Innovazione

Ecco come la Cina spinge sulle tecnologie nel lavoro

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Pubblichiamo un estratto capitolo “Made in China” del volume “Il lavoro che serve” di Annalisa Magone e Tatiana Mazali (edizioni Guerini e Associati)

Secondo un recente studio esplorativo effettuato su fonti bibliografiche, accademiche e non, circa l’impatto di automazione e intelligenza artificiale sul lavoro, l’attenzione dei lavoratori a queste dinamiche ha ricevuto finora un interesse limitato (Rimbaud-Gilabert, Terminio, 2018). Le rare evidenze disponibili sembrano dimostrare che la percezione dei lavoratori cambia secondo il settore d’impiego e la geografia mondiale, che insomma la rappresentazione del futuro è molto diversificata.

Fonti come Pew Research Centre, Randstad ed Eurobarometro hanno messo in luce che nei paesi occidentali (Italia compresa), a fronte di una generalizzata opinione negativa sull’impatto della tecnologia, i lavoratori non sembrano preoccuparsi né si attivano per anticiparne gli effetti: negli Stati Uni¬ti, addirittura, occupati in professioni considerate a rischio di estinzione entro cinque-dieci anni si sono detti certi che nulla cambierà per i prossimi cinquant’anni.

Tutto l’opposto nelle economie emergenti (tra cui la Cina), dove la trasformazione tecnologica ha un segno generale positivo, quindi non se ne percepiscono i rischi che possono divampare su un mercato del lavoro ancora largamente basato su lavori a scarsa qualificazione e alta routine – proprio quelli che l’automazione e l’intelligenza artificiale si candidano ad aggredire.

La dinamica cinese, nello specifico, è soggetta a forze molteplici e spesso contraddittorie: per chi segnala un allargamento della forbice tra i lavoratori più giovani e educati, che si stanno inserendo in un settore industriale in via di modernizzazione, e lavoratori non qualificati (Morris, Brubaker, 2016), c’è chi paventa che il paese possa raggiungere a breve il Lewis Turning Point, ovvero l’esaurimento del surplus di manodopera prove¬niente dalle zone rurali, portando a una crescita tendenziale dei salari: secondo il Fondo Monetario Internazionale (2015) sono ben 28 milioni le unità mancanti, le quali creano i presupposti della rivoluzione robotica cinese.

Nel 2011, anno in cui la Cina ha sorpassato il Giappone divenendo la seconda più grande economia del mondo, molte imprese straniere e domestiche cominciavano a patire l’aumento dei costi di produzione; alcuni operatori avevano già intrapreso la strada della delocalizzazione in altri paesi asiatici, mentre altri come Foxconn ave¬vano messo in moto piani industriali per sostituire il lavoro umano con robot e automazione dei processi. In questo pericoloso cambio d’orizzonte, il governo cinese ha risposto con il 12° piano quinquennale, fissando l’obiettivo di far crescere la domanda interna come motore primario dell’industria: per la prima volta, insomma, si poneva un serio interesse a migliorare la catena del valore a basso costo/bassa qualità attraverso l’in-novazione tecnologica indigena.

In Occidente, intanto, il varo delle politiche nazionali sull’industria 4.0 aveva rafforzato l’idea che quelle stesse tecnologie avrebbero favorito il reshoring delle attività industriali, secondo l’assunto che l’automazione avrebbe avvicinato la produzione ai mercati finali (occidentali) in virtù di una riduzione dei costi del lavoro: una minaccia seria per l’industria cinese, i cui prodotti sono ancora largamente percepiti come beni a buon mercato, di bassa qualità e pericolosi per la salute.

Migliorare l’immagine del Made in China è dunque diventata una necessità per competere sui mercati globali, con un rinnova¬mento basato su quattro pilastri: promuovere l’ammoderna¬mento dell’industria cinese, promuovere l’evoluzione del sistema normativo, proteggere l’ambiente e migliorare la sussistenza delle persone (State Council, 2015).

