Innovazione

Perché la guerra dei dazi Usa-Cina turba Apple

di

apple

L’articolo di Yoko Kubota e Tripp Mickle per il Wall Street Journal

La dicitura sul retro di iPhone «Designed by Apple in California – Assembled in China» mette in luce una spiegazione chiave al notevole successo dell’azienda, ma mostra anche quanto sia esposta alla crescente battaglia commerciale tra Stati Uniti e Cina. Assemblando i telefoni nell’ex Celeste Impero, la Mela ha sfruttato la smisurata forza lavoro locale e le formidabili capacità produttive. Ma ha anche fatto del proprio prodotto più redditizio un articolo d’esportazione cinese, che potrebbe essere soggetto ai dazi nell’ambito dell’attuale disputa commerciale.

Inoltre, la Cina è di gran lunga il più importante mercato al di fuori degli Stati Uniti per la società di Cupertino, il che la espone a una certa vulnerabilità nel caso in cui Pechino decida di vendicarsi. «Dovrebbero preoccuparsi», ha commentato David Dollar, sinologo della Brookings Institution, che è stato il principale esponente del Tesoro degli Stati Uniti a Pechino durante l’amministrazione Obama.

Gli smartphone non sono stati inclusi nei 34 miliardi di dollari di dazi su beni cinesi imposti il 6 luglio, né sono destinati a un secondo round del valore di 16 miliardi di dollari, previsto per agosto. Inoltre non sono stati inclusi in un terzo round da 200 miliardi di dollari che l’amministrazione Trump ha stabilito all’inizio di questo mese. Ma ora The Donald sta minacciando oneri per un totale di 500 miliardi di dollari di importazioni, il che coprirebbe quasi tutto ciò che la Cina spedisce negli Stati Uniti, inclusi gli iPhone, dicono gli esperti.

Stando ai dati dell’International Trade Center, gli Stati Uniti hanno importato telefoni cellulari dalla Cina per circa 45 miliardi di dollari l’anno scorso. La Cina importa molto meno dagli Stati Uniti, circa 130 miliardi di dollari di prodotti all’anno, il che limita le opzioni per imporre dazi all’insegna del tit-for-tat, più volgarmente noto come «pan per focaccia». Ma potrebbe reagire con dazi più elevati e azioni punitive contro le società americane. A sentire Dollar e altri esperti del settore, Apple sarebbe un obiettivo papabile vista la quota pari al 9% vantata da iPhone nel mercato cinese degli smartphone. Apple ha rifiutato di commentare.

L’amministratore delegato Tim Cook, che ha fatto del business cinese della società un pilastro allineato a fianco di quello degli Stati Uniti, ha mantenuto la consueta calma al salire delle tensioni, corteggiando funzionari a Pechino e Washington. A marzo, è volato a Pechino e ha invocato il libero scambio in occasione di un evento organizzato dal governo cinese. «I Paesi che abbracciano l’apertura, che abbracciano il commercio, che abbracciano la diversità sono quelli che hanno risultati eccezionali», ha affermato. In una visita alla Casa Bianca in aprile, ha detto al presidente che i dazi non sono l’approccio giusto alle questioni commerciali, ha riferito lo stesso ceo di Apple in una successiva intervista televisiva.

«Stanno lavorando per coinvolgere l’amministrazione e assicurarsi che non ci siano conseguenze indesiderate sia negli Stati Uniti che in Cina», ha affermato Dean Garfield, presidente dell’Information Technology Industry Council, di cui Apple è membro. La Cina ha già un’imposta sul valore aggiunto del 16% che colpisce gli iPhone. E Apple presenta altri potenziali obiettivi per la rappresaglia, tra cui circa 40 punti vendita in Cina e l’App Store più grande al mondo in termini di spese. Il Ministero del commercio cinese e l’Ufficio informazioni del Consiglio di Stato non hanno risposto immediatamente alle richieste di commento. Per Washington e Pechino, trascinare Apple nella lotta commerciale comporta dei rischi. Trump potrebbe irritare i consumatori americani se i dazi rendessero il popolare iPhone più costoso.

Inoltre se la dovrebbe prendere con la società con maggiore valore al mondo, che ha promesso di contribuire per 350 miliardi di dollari all’economia degli Stati Uniti nei prossimi cinque anni. In tale cifra è inclusa un’imposta una tantum di 38 miliardi di dollari sulle disponibilità liquide all’estero, che giunge in risposta a un’importante riforma del codice tributario degli Stati Uniti.

Anche la Cina ha interesse a mantenere la pace, visto il numero di posti di lavoro offerti da Apple. Circa 10.000 persone sono direttamente impiegate, ha fatto sapere la società. Indirettamente, dice di contare circa tre milioni di posti lungo la catena di approvvigionamento, che comprende il produttore a contratto Foxconn Technology. E afferma di fornire lavoro a 1,5 milioni di sviluppatori di app nel Paese. «È un’arma a doppio taglio. Se il governo cinese cercherà davvero di fare qualcosa, gli si ritorcerà contro», ha detto Yuqing Xing, professore di economia al National Graduate Institute for Policy Studies di Tokyo che ha scritto di iPhone e commercio negli Stati Uniti.

Il colosso di Cupertino è più vulnerabile ai dazi sugli smartphone rispetto ai concorrenti perché non ha diversificato la produzione. Sebbene negli ultimi anni abbia cercato di assemblare gli iPhone fuori dalla Cina, per esempio in Vietnam, è andata incontro a costi delle strutture e della formazione troppo alti e ha deciso di continuare a esportarne la maggior parte dalla Cina, secondo una persona che ha familiarità con la questione. Negli Stati Uniti, un dazio del 10% su un iPhone X di fabbricazione cinese aggiungerebbe circa 37 dollari al costo di importazione di 368, secondo IHS Markit.

Apple potrebbe tagliare quei costi sul dispositivo da 999 dollari o anche trasferirli su rivenditori e consumatori, dice Mehdi Hosseini, analista di Susquehanna International Group. Il rivale Samsung, d’altra parte, produce oltre l’80% dei propri smartphone fuori dalla Cina e eviterebbe simili dazi. Peraltro, il business di Apple in Cina è stato compresso nel 2016, quando il governo ha bloccato i servizi di musica e libri online. Tali misure mostrano come la Cina possa danneggiare le attività di Apple con la ritorsione per i dazi, hanno detto esperti del settore e analisti. «La Cina potrebbe ritoccare all’infinito questi numeri», ha detto Nicholas Lardy del Peterson Institute for International Economics.

Traduzione di Giorgia Crespi per Mf/Milano finanza

 

ISCRIVITI ALLA NOSTRA NEWSLETTER

Iscriviti alla nostra mailing list per ricevere la nostra newsletter

Iscrizione avvenuta con successo, ti dovrebbe arrivare una email con la quale devi confermare la tua iscrizione. Grazie, il tuo Team Start Magazine

Errore

Articoli correlati