non ad altri. E questo crea un serio problema per la libertà d’espressione e per il pluralismo. Così, quando discutiamo di regole, di limiti, di condizioni non basta chiedersi se essi intacchino la libertà positiva di chi parla. Bisogna anche valutarne l’impatto sulla libertà negativa di chi ascolta e sul loro reciproco bilanciamento».

(2. continua; il primo intervento di Pezzoli (Agcm) si può leggere qui; gli altri interventi saranno pubblicati su Start Magazine nei prossimi giorni)

(Estratto di un articolo pubblicato su Dimt.it, qui l’articolo completo con tutti gli interventi)

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