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Lavoro, ecco perchè dovremmo avere (un po’) paura dei robot

Robot

Alla Luiss i manager delle maggiori aziende del globo riflettono sul futuro dei lavoratori alla luce dell’avanzata di robot e intelligenza artificiale. Un tema da affrontare e non scansare. Ecco perchè

Forse alla fine aveva ragione Bill Gates, quando proponeva una tassa sui robot. Se non altro per il fatto che la rivoluzione digitale intaccherà non meno del 30% della forza lavoro. Significa che entro un orizzonte non troppo lontano tre lavoratori su dieci potrebbero perdere il posto di lavoro, a causa della progressiva sostituzione uomo-macchina. E’ quella che qualcuno chiama “disoccupazione tecnologica”. Un tema finito al centro di un lungo dibattito organizzato dalla Luiss Business School, cui hanno preso parte esperti e manager delle più grandi aziende globali, dall’Ibm alla Microsoft, passando per la Philip Morris, Marcegaglia e la major della consulenza Ernst&Young. Prima però bisogna fare un passo indietro.

Così parlò Bill Gates

robotL’idea nasce lo scorso mese di febbraio, quando il fondatore della Microsoft ruppe il muro del silenzio. Tassare anche i robot. “Oggi – disse – se un essere umano guadagna 50 mila dollari all’anno, lavorando in una fabbrica, deve pagare le imposte. Se un robot svolge gli stessi compiti, dovrebbe essere tassato allo stesso livello”. Dopo la provocazione, la proposta. “Non ritengo che le aziende che producono robot si arrabbierebbero se fosse imposta una tassa. L’utilizzo dell’intelligenza artificiale può generare profitti con risparmi sul costo del lavoro”. Il miliardario americano, prospettava una doppia imposizione. Dovrebbero pagare un prelievo extra sia le aziende che costruiscono i robot e, poi, sia le imprese che li installano per sostituire la manodopera di uomini e donne. La proposta, almeno per il momento, è rimasta sulla carta. Ma attenzione a considerare il tutto uno squillo di tromba. Il tema c’è e non è possibile bypassarlo.

Il costo (umano) della tecnologia

Ma quanto costa la tecnologia. Non poco. Solo negli Stati Uniti circa otto milioni di posti potrebbero essere bruciati dall’automazione. In Gran Bretagna, secondo alcune stime, sarebbero addirittura 15 milioni. Le previsioni, però, oscillano. Uno studio di McKinsey giunge alla conclusione che, se si considera «l’attuale tecnologia», solo il 5% delle occupazioni attuali verrebbe cancellato dai robot. Anche se dall’altra parte ammette che a stretto giro quasi la metà dei lavori svolti attualmente da persone fisiche, nel mondo, potranno essere automatizzati quando le tecnologie “correntemente sviluppate si saranno diffuse su scala globale”. Nessun terrorismo psicologico, solo un preciso avvertimento a prendere sul serio la questione. “L’automazione -prosegue McKinsey- cambierà quindi le attività lavorative quotidiane di tutti, dai minatori ai bancari, dagli stilisti ai saldatori, agli amministratori delegati”. Per Pwc addirittura gli effetti più dirompenti potrebbero manifestarsi già nell’arco di 15 anni, quando le macchine avranno già sostituito il 38% dei lavoratori in carne e ossa degli Stati Uniti, il 35% di quelli tedeschi, il 30% di quelli del Regno unito e il 21% dei lavoratori giapponesi.

