Innovazione

Germania, robot a lavoro: bisogna aver paura del futuro?

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La Germania inizia a fare i conti con l’automazione e le sue conseguenze. Tra paure e speranze per l’arrivo dei robot e lavoro

 

Un fantasma si aggira per il mondo industrializzato, quello del robot sterminatore di posti di lavoro, il cyborg che in capo a un decennio, forse meno, getterà sul lastrico masse di lavoratori, spingendo il genere umano sull’orlo della povertà. Magari, come sintetizzato in una spettacolare copertina di ottobre del New Yorker, a chiedere l’elemosina sui marciapiedi proprio a quei robot impossessatisi dei centri operativi dell’industria 4.0.

robotIn Germania, l’ultima in ordine di tempo a rispolverare l’ansia per l’avvento dei robot nel mercato del lavoro è stata la Deutsche Bank, John Cryan, il britannico presidente che sta provando a rimettere in corsa il primo istituto di credito tedesco, ha annunciato una settimana, in un’intervista al Financial Times, un ulteriore, drastico taglio dei dipendenti. Cryan ha spiegato che il programma di risanamento per dare vigore a una banca affossata dalle gestioni precedenti e dai costi delle numerose cause legali prevede anche un massiccio ricorso all’automazione. E, come conseguenza, una pesante riduzione degli addetti. Robot al posto dei bancari. “Siamo troppo basati sul lavoro manuale, il che ci rende esposti a errori e inefficienze”, ha detto Cryan al quotidiano della City, “c’è tanto che possiamo imparare dalle macchine e possiamo introdurre molta meccanizzazione. Diamo lavoro a 97mila persone, mentre la maggior parte dei nostri competitori ha metà di quel numero di impiegati”.

Nelle sedi e filiali della Deutsche Bank sparse per il mondo l’idea di un futuro lavorativo spazzato via dai robot è diventata angosciosa realtà. La domanda, tuttavia, è se la paura di questo futuro sia giustificata, se cioè l’introduzione dell’automazione nei più diversi ambiti lavorativi porterà davvero alla decimazione dei posti di lavoro.

A smentire questa visione più pessimistica, almeno per la Germania, è arrivato uno studio realizzato dall’Istituto di ricerca sul mercato del lavoro e sulle professioni (Institut für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung, Iab) in collaborazione con le università di Mannheim e Düsseldorf: un dossier di 63 pagine ricco di dati, tabelle e interpretazioni, che riporta la questione su un terreno più scientifico, riequilibrando in parte l’eccessivo allarmismo.

Il caso tedesco presenta acute differenze rispetto, ad esempio, a quello statunitense, dove lo smantellamento dei posti di lavoro in seguito ai processi di automazione sembra ricalcare, anche a detta dei ricercatori dello Iab, le visioni più pessimistiche. Il dato che è emerso è che nei vent’anni trascorsi tra il 1994 e il 2014, i posti di lavoro perduti nell’industria manufatturiera tedesca per l’inserimento dei robot nei processi produttivi è stato di 275.000 unità, non a causa di licenziamenti diretti ma di minori assunzioni di giovani. In questo tipo di industria, ammette dunque la ricerca dell’Iba, l’effetto sul lavoro umano è stato sensibile. Allo stesso tempo però, nel settore dei servizi è stato creato un numero altrettanto grande di nuovi posti di lavoro. “Esattamente la stessa quota di lavoro persa nel manifatturiero è stata ricavata nel settore dei servizi”, ha detto Wolfgang Dauth, docente di Economia empirica all’Università di Würzburg, che per conto dell’Iab ha coordinato il rapporto, “in altre parole, i robot hanno fortemente modificato la composizione dell’impiego, sono stati responsabili almeno del 23% del declino del lavoro nella manifattura ma non sono stati un grande killer quando si prende in considerazione il numero degli occupati nell’intera economia tedesca”.

