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Cosa farà l’Italia nello spazio?

Spazio

Chi ha legittimato la delegazione che andrà a rappresentare l’Italia alla Ministeriale dello Spazio del 22 e 23 novembre? L’intervento di Paolo Chersei

Ad una manciata di giorni che ci separano dalla riunione dei ministri dello spazio, che quest’anno si svolgerà a Parigi il prossimo 22 e 23 novembre, l’Italia non ha ancora definito ufficialmente i propri quadri di rappresentanza. E a oggi, pur dando per scontata la guida di Adolfo Urso alla delegazione che ci rappresenterà, non si vede alcuna traccia dell’investitura.

Il senatore Urso, eletto nel collegio del Veneto nelle file di Fratelli d’Italia, è ministro delle Imprese e Made in Italy del governo Meloni. Non quindi del ministero vigilante Asi: i meccanismi che controllano per statuto la politica spaziale nazionale sono il Comitato interministeriale dello spazio (Comint) e l’Agenzia Spaziale Italiana.

Tra i compiti che gli competeranno, se sarà lui ad essere il capo delegazione a Parigi e anche il titolare della riunione informale tra i principali contributori che si vedranno tra tre giorni, ci sarà da difendere prima di tutto l’Italia dalle mire francesi che con il programma Maia del Cnes, un piccolo lanciatore riutilizzabile in cui l’Italia non è stata ammessa alla partecipazione, tenderà a asfissiare Vega, già per altro controllato da Arianespace che ne ha l’esclusiva commerciale. Un compito assai complicato che il capo in pectore ma non certificato sarà chiamato a definire, in collaborazione con uno staff di provenienza parigina imposto all’ultimo momento dal ministro Vittorio Colao, che così ha blindato un patto di ferro con l’attuale entourage dell’Agenzia Spaziale Europea, in cui l’Italia, per precisa volontà del passato sottosegretario Riccardo Fraccaro, non ha avuto la leadership.

Peraltro, in un momento così spinoso, nell’istituzione spaziale nazionale si sta vivendo anche un altro difficile passaggio con un parere dell’Avvocatura di Stato che mette in discussione la nomina di due consiglieri dell’Asi, sempre voluti all’ultimo miglio del governo passato, quando già era dimissionario.

Indubbiamente è singolare come un esecutivo rappresentato principalmente dall’opposizione sia al gabinetto Conte che Draghi, ora accetti passivamente le volontà precedenti, con le sue figure e i suoi riferimenti. Né si può accettare di buon grado che, in un’atmosfera tesa da contrasti ingiustificati tra Italia e Francia per fatti di tutt’altra natura e dunque distanti da quelli che sono stati accordi sottoscritti, ratificati e non (ancora) abrogati, l’Italia dello spazio viva una situazione di isolamento a Parigi dal momento che le sue industrie, i suoi servizi e quindi l’intera filiera sono legati ad un contesto globale senza il quale sarebbe inimmaginabile ogni forma di sopravvivenza. Perché l’industria spaziale italiana, per volontà di un passato governo Berlusconi e mai posta in discussione dai suoi successori, è e resta sotto il controllo francese!

Le attività inerenti lo spazio, è noto, abbracciano un campo strategico ormai indispensabile oltre che insostituibile e la leadership italiana nel campo della sensoristica radar, attualmente allo stato dell’arte mondiale, non può essere abbattuta da nessuna logica di partito, ma non ha nemmeno prospettiva autonoma, visto che il nostro Paese non dispone di rampe di lancio indipendenti e che l’unica base europea è e continua ad essere su territorio francese sotto l’indiscussa volontà dell’Eliseo.

Per il momento siamo osservatori di un evento comunque di elevato spessore economico rappresentato per l’Italia da circa 4.5 miliardi di euro, che serviranno a coprire sia la partecipazione italiana al budget complessivo dell’ESA che gli investimenti previsti per il settore spaziale nazionale.

Non è una gran cifra, se rapportata agli spessori posti da Francia e Germania ma sono soldi dei contribuenti e devono essere spesi con oculatezza. Ma dei 18 miliardi che il direttore generale Joseph Aschbacher chiederà per un ulteriore innalzamento del budget complessivo di finanziamento dell’Agenzia, quanto sarà disposta a mettere l’Italia per restare nella terna dei principali contributori? E chi darà questo mandato al delegato che tutti ci aspettiamo che capitanerà la spedizione?

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