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Cambridge Analytica, ecco perché Facebook ruzzola in Borsa (e non solo in Borsa)

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Effetto capitombolo in Borsa e anche sul mercato politico internazionale per Facebook. L’approfondimento di Michelangelo Colombo sul caso Cambridge Analytica

Effetto capitombolo in Borsa e anche sul mercato politico internazionale per Facebook. Il gruppo fondato da Mark Zuckerberg è nell’occhio del ciclone con contraccolpi a Wall Street ma anche nei palazzi della politica dei maggiori Paesi. Ecco come e perché tra fatti, interpretazioni, polemiche e approfondimenti sul caso legato a Cambridge Analytica.

IL RUZZOLONE IN BORSA

Facebook sconta sul mercato il clamore sollevatosi intorno a Cambridge Analytica, la società britannica di analisi e consulenza che avrebbe ottenuto in violazione delle regole stabilite dalla stessa piattaforma i dati di 50 milioni di utenti. I contorni della vicenda hanno iniziato a definirsi nel fine settimana, con la pubblicazione di due inchieste da parte di Observer e New York Times, e lo stesso social network ha proceduto già sabato a sospendere i profili dell’azienda di analisi dati e di Strategic Communication Laboratories (Scl), il gruppo al quale fa capo. La riapertura di Wall Street ha però messo in chiaro che la questione non può dirsi risolta: il titolo Fb, nel corso della seduta di ieri, ha segnato infatti un calo intorno agli otto punti percentuali sul Nasdaq, per chiudere alla fine con un meno 7%, mai così male dal 2012, trascinando in basso Wall Street.

COME SI MUOVE IL CONGRESSO

A chiedere ulteriori chiarimenti, secondo quanto riportano i media americani, sono d’altra parte diversi membri del Congresso, da James Lankford dell’Oklahoma a Jeff Flake dell’Arizona. Un coro al quale si è unita nella anche la commissaria europea Vera Jourova, che via Twitter ha parlato di una vicenda “orripilante, se confermata”, sottolineando che “non vogliamo questo nella Ue”. Mentre la numero uno dell’autorità britannica per la protezione dei dati, la Information Commissioner Elizabeth Denham, ha emesso una nota per confermare che è in corso una indagine “complessa e di vasta portata”.

LA DIFESA DI FACEBOOK

“L’affermazione per cui si è trattato di una violazione dei dati è completamente falsa”, ha precisato ieri sul sito di Facebook il vice presidente, Paul Grewald, mettendo l’accento sul fatto che le informazioni erano state ottenute lecitamente da Aleksandr Kogan, professore alla Università di Cambridge, attraverso la app “thisisyourdigitallife”, che circa 270 mila utenti avevano scaricato liberamente per ottenere predizioni sulla propria personalità, fornendo in cambio accesso ad alcuni dati personali e preferenze, oltre a informazioni più limitate relative agli amici che avevano mantenuto aperte le impostazioni di privacy.

LA QUESTIONE DEL REGOLAMENTO

Ad andare contro al regolamento, secondo la ricostruzione di Menlo Park, sarebbe stata la cessione nel 2015 di tali dati a una parte terza, Scl appunto, che in questi anni è balzata agli onori delle cronache per aver lavorato sul web alla campagna elettorale di Donald Trump e a quella referendaria in favore della Brexit. Una volta appreso quanto accaduto, sempre nel 2015, Facebook aveva rimosso la app e chiesto la distruzione dei dati, confermata dalla stessa Cambridge Analytica. “Diversi giorni fa, abbiamo ricevuto report che, al contrario di quanto riportato nelle certificazioni che ci erano state date, non tutti i dati sono stati distrutti”, scrive ora Grewald, “ci stiamo mouovendo aggressivamente per determinare l’accuratezza di queste affermazioni”.

IL VERO RUOLO DI CAMBRIDGE ANALYITICA

“Cambridge Analytica rispetta pienamente i termini di servizio di Facebook ed è attualmente in contatto con Facebook in seguito alla recente comunicazione per cui ha sospeso l’azienda dalla piattaforma, in modo da risolvere la questione il più presto possibile”, ha cercato di chiarire sul proprio sito la società britannica, spiegando di aver firmato nel 2014 un contratto per un progetto di ricerca su larga scala negli Stati Uniti con la società Global Science Research, che si era impegnata a ottenere dati solo in accordo con lo Uk Data Protection Act e ottenendo il consenso informato. “Quando successivamente divenne chiaro che i dati non erano stati ottenuti da Gsr in linea con i termini di servizio di Facebook, Cambridge Analytica ha cancellato tutti i dati che aveva ricevuto”, si legge sul sito, nel quale la web agency sottolinea che nessun dato proveniente da Gsr è stato utilizzato “nell’ambito dei servizi forniti nell’ambito della campagna presidenziale di Donald Trump”

LA PAROLA DEL GARANTE EUROPEO

Non solo Facebook e Cambridge Analytica, comunque, nell’occhio del ciclone delle istituzioni ma l’intero impianto dell’uso politico dei dati rivenienti dai social media. La profilazione degli utenti ha avuto un impatto sul voto in Francia, Regno Unito e Usa. E’ la conclusione cui è giunto il Garante europeo della protezione dei dati, in un rapporto diffuso oggi che – spiega in un’intervista alla Stampa il capo dell’autorità Giovanni Buttarelli – “va ben oltre il caso Cambridge Analityca emerso già mesi fa. Siamo partiti da un’analisi su fake news, hate speech e manipolazione dei dati per finalità di influenza sulle elezioni”. “Abbiamo compiuto un’analisi accurata e densa di decine di esempi concreti su come i dati vengono utilizzati a insaputa degli interessati. Software vocali, test della personalita’, giochi, pagine di sostenitori, sistemi wifi e videocamere. Vengono valutate persino le esitazioni nel rispondere a determinate domande”, ha spiegato Buttarelli. L’obiettivo è “elaborare oltre 52 mila pattern, cioe’ modelli per classificare le persone”, fotografandole “meglio di quanto possano fare gli stessi parenti”. Le classificazioni sono usate influenzare il voto: “E’ ormai certo che alcune campagne politiche siano state basate su questi strumenti e abbiano orientato e manipolato i messaggi sulla base di un’indebita profilazione delle persone”, evidenzia Buttarelli, secondo cui contro queste attività “nessuno dei regolatori, da solo, può avere successo”.

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