Lo studio dell’Iab rivela un’altra particolarità tedesca, che potrebbe essere estesa anche a buona parte del resto d’Europa ed è utile anche a chiarire meglio le differenze riscontrate con gli Usa, dove le statistiche sembrano invece confermare una forte sostituzione di lavoratori da parte dei robot, nonostante il loro impiego sia proporzionalmente più alto nell’industria tedesca: la forte presenza dei sindacati. Lo spiega bene Jens Südekum, co-autore dello studio e professore di Economia competitiva all’Università di Düsseldorf che da tempo si occupa dei riflessi dell’automazione sul mercato del lavoro: “La robusta presenza del sindacato in Germania ha rallentato la perdita dei posti di lavoro nelle industrie del paese e i suoi rappresentanti sono riusciti a contrattare con le controparti l’introduzione dei processi di automazione al costo di salari mediamente più contenuti”. L’impatto dei robot, in Germania, non si è dunque sentito sul versante dell’occupazione ma su quello della retribuzione: “Nel complesso gran parte dei lavoratori guadagna meno rispetto al passato a causa dell’automazione”, aggiunge Südekum, “proprio perché i sindacati sono stati disponibili a contenere i salari in cambio della salvaguardia dei posti di lavoro”.

AlibabaL’ultimo aspetto della ricerca descrive vincenti e perdenti dell’impiego dei robot. Il risultato non è una sorpresa ma una conferma e la spiega lo stesso Südekum: “I più colpiti sono i lavoratori con una qualificazione di tipo medio come gli operai specializzati, mentre ne guadagnano lavoratori ad alta qualificazione, cui i robot non fanno concorrenza, e le imprese, i cui profitti crescono grazie alla maggiore produttività. C’è dunque da supporre che i robot accresceranno la forbice fra ricchi e poveri”. Non solo fra imprenditori e lavoratori, dunque, ma anche tra i lavoratori altamente qualificati e quelli con qualifiche medio-basse.

Insomma, l’arrivo dei robot prospetta un cambiamento strutturale che non necessariamente porterà all’espulsione dell’uomo dal mondo del lavoro. Uno scenario apocalittico che Ernst Andreas Hartmann, psicologo del lavoro e direttore dell’Istituto per l’innovazione e la tecnica di Berlino, ritiene frutto di un esagerato cedimento alla narrazione distopica da parte della stampa: “Ho l’impressione che reportage spesso isterici o scandalistici producano un effetto negativo”. Da qualche tempo, d’altronde, i docenti di robotica e futuro del lavoro sostengono che sarà decisivo il rapporto robot-uomo. Chi è sul campo, in azienda, si confronta già con questo aspetto. “Le tecniche di automatizzazione non sono di per sé né buone né cattive”, sostiene Bernd Kärcher, direttore dell’Advanced Mechatronic Concepts di Festo, azienda leader nell’innovazione “e dipenderanno sostanzialmente dalla scelta degli imprenditori gli effetti che avranno i progressi tecnologici”. Kärcher indica due scenari possibili: “Nel primo i lavoratori ricevono sul luogo di lavoro informazioni e competenze, nel secondo verranno sorvegliati dalla tecnica in maniera sempre più perfetta e non necessiteranno né di competenze né di capacità”. E aggiunge: “Entrambe le strade sono percorribili perché in tutti e due gli scenari sarà possibile in Germania produrre in maniera competitiva”.

“La nostra visione non è quella di una fabbrica senza uomini”, ha di recente detto alla Zeit Christoph Kübel, direttore delle relazioni industriali di Bosch, “la combinazione di uomini e robot produce i risultati migliori”. L’azienda di Stoccarda ha introdotto da tempo l’intelligenza artificiale nei suoi processi produttivi, uomini e robot si suddividono il lavoro in azienda. “Anche da noi il numero dei lavoratori è rimasto nel complesso stabile, nonostante una forte introduzione di robot”, ha concluso Kübel, “in fabbrica sono stati automatizzate le funzioni monotone e ripetitive ma sono stati creati nuovi posti di lavoro, ad esempio nel settore dei software”.

Pierluigi Mennitti

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