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Qual è lo stato di salute dell’industria della difesa

Difesa

L’approfondimento di Pietro Romano

 

“L’Italia dispone di una industria della difesa molto competitiva. In grado di raccogliere le nuove sfide che pone la necessità di sicurezza e di avere un ruolo importante sui mercati internazionali. Grazie da un lato a due gruppi di eccellenza mondiale, quali Leonardo e Fincantieri, e a tante medie e piccole aziende che garantiscono flessibilità e adattabilità alle richieste dei committenti. E dall’altro grazie a un know how e a una qualità della ricerca e dei prodotti riconosciuti anche al di fuori dei confini nazionali”. È ottimista sul futuro di questa manifattura tricolore Guido Crosetto, 58 anni, già parlamentare e sottosegretario alla Difesa, dal 2014 presidente dell’Aiad, l’associazione che rappresenta le imprese italiane della difesa, dell’aerospazio e della sicurezza.

Il contributo di questo settore all’economia italiana, rileva una indagine condotta da Prometeia in collaborazione con l’Aiad, nel 2019 ha sfiorato i 16 miliardi di fatturato, impiegando oltre 50mila addetti diretti qualificati, prevalentemente nelle aree del Nord Ovest (22mila) e del Mezzogiorno (14mila). Complessivamente ha contribuito a generare 15 miliardi di euro di valore aggiunto nell’economia nazionale, il 23% di tutta l’industria ad alta intensità tecnologica, con punte del 40% nel Sud e addirittura del 60% in Campania e Puglia. Ogni euro di valore aggiunto generato dall’industria ha un effetto moltiplicatore pari a tre.

Sull’occupazione questo indice è pari a quattro: sono circa 200mila gli occupati nel comparto tra diretti e indiretti. Il gettito fiscale nel 2019 ha superato i cinque miliardi. Il settore è quello con la più elevata intensità di ricerca e sviluppo nel manifatturiero (quasi il 10% contro una media dell’1%) e con oltre 1,5 miliardi di euro investiti rappresenta il 10% circa della spesa nazionale. I 7mila addetti impegnati nella R&S permettono di posizionare la filiera italiana ai vertici mondiali per livello di innovazione, misurato attraverso la brevettazione nei domini tecnologici diretti. “Un punto di forza per l’intero sistema Italia – sottolinea Crosetto – perché sempre più spesso le innovazioni tecnologiche rilevanti anche per il mondo civile sono di derivazione militare”. Essendo anti-ciclico, il comparto ha risentito meno di altri i contraccolpi della crisi derivata dall’emergenza sanitaria. Nel 2021, l’Italia è diventata il sesto esportatore di sistemi di difesa al mondo, nonostante una normativa tra le più rigide, con il 3,1% dell’export mondiale del settore.

L’industria italiana continua a scontare però la penuria di finanziamenti. Il nostro Paese ha speso per la difesa (dati 2019) l’equivalente di 21,1 miliardi di dollari contro i 44,4 della Francia, i 46,9 della Germania, i 53 del Regno Unito. Inoltre, è quello che destina tra i pari taglia europei nettamente di più al personale. Ora la volontà espressa da quasi tutto il Parlamento di portare le spese per la difesa al 2% del prodotto interno lordo a partire dal 2024, e di mantenerle in seguito su questi livelli, può imprimere uno scatto alla industria nazionale. Tenendo in mente – come ha sottolineato l’amministratore delegato di Leonardo, Alessandro Profumo, nel corso di una recente audizione al Senato – che l’allocazione di maggiori risorse richiede un’attenta valutazione ai programmi cui assegnarle. Insomma, non le si può disperdere in mille rivoli né destinarle ad acquisti all’estero, se non indispensabili.

Le dimensioni dei Paesi e delle industrie europee obbligano a un percorso di cooperazione sempre più stretta, benché il forte taglio agli stanziamenti comunitari deciso da Bruxelles non sia un confortante viatico per una politica industriale comune. La cooperazione però già viaggia spedita. Numerosi sono i progetti ai quali l’Italia partecipa con altri partner continentali. È il caso del “sistema dei sistemi” Tempest (con Regno Unito e Svezia) che coinvolge prima di tutto un aereo da combattimento di sesta generazione ma anche elicotteri, satelliti, sensori, armi a energia diretta come i laser, missili ipersonici, sistemi di comando e controllo. E poi dell’European Patrol Corvette per navi in grado di svolgere missioni tattiche e strategiche. In fase già avanzata è il sistema aereo a pilotaggio remoto Eurodrone, al quale partecipa Leonardo e che avrà un motore italiano, il Catalyst turboelica prodotto da Avio Aero, controllata di GE Aviation.

A proposito di collaborazione europea, ampiamente rodato è il consorzio missilistico italo-franco-britannico Mbda, di cui Leonardo detiene il 25%, in grado di competere ad armi pari con i giganti Usa. Il suo modello di governance è tra i più avanzati ed efficienti nel panorama della collaborazione tra industrie europee e potrebbe costituire un esempio per i futuri progetti comuni.

Per l’industria italiana della difesa le difficoltà non mancano: un sistema Paese meno competitivo di quello dei pari taglia europei, una certa esterofilia della classe dirigente, una legge sull’export che mette in capo le decisioni al ministero degli Esteri, lo scarso interesse di molti giovani laureati a entrare nel settore, l’atteggiamento delle banche, “che arrivano a bloccare pagamenti dall’estero – denuncia Crosetto – nonostante siano stati autorizzati da diversi ministeri e che con arroganza decidono di chiudere i rubinetti ad attività totalmente legali”. Una serie di ostacoli che non frenano la penetrazione all’estero del Made in Italy.

Le opportunità di business all’estero in piedi sono numerose con attori principali Leonardo e Fincantieri, ma con un ruolo crescente per medie aziende come, a esempio, Iveco Defence Vehicles ed Elettronica. Con la Francia l’accordo del Quirinale ha aperto la strada alla cooperazione nei settori navale e spaziale. Con la Svezia la collaborazione nel Tempest sta allargandosi agli elicotteri. In via di rafforzamento la partnership con Israele nell’aeronautica, l’elettronica della difesa e la cybersecurity. Con il Qatar le eccellenti relazioni bilaterali stanno conducendo allo sviluppo di intese nel settore navale e terrestre, con la possibilità di realizzare piattaforme anfibie SuperAv 8X8 del consorzio Iveco Defence Vehicles – Oto Melara. Notevole è l’interesse per i blindati dello stesso consorzio in Brasile in altri Paesi dell’America del Sud. E, dopo la chiusura di alcuni contenziosi con l’India, cresce la speranza di ricche commesse, in specie di elicotteri e siluri, a Delhi.

 

(Articolo pubblicato su MoltaEconomia del Messaggero)

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