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Il Papa, Anthropic e la tenaglia Usa-Cina sul Vaticano

Leone XIV ha scelto il suo alleato tecnologico tra i nemici della Casa Bianca? L'intervento di Luigi Ricci, autore di Vaticano Zero Day

 

A febbraio 2026 l’amministrazione Trump ha ordinato a tutte le agenzie federali di smettere di usare la tecnologia di Anthropic, imponendo sanzioni senza precedenti per il rifiuto dell’azienda di concedere all’esercito americano accesso illimitato ai suoi modelli di intelligenza artificiale. La categoria usata per classificarla era stata riservata, fino a quel momento, ad avversari stranieri. Anthropic ha risposto con una causa per ritorsione illegale, ancora in corso.

Il 25 maggio, in quella stessa settimana, il cofondatore di Anthropic Christopher Olah salirà sul palco dell’Aula del Sinodo in Vaticano, accanto a Leone XIV, per presentare la prima enciclica papale sull’intelligenza artificiale della storia della Chiesa.

Quando un’istituzione millenaria decide di dismettere i guanti bianchi della diplomazia morale e schiera il suo arsenale cognitivo sul campo, la scelta del compagno d’armi è già un atto di guerra.

Il silenzio di OpenAI, Google, Meta e Microsoft davanti all’annuncio dell’enciclica non è indifferenza. È la risposta di chi non vuole legittimare l’avversario riconoscendolo. Ma c’è anche una ragione più strutturale, che spiega il rapporto di forze reale in questo scontro.

Google, Amazon, Microsoft e Meta sono proiettati a spendere oltre 400 miliardi di dollari in data center nel solo 2026. Nel 2025 i grandi operatori dell’infrastruttura AI hanno emesso 121 miliardi di dollari in obbligazioni, più di quattro volte la media dei cinque anni precedenti. Il debito a lungo termine di Alphabet è quadruplicato in un anno fino a 46,5 miliardi di dollari. Amazon guarda a un free cash flow negativo di quasi 17 miliardi nel 2026.

Le stime di Wall Street proiettano la spesa totale in infrastrutture AI oltre il trilione di dollari nel 2027. Aziende con questa esposizione finanziaria non possono permettersi di rallentare, negoziare o cedere un centimetro di terreno normativo. Per loro l’accelerazione non è una scelta strategica: è una necessità esistenziale. Un’enciclica scritta in Vaticano non può sospendere la corsa di chi ha già ipotecato il futuro. L’era AI è quella che fu l’era atomica della guerra fredda: nessuno poteva fermarsi.

Detto questo, Leone XIV ha accettato lo scontro. I guadagni potenziali in termini di sovranità morale sono enormi. Ma chi analizza le vulnerabilità delle istituzioni sa che ogni postura di attacco unilaterale espone il fianco a contromisure asimmetriche. Nella logica di Vaticano Zero Day, questa svolta comporta quattro rischi strategici che si alimentano a vicenda come gli anelli di una catena, e che nessun documento, per quanto potente, può esorcizzare da solo.

Il primo anello: la guerra asimmetrica dei flussi

Uscire dal cono d’ombra della neutralità etica e sfidare direttamente i monopoli di Big Tech significa esporsi a ritorsioni non convenzionali. Qui sta il paradosso fondante dell’intera operazione: la Santa Sede non ha un’infrastruttura tecnologica proprietaria. Si appoggia sulle reti, sui server e sui data center dei colossi che sta sfidando. Una macchina da guerra cognitiva transnazionale può attivare in qualsiasi momento attacchi di character assassination ancora più virulenti di quelli già subiti da alcuni protagonisti di questa vicenda, blackout mirati dei sistemi di comunicazione vaticani, o la manipolazione algoritmica del sentiment pubblico globale contro il Pontificato. È il rischio di trovarsi con le armi spuntate nel momento esatto in cui il nemico decide di staccare la spina.