La robotica viene così inserita tra le industrie da incoraggiare, mentre Pechino, Shanghai, Zhejiang, Guangdong, Chongqing e Liaoning fondano la Federazione dell’industria robotica che attiva parchi industriali dedicati a innalzare il basso livello di tecnologia disponibile presso i produttori locali, ridurre significativamente sistemi e componenti prodotti da società straniere o importati, sopperire alla mancanza di talenti autoctoni necessari per sviluppare questa nuova industria.

Il programma del governo per «conformarsi alle tendenze», come ha dichiarato il premier Li Keqiang al Consiglio di Stato, è impressionante: «Concentrarsi sullo sviluppo di tecnologie dell’informazione di prossima generazione, di macchine utensili, di robotica, attrezzature aerospaziali, di ingegneria navale, di trasporto ferroviario, per il risparmio energetico e l’auto elettrica, nuovi materiali, bio-medicina e attrezzature mediche ad alte prestazioni, macchinari per l’agricoltura» (Xinhua Net, 2015). Nel maggio 2015 viene lanciato il piano decennale noto come China Manufacturing 2025 (CM2025), che intende promuovere la modernizzazione industriale e un aggiornamento globale dei sistemi di produzione domestica, sostenuto da un secondo piano, il cosiddetto Internet +.

In questa visione, la produzione intelligente basata sul cyber physical system che punta su IoT e servizi ad alto valore aggiunto è considerata il motore della futura leadership tecnologica cinese – in parte seguendo la strada tracciata dalla Germania, con cui la Cina coopera in progetti di trasferimento tecnologico. La previsione è che i produttori cinesi possano aumentare l’efficienza e produrre beni di qualità superiore mantenendo i costi bassi, implementando fabbriche lean di nuova generazione capaci di centrare entro il 2025 obiettivi come produrre il 70% di componenti e materiali in Cina, ridurre del 50% i costi operativi e il tasso di difetti (Lay, Dang, 2017); in questa linea di lavoro va letto il dato secondo il quale, nel 2015, la Cina ha superato il milione di brevetti registrati, quasi il doppio degli Stati Uniti (Tzaskowski, 2017). Si presume che le nuove politiche del governo cinese influenzeranno processi, norme, metodologie e formazione delle risorse umane, indurranno un cambio di filosofia nelle aziende, da una visione orientata al breve termine e al controllo dei costi a una orientata al lungo termine e all’equilibrio qualità/prezzo.

Oltre al nodo dell’importazione delle tecnologie (che oggi spiega il successo di molte imprese europee del settore, anche nel nostro campione di ricerca), il paese dovrà approntare un ambiente che stimoli l’innovazione, circostanza non naturale per la società cinese odierna, che apre interessanti opportunità di partnership per imprese occidentali interessate a supportare questa corsa alla modernizzazione. Intanto, sul piano finanziario il piano conta su supporti senza precedenti che comprendono acquisti governativi regolamentati, fusioni e acquisizioni di leader tecnologici stranieri.

Dall’inizio del 2017, i fondi pubblici stanziati hanno superato gli 800 miliardi di dollari e si intende portare il rapporto fra robot e lavoratori a 1:100 entro il 2020, ma questa accelerazione quale impatto produrrà sul mercato del lavoro cinese?

Per mitigare l’espulsione di manodopera poco qualificata, il governo ha ideato progetti per infrastrutture strategiche internazionali come One Belt One Road, che consentiranno di tenere alti i tassi di occupazione (Morris, Brubaker, 2016), ma il focus restano gli investimenti sulla formazione per costruire talenti, rallentarne l’emigrazione, aggiornare le competenze dei lavoratori non qualificati – va detto però che le politiche governative e il livello di controllo in questa transizione non sono ancora chiari. Al momento, secondo gli osservatori il sistema educativo cinese non può sostenere lo sviluppo delle abilità Richieste per soddisfare le aspettative e le esigenze delle aziende, anche per ci. che riguarda lo stimolo alla creatività.

 

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