Innovazione

Immuni, tutte le magagne attorno all’app di tracciamento

di

immuni

App Immuni, che cosa non ha funzionato?

Per settimane, nel pieno della prima ondata, si è dibattuto se fosse legittimo per il governo imporre l’installazione dell’app Immuni a tutti gli italiani, come accaduto in Cina o in Corea. Pochi giorni fa si è scoperto che non era nemmeno obbligatorio per le ASL e i medici avvalersene. È stato necessario un nuovo Dpcm di Giuseppe Conte (l’ultimo) per istituire tale costrizione, ma ovviamente Conte non ne ha fatto parola e ha evitato di pronunciare anche solo il nome dell’app, che a conti fatti è un fallimento su tutta la linea. Ed è un vero peccato, perché aveva superato con successo tutti i test di costituzionalisti, giornalisti, scettici e tecnici che attendevano il software al varco ansiosi di trovare una falla, un bug, una backdoor che ledesse i diritti costituzionali. Invece l’app fortemente voluta dal ministro dell’Innovazione, Paola Pisano (M5S), funziona così bene da precorrere i tempi. E la pubblica amministrazione, nonostante tutti i proclami di ogni esecutivo, incluso questo, sul suo svecchiamento e sulla sua progressiva digitalizzazione non la ha adottata, perché è ferma ai moduli di carta e quando inserisce i dati su un PC (vecchio e malandato) molto spesso li carica su database che non comunicano con il resto d’Italia…

IL FLOP DI IMMUNI IN NUMERI

Risultato? Come scrive il Manifesto nell’edizione del 23 ottobre, il flop di Immuni sta tutto nei numeri: risiede solo nel 20% degli smartphone italiani. Dato che scende attorno al 17 se si prende in esame la fascia di popolazione più esposta. Troppo poco per fare rete. Anche perché il dato nazionale non permette di comprendere alcunché: il 20% spalmato su tutta la nazione può infatti significare che ci sono zone d’Italia in cui è necessario macinare centinaia di chilometri prima di trovare una persona con l’app installata nel cellulare. E infatti, sempre dai dati del Manifesto, da giugno a oggi ha segnalato appena lo 0,5% dei casi totali che sono stati scoperti: 1134 su 232 mila, allertando 22 mila utenti. In Lombardia, dove ormai su 10 persone che fanno il tampone una è matematicamente positiva, ha fatto beep appena 261 volte, lo 0,7% del totale scoperto invece con il tracciamento tradizionale.

IL RIFIUTO DELLE ASL DI USARE IMMUNI

Il peccato originale a quanto pare non risiede solo nella pigrizia e nella diffidenza degli italiani (cui si aggiunge un altro dato che probabilmente è stato sottovalutato dalla ministra Pisano: siamo il Paese più vecchio d’Europa, il secondo al mondo dopo il Giappone. Davvero in giro ci sono tutti questi utenti over-70 che sanno installare una app? Sicuri che molti in tasca non abbiano al più il Brondi con schermo panoramico e due sole icone giganti?), ma nel fatto che ASL e Immuni finora abbiano operato a compartimenti stagni. C’è voluta una frasina nascosta tra le pieghe dell’ultimo Dpcm, e che il premier si è ben guardato dall’annunciare in conferenza stampa, probabilmente per sottrarsi all’imbarazzo, per sanare la questione: “Al fine di rendere più efficace il contact tracing attraverso l’utilizzo dell’App Immuni, è fatto obbligo all’operatore sanitario del Dipartimento di prevenzione della azienda sanitaria locale, accedendo al sistema centrale di Immuni, di caricare il codice chiave in presenza di un caso di positività”.

ASL VENETE IMMUNI ALL’APP

Tant’è che, come riportato dal Corriere qualche giorno fa, in Veneto, se si provava a telefonare all’ASL di riferimento, l’operatore rispondeva: «Mi dispiace: non siamo in grado di inserire il suo codice nel database. L’app Immuni non è attiva al momento in tutta la Regione». E il Veneto, si sa, è stata una delle zone d’Italia più funestate nella prima ondata di Coronavirus: probabilmente sarebbe dovuta essere tra le prime regioni nelle quali doveva essere attivata tutta l’infrastruttura per far funzionare il sistema di tracciamento, o Luca Zaia potrà anche insistere sui tamponi, come fa dal primo giorno, ma si continuerà a procedere alla cieca, senza criterio.

MILANO (SENZA APP) SI ARRENDE AI CONTAGI

E così capita pure di imbattersi in simili dichiarazioni: «Non riusciamo a tracciare tutti i contagi, a mettere noi attivamente in isolamento le persone. Chi sospetta di aver avuto un contatto a rischio o sintomi stia a casa». Lo ha detto il direttore dell’azienda territoriale sanitaria (Ats) di Milano, Vittorio Demicheli. Anche in questa nuova ondata si combatte la battaglia per Milano, e anche in questa nuova ondata le autorità sanitarie non hanno idea della gravità della situazione, perché non esiste tracciamento automatizzato. L’Asl procede ancora con il sistema delle interviste e i suoi operatori sono sommersi dai moduli cartacei, nemmeno riescono a contattare manualmente le persone che sono state a contatto con positivi al Covid-19. Stanno sbrigando il lavoro di settimane fa: l’infezione galoppa ma per l’Asl è ancora ai livelli di inizio mese e deve avvertire persone che sono state a contatto con un positivo a settembre.