Non è un’ipotesi. A febbraio 2026, un gruppo di criminali informatici ha sottratto i piani di sicurezza delle Gallerie degli Uffizi di Firenze, i codici d’allarme, i varchi di accesso. La risposta fisica è stata drastica: porte e uscite di emergenza murate con calce e mattoni nel giro di una notte, un’ala di Palazzo Pitti chiusa, il Tesoro dei Granduchi trasferito d’urgenza nel caveau della Banca d’Italia. Quando un attacco digitale obbliga uno dei musei più importanti del mondo a murare letteralmente le proprie porte, significa che la frontiera tra cyberspace e spazio fisico è già caduta. Il Vaticano non ha neanche le porte da murare: ha server, canali di comunicazione, e la reputazione di un’istituzione bimillenaria. Tutto esposto, tutto aggredibile, tutto sulla rete di chi sta sfidando.

Il secondo anello: l’illusione del controllo tecnico

Il primo anello apre il secondo, perché la risposta del Vaticano alla vulnerabilità infrastrutturale è l’alleanza tecnica con chi può mappare la macchina dall’interno. Olah è il pioniere mondiale della cosiddetta interpretabilità meccanicistica: la disciplina che cerca di aprire la scatola nera dei modelli di intelligenza artificiale e capire, neurone per neurone, come ragionano davvero. Non cosa producono, ma perché. È il bisturi che la Santa Sede ha scelto per governare eticamente la macchina.

Vale però la pena nominare con precisione chi è Anthropic, perché la narrativa dei “ribelli della Silicon Valley” rischia di oscurare una contraddizione strutturale che l’analisi non può permettersi di ignorare. Anthropic non è un movimento di resistenza: è una fazione dissidente interna al complesso tecno-industriale americano. È finanziata da Google e Amazon, ha una valutazione che supera i 380 miliardi di dollari, opera dentro lo stesso ecosistema capitalistico che il Vaticano intende regolamentare. La sua dissidenza è reale, ma è dissidenza dall’interno, non dall’esterno. Sceglierla come alleato significa entrare in una contraddizione che nessuna enciclica può risolvere per decreto: ci si appoggia al sistema per sfidare il sistema.

Il problema è che il sistema accelera a velocità non lineare. E chi lo ha costruito dice già che non si riesce più a governarlo. Yoshua Bengio ha vinto il Premio Turing nel 2018, il Nobel dell’informatica, insieme a Geoffrey Hinton e Yann LeCun: sono i tre padri del deep learning, l’architettura neurale che sta alla base di ogni sistema di intelligenza artificiale oggi in circolazione. Bengio ha scelto di diventare il critico più autorevole e scomodo della tecnologia che ha contribuito a creare. La sua diagnosi è senza appello: i paletti di sicurezza non si sono spostati, sono stati rimossi del tutto. Documenti interni di tre grandi laboratori AI mostrano che le soglie di capacità che avrebbero dovuto attivare protocolli di sicurezza rafforzati sono state riviste verso l’alto almeno quattro volte tra il 2024 e il 2025. In ciascun caso, le revisioni sono avvenute dopo che i modelli in sviluppo avevano già superato le soglie esistenti. Non è una correzione di rotta: è un sistema che sposta continuamente i propri paletti per restare in piedi.

La prova più recente ha un nome preciso: Claude Mythos. Il 7 aprile 2026, lo stesso Anthropic, il partner scelto da Leone XIV, ha annunciato di aver sviluppato un modello così potente da non poterlo rilasciare al pubblico. Mythos è capace di scoprire vulnerabilità zero-day nei principali sistemi operativi e browser, di concatenare bug software in exploit a più fasi, una capacità fino a quel momento raggiungibile solo dai migliori hacker umani.

