Innovazione

Perché la fusione Utc-Raytheon non è senza ostacoli

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L’analisi di Pietro Romano, giornalista esperto di difesa e aerospazio

Non è in discesa come sembrava la strada per creare un nuovo gigante dell’aerospazio e difesa negli Usa. Annunciato in pompa magna ai primi di giugno, infatti, il matrimonio tra Utc (United Technologies) e Raytheon dovrà superare diversi ostacoli prima della celebrazione, fissata nel primo semestre del 2020. A opporsi palesemente sono i rappresentanti degli investitori (fondi e piccoli azionisti) presenti soprattutto in Utc. Ma anche la Casa Bianca e il Pentagono non sprizzano entusiasmo. E diversi analisti temono la formazione di una conglomerata con troppi interessi e nessun core business. In anni nei quali – General Electric e DowDuPoint insegnano – questo genere di conglomerata negli Usa vive tempi duri.
United Technologies nel 2017 aveva un giro d’affari di circa 60 miliardi di dollari (poco meno di otto derivati dalle vendite di armamenti). Raytheon, invece, contava poco più di 25 miliardi di giro d’affari, di cui oltre 23 miliardi da armamenti.

Nella graduatoria dei cento più importanti produttori mondiali di armamenti, redatta annualmente dal Sipri (l’osservatorio con sede a Stoccolma tra i più accreditati nel settore), Raytheon era al terzo posto, Utc all’11esimo. Mettendo assieme i loro ricavi, salirebbero al secondo posto (con 31,650 miliardi di dollari), scavalcando Boeing (26,930) e piazzandosi dietro Lockheed Martin (44,920). Complessivamente hanno 180mila dipendenti, un terzo dei quali ingegneri. United Technologies annovera tra i suoi prodotti di punta l’avionica (Rockwell Collins) e i motori aerei (Pratt & Whitney, importante fornitore sia di Boeing sia di Airbus). Raytheon è principalmente un fabbricante di missili, dai Patriot ai Tomahawk. A matrimonio (eventualmente) celebrato, la nuova società sarà al 57% degli attuali azionisti di Utc e al 43% degli odierni possessori di quote di Raytheon. Ma la governance è destinata a concentrarsi nelle mani del numero uno di Utc: Greg Hayes, da subito amministratore delegato e dal 2022 anche presidente della conglomerata. A detta di alcuni critici, l’operazione sarebbe stata pensata per soddisfare l’ego di Hayes.

La fusione, che nonostante la diversità di peso delle due società è descritta come paritaria, ha comunque più di una freccia al suo arco. Risponde, prima di tutto, a una necessità da tempo affermata dall’industria Usa e, in particolare, dalla National Defence Industrial Association, l’associazione dei produttori di armamenti, guidata dal potentissimo Hawk Carlisle. Per Carlisle tutta l’industria Usa dovrebbe puntare all’accorpamento di aziende tecnologiche e produttori di armi convenzionali per favorire la nascita della prossima generazione di armamenti. La fusione tra Utc e Raytheon, e la messa in comune delle loro tecnologie, potrebbe facilitare e accelerare la realizzazione di missili ipersonici, capaci di affiancare alla velocità (cinque volte quella della luce) la precisione. Armamenti che hanno bisogno di ingenti investimenti, soprattutto nella ricerca e sviluppo, cui il progetto di fusione prevede di destinare otto miliardi di dollari.

Nonostante lo slogan “Make America Greater” all’amministrazione di Donald Trump il gigantismo non piace. Lo si era visto già in altri settori e sembra che lo stiano sperimentando in queste settimane anche Hayes e Tom Kennedy, il numero uno di Raytheon. Secondo indiscrezioni raccolte da Aeronautica&Difesa in ambienti Nato, i due avrebbero incontrato il presidente, senza però convincerlo, almeno per ora. Scetticismo è diffuso anche al Pentagono dove non ambiscono a mega-fusioni (che coinvolgano uno dei loro primi cinque fornitori) per motivi di concorrenza e per evitare una eccessiva dipendenza da privati nelle politiche della difesa e sicurezza.

Soprattutto, a minacciare le barricate sono i principali azionisti di Utc, i fondi e le proxy (che raccolgono i piccoli azionisti), convinti che la fusione non generi valore. Né faciliti politiche virtuose in grado di ridurre il pesante indebitamento del gruppo (44 miliardi di dollari su un valore di mercato di 114) ancora alle prese con i costi dell’acquisizione di Rockwell Collins, pagata circa 30 miliardi. Numeri che impensieriscono anche gli azionisti di Raytheon, dove l’indebitamento è molto più ridotto: quattro miliardi su un valore di mercato di 52.

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