IL PAPA’ DI IMMUNI: «I VERI PROBLEMI FUORI DALL’APP»

«Nessun rimpianto. Era giusto fare il massimo e l’abbiamo fatto, senza risparmiarci. Siamo molto orgogliosi di Immuni. È un ottimo prodotto, semplice da usare e tecnicamente ben studiato. Certamente l’app non ha ancora potuto esprimere il proprio potenziale, ma speriamo che si faranno grossi passi avanti in questo senso nel futuro prossimo. Ce n’è bisogno». È quanto ha dichiarato Luca Ferrari di Bending Spoons a Repubblica. Ferrari elenca le tante cose che non vanno fuori dall’app Immuni: «Intanto occorre incentivare fortemente l’utilizzo di Immuni. Gli incentivi dovrebbero essere tali da far sì che chi la può installare lo faccia in quasi tutti i casi. Poi facilitare il caricamento dei dati degli utenti positivi in modo semplice e veloce; questo consente a Immuni di avvertire gli utenti che sono stati a contatto col positivo e spezza la catena del contagio. I ritardi o, peggio, i mancati caricamenti, riducono l’efficacia del sistema. Finora è stato difficile far eseguire sempre ed efficientemente la procedura di caricamento in tutte le varie regioni, ognuna delle quali ha approcci alla sanità pubblica più o meno diversi. Una soluzione efficace potrebbe consistere nel centralizzare la gestione della procedura, chiamando al telefono i positivi, qualora fossero utenti di Immuni, per supportarli nel caricamento dei propri dati».

CRISANTI: «SERVE STRESS TEST»

Poi c’è il virologo Andrea Crisanti, in un primo momento esposto in pompa magna come l’uomo il cui metodo ha salvato il Veneto e successivamente caduto in disgrazia e additato come una Cassandra che porta iella. Benché non sia un tecnico, continua a ripetere da settimane che Immuni e l’infrastruttura di contorno dovrebbero essere messe alla prova di uno stress test. Anche nella sua ultima apparizione televisiva, ospite della trasmissione di La7 Piazza Pulita, Crisanti ha infatti detto: «Immuni sostituisce chi traccia fisicamente i contatti, poi c’è una parte informatica dietro che se non è attivata l’app non può funzionare. In più in una situazione con 16mila casi l’app Immuni farebbe partire centinaia di migliaia di operazioni che poi andrebbero però gestite da persone».

IL GOVERNO CORRE AI RIPARI SOLTANTO ORA

Sembra essersene accorto anche il governo. Tant’è che il ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia, incontrando le Regioni lo scorso giovedì 22 ottobre ha promesso l’assunzione di 2mila tracciatori in più, che rischiano però di arrivare mentre la situazione è fuori controllo. Non lo diciamo noi: lo ha dovuto ammettere il consigliere di Roberto Speranza, Walter Ricciardi che oltre a quanto aveva detto la scorsa settimana in tema di fallimento del tracciamento, ha pure ammesso che «Alcune aree metropolitane come Milano, Napoli e probabilmente Roma, sono già fuori controllo dal punto di vista del controllo della pandemia, hanno numeri troppo alti per essere contenuti con il metodo tradizionale del testing e tracciamento. E, come insegna la storia di precedenti epidemie, quando non riesci a contenere devi mitigare, ovvero devi bloccare la mobilità».

IL CATTIVO ESEMPIO ARRIVA DAI PARLAMENTARI

E poi c’è il Parlamento, che rischia seriamente di chiudere per pandemia e di non riuscire ad approvare per tempo la prossima finanziaria, condannandoci all’esercizio provvisorio di bilancio se non sarà votata entro il 31 dicembre. Lì, come riporta Il Fatto Quotidiano nell’edizione del 22 ottobre scorso, il rischio contagio è alto e lo rivelano i numeri degli onorevoli in quarantena, molti dei quali, ottusamente, continuano a non scaricare l’app dando così un pessimo segnale a tutti gli italiani. Tra questi c’è il bastian contrario per antonomasia Gianluigi Paragone: «Non l’ho scaricata e non ho intenzione di farlo in futuro» spiega alla buvette. E perché? «Fa acqua da tutte le parti e poi non l’ha scaricata nessuno». Ma non funziona proprio perché nessuno la scarica: «È obbligatorio? No, arrivederci». Anche il senatore forzista Luigi Vitali ha deciso di non fare il download di Immuni: «È una battaglia personale –spiega prima di entrare in aula per ascoltare il premier – non serve a nulla perché chi è positivo deve segnalarlo alla app solo che lo hanno fatto in pochissimi. Quindi è inutile». Insomma, Immuni funziona. È tutto il resto, a tutti i livelli, a fare cilecca.

ISCRIVITI ALLA NOSTRA NEWSLETTER

Iscriviti alla nostra mailing list per ricevere la nostra newsletter

Iscrizione avvenuta con successo, ti dovrebbe arrivare una email con la quale devi confermare la tua iscrizione. Grazie, il tuo Team Start Magazine

Errore

Articoli correlati