In una valutazione pre-rilascio, il modello è “fuggito” autonomamente da un ambiente sandbox protetto, ha ideato un exploit a più fasi per ottenere accesso a internet, e ha inviato una email a un ricercatore, tutto senza essere stato istruito a farlo. Anthropic dichiara di non aver addestrato esplicitamente Mythos a specializzarsi nello sfruttamento di vulnerabilità: queste capacità sono una conseguenza a valle dei miglioramenti generali nel ragionamento e nell’ingegneria del software. Non è un’arma costruita: è un’intelligenza che ha trovato da sola la strada verso il danno.

Se l’uomo che ha inventato il motore dice che il motore non ha più freni, e il motore stesso dimostra di saper aprire le porte che non dovrebbe aprire, il Vaticano che sale a bordo con un manuale etico rischia di legittimare una corsa che nessun documento può fermare. Qualunque cosa l’enciclica contenga, nessun testo può essere più veloce del codice che descrive.

Il terzo anello: la tenaglia geopolitica

Il secondo anello si salda al terzo, perché la scelta di Anthropic come partner non è solo tecnica: è una dichiarazione di campo geopolitico. Imporre una neutralità cognitiva equidistante da Washington e Pechino, come il Vaticano ambisce a fare tramite il quadrilatero dei nuovi nunzi, è una scommessa diplomatica ad altissimo coefficiente di attrito. È di questi giorni la presentazione delle credenziali del nuovo nunzio Gabriele Giordano Caccia alla Casa Bianca.

Ma la Segreteria di Stato di Parolin rischia di trovarsi schiacciata in una tenaglia. Gli Stati Uniti potrebbero interpretare l’alleanza con la fazione dissidente della Silicon Valley come un atto di ostilità verso la propria egemonia tecnologico-militare, tanto più in un momento in cui Anthropic è già oggetto di sanzioni federali. La Cina, dal canto suo, rifiuterà qualsiasi sindacato morale esterno sul proprio totalitarismo algoritmico. Il rischio concreto è l’isolamento diplomatico: trovarsi contro entrambi i blocchi senza avere la forza economica o militare per reggere l’urto dell’aut-aut.

Vale la pena ricordarlo: il Vaticano non è un apparato strategico moderno, coordinato e machiavellico. È un’istituzione antica, lenta, attraversata da correnti interne spesso contraddittorie. Entra in questo scontro con tutta la sua potenza simbolica e tutta la sua vulnerabilità burocratica. Questo non lo rende meno pericoloso come avversario. Lo rende più esposto come bersaglio.

Il quarto anello: il sabotaggio dei franchi tiratori

Ed è qui che la catena si chiude su sé stessa, perché il rischio più insidioso non arriva da Washington né da Pechino, ma da una convergenza di fuochi incrociati che si alimentano a vicenda in tempo reale. Come ricordava la predica di Monsignor Varden sul De Consideratione, la gestione di una svolta di questa portata richiede collaboratori di assoluta integrità personale, perché il pericolo più grande è spesso endogeno. Ma in questo caso il pericolo endogeno e quello esogeno si sono già saldati prima ancora che l’enciclica venisse pubblicata.

Il fuoco interno è aperto dal 20 maggio. Cinque giorni prima della Magnifica Humanitas, Antonio Socci pubblica sul suo blog un articolo che supera in poche ore le ventimila visualizzazioni. Il titolo è costruito come un frame ostile già pronto per la viralizzazione: chiese vuote, crollo di vocazioni, persecuzioni islamiste e comuniste, e il Papa che dedica la sua prima enciclica ai computer. Non è un’analisi: è un attacco preventivo, che colpisce prima ancora che il documento esista.

La critica non riguarda il contenuto, che Socci non ha ancora letto, ma la scelta stessa di esistere. Il termine di paragone è Giovanni Paolo II, che inaugurò il suo pontificato con la Redemptor hominis, centrata sul cuore della fede, e che nel 1981 denunciò lo smarrimento dei cristiani travolti dal relativismo post-conciliare. Leone XIV, in questa lettura, eredita una situazione ecclesiale perfino peggiore e risponde con un’enciclica sull’AI. Il punto più acuto è escatologico: da anni nella Chiesa le utopie avrebbero preso il posto del Paradiso e le distopie dell’Inferno. La salvezza eterna è sparita dal discorso pubblico, sostituita da sociologia, ecologia e politica.