La disoccupazione tecnologica

robotDi qui i quesiti, ma anche i dubbi, dei capi-azienda convenuti alla kermesse della Luiss. alla quale hanno preso parte decine di dirigenti pubblici e privati. Del tipo, la tecnologia basata sul digitale e sull’automazione distrugge o crea posti di lavoro? E soprattutto, se le macchine prenderanno il posto degli uomini, che se ne faranno le decine di milioni di lavoratori delle loro competenze acquisite fino a quel momento? “Oggi il tema si pone su basi nuove”, ha spiegato Paolo Boccardelli, direttore della Luiss Business School. “L’avanzare delle tecnologie, della robotica e dell’intelligenza artificiale sta determinando non solo la sostituzione del lavoro manuale ma anche di quello intellettuale: non è tanto più certo che alla fine i posti di lavoro creati siano più numerosi di quelli cancellati”. Per l’esperto ci sono pochi dubbi. “Il tema della disoccupazione tecnologica sta emergendo assai più velocemente del previsto e minaccia in primis le professioni a minor tasso di competenze”.

Cambiare per (non) morire

Il primo suggerimento è arrivato da Antonio Marcegaglia, a capo dell’omonimo gruppo dell’acciaio. Che ha una sua teoria per evitare di essere travolti dallo tsunami tecnologico. “E’ inevitabile che nei prossimi anni robotica e digitale impattino sul lavoro. E proprio per questo motivo è essenziale aggiornarsi, aumentare le proprie competenze e alla fine cambiare modello. Conoscenza e capacità saranno gli elementi chiave del futuro”. Insomma, studiare per non scomparire. “Nella mia azienda abbiamo diffuso una serie di software per la consulenza, grazie al quale i lavoratori possono imparare e aggiornarsi”, ha proseguito l’imprenditore dell’acciaio.

Tra ottimismo e pessimismo

Maker Faire Rome robotUn’analisi più dettagliata della situazione, è arrivata da Donato Iacovone, ceo di Ernest&Young per l’area mediterranea. “E’ indubbio che alcune categorie risentiranno di questa robotizzazione in atto. Penso spesso alle banche o alle assicurazioni e mi chiedo: tra cinque anni avrà ancora senso la rete retail di una banca se tutto si può fare dal tablet?. La stessa cosa vale per le polizze”. Più ottimista Francesco Stronati, vicepresidente Health e Public sector per Ibm. “Una riflessione è più che giusta ma francamente non credo che nel breve avremo un vero dramma umano, perlomeno nei prossimo 2 o 3 anni”.

Alla ricerca del lavoratore 4.0

Tra chi deve stare maggiormente all’erta ci sono i lavoratori metalmeccanici, i più esposti all’avvento dell’intelligenza artificiale applicata all’industria. Con l’approdo nelle fabbriche del digitale, di robot e macchine sempre più autonomi, le due categorie classiche ‘manuale’ e ‘intellettuale’ perdono di valore e si stanno consolidando ben 5 nuovi profili professionali. Insomma, nell’era 4.0, i lavoratori, in virtù del modo di operare e delle strumentazioni che utilizzano, sono portati a prendere decisioni autonome, a intervenire risolvendo problemi. Di qui alcuni spunti giunti da Federmeccanica, la federazione dei metalmeccanici.

La proposta di Federmeccanica

Ovvero creare lavoratori “imprenditivi” e che “partecipano” alle decisioni più di quanto non si ritenga alla vita della propria impresa. La prevalenza dei lavoratori, inoltre, è composta da chi svolge mansioni dove può prendere decisioni autonome (54,5%), l’impegno è soprattutto mentale (65,4%) e opera in team o comunque in relazione con altri colleghi (53,9%), utilizzando livelli di strumentazione tecnologica elevata (65,8%). Guardando ai lavoratori della metalmeccanica, l’esito complessivo dell’analisi rileva dati leggermente inferiori, ma, avverte la ricerca di Federmeccanica, s’innesta nel medesimo solco. Poco più della metà dei lavoratori del settore svolge infatti mansioni non esecutive (51,3%) che lo impegnano mentalmente (53,3%) più che fisicamente. Poco meno della metà opera in team con altri (48,2%). Soprattutto, i quattro quinti (81,4%) è alle prese con strumentazioni a elevato contenuto tecnologico, assai di più rispetto alla media nazionale.

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