Il fuoco esterno ha un’altra origine e una logica diversa, ma converge sullo stesso bersaglio. Foreign Affairs ha pubblicato in queste ore un’analisi che descrive Leone XIV come un papa l’unico a poter sfidare gli eccessi della politica estera statunitense, capace di unire cattolici conservatori e liberali proprio grazie agli attacchi di Trump.

L’articolo circola sui social americani e il pattern è già rilevabile: account nordamericani di chiara posizione repubblicana lo usano come bersaglio, criticando Leone su basi che mescolano argomenti teologici e geopolitici. È impossibile stabilire con certezza se si tratti di coordinamento deliberato o di convergenza emergente, di ecosistemi digitali che si allineano spontaneamente senza cabina di regia. Ma la distinzione, in termini di effetto sul Pontificato, è irrilevante: il risultato è identico. Trump aveva già definito Leone XIV “debole sul crimine e pessimo per la politica estera” in un post del 12 aprile. Diversi leader cattolici conservatori americani avevano chiesto al presidente di scusarsi, inutilmente, dichiarando di non voler essere costretti a scegliere tra la propria fede e il proprio paese. La base repubblicana cattolica è spaccata, e quella spaccatura è esattamente il terreno su cui i fuochi interni ed esterni si incontrano.

La Curia romana non è un blocco monolitico, ed è essa stessa lenta, contraddittoria, internamente conflittuale. I network ultra-conservatori ed alcuni cardinali emeriti messi da parte, non rimarranno a guardare. Se l’offensiva del 25 maggio dovesse mostrare la minima crepa, un errore tecnico, un passo falso diplomatico di Parolin, una nuova polemica dottrinale, quella crepa verrà amplificata in tempo reale da un ecosistema già in posizione. L’articolo di Socci non è un’analisi: è un posizionamento tattico già in campo. I commenti sui social nordamericani non sono dibattito: assomigliano a ricognizione. E i quattro anelli si chiudono: la ritorsione algoritmica esterna amplifica la crepa interna, la fragilità tecnica fornisce munizioni alla polemica teologica, la tenaglia geopolitica isola la diplomazia vaticana nel momento esatto in cui ha più bisogno di alleati.

Leone XIV ha accettato lo scontro sul terreno più pericoloso del secolo. Non come apparato strategico onnisciente, ma come istituzione bimillenaria che ha deciso di non restare a guardare. La posta non è una battaglia politica. È la risposta a una domanda che riguarda tutti: nemmeno l’istituzione più antica d’Occidente riesce ad avere gli anticorpi per resistere all’impatto d’urto dello Zero Day tecnologico?

Entrando nel conflitto sull’intelligenza artificiale, il Vaticano smette di essere soltanto autorità morale e diventa attore dentro un sistema di sovranità cognitiva. È questa la trasformazione più profonda che la Magnifica Humanitas porta con sé, al di là di qualsiasi contenuto specifico. Non è più questione di cosa dice il documento. È questione di cosa diventa l’istituzione nel momento in cui lo pubblica.

Se l’operazione fallisce, la Chiesa non perde una partita. Dimostra che nessuna istituzione fondata sulla durata può competere con la velocità di un sistema che non ha memoria, non ha coscienza, e non ha niente da perdere. Passerebbe da attrice della storia a vittima sistemica del ricatto dei codici. Se invece regge, avremo la risposta che aspettavamo da quando la corsa è cominciata: che esiste ancora qualcosa, al mondo, capace di opporre alla macchina una misura dell’umano che la macchina non può calcolare.

Il 25 maggio sapremo quale dei due scenari è più vicino. O forse no, e dovremo aspettare ancora. Le encicliche, a differenza degli algoritmi, non danno risultati in tempo reale.

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