Innovazione

Ecco come il Parlamento inglese ha sculacciato Zuckerberg

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L’articolo di Tino Oldani, firma di ItaliaOggi

L’economia mondiale rallenta e, guarda caso, anche per i colossi del web sembra che stia cambiando il vento. Non mi riferisco ai profitti: quelli sono sempre altissimi. Bensì alla loro reputazione, all’immagine sempre vincente delle over the top, considerate un modello da imitare per le capacità di innovazione tecnologica e di rivoluzionare il mondo, facendo ovviamente guadagni stratosferici. E quasi sempre pagando poche tasse, o addirittura zero. Come nel caso di Amazon, fondata da Jeff Bezos, oggi l’uomo più ricco del mondo, con un patrimonio personale di oltre 150 miliardi di dollari.

Ebbene, un think tank vicino al partito democratico Usa, l’Institute on taxation and economic policy, giusto per contestare la riforma fiscale introdotta da Donald Trump, ha scagliato la prima pietra proprio contro Amazon, rivelando che nel 2018 ha realizzato utili per 11,2 miliardi di dollari senza pagare neppure un centesimo di tasse federali; anzi ha addirittura ricevuto un rimborso fiscale di 129 milioni di dollari. Con il risultato di avere goduto di una aliquota federale pari a meno uno per cento, mentre perfino i contribuenti più poveri degli Stati Uniti sono tenuti a pagare al fisco l’1,5%. Amazon ha replicato di avere rispettato le leggi e di avere fatto investimenti per 160 miliardi di dollari. Ma resta il fatto che, negli Usa, l’accusa di non pagare le tasse lascia sempre qualcosa di negativo sull’immagine.

A guastare le uova nel paniere delle over the top ci è messo anche Bill Gates, fondatore di Microsoft, titolare di un patrimonio di 97,2 miliardi di dollari, scavalcato, nella graduatoria degli uomini più ricchi d’America, proprio da Bezos. Intervistato dalla Cnn, Gates si è inserito nel dibattito in corso tra democratici progressisti proprio sul tema delle tasse, ammettendo di avere pagato poche tasse nella sua vita: «Con il gettito fiscale raccogliamo il 20% del pil, mentre poi ne spendiamo il 24%. Dobbiamo evitare che il deficit statale cresca più velocemente dell’economia. E il modo migliore per farlo non è quello di aumentare le tasse sul reddito personale, come chiedono alcuni esponenti democratici, bensì manovrando l’imposta sulle plusvalenze, sui capital gains». Infatti è su questi guadagni miliardari che i fondatori delle multinazionali del web hanno costruito la loro ricchezza, definita da Gates «un’autentica ingiustizia». Quanto alle tasse, ha precisato: «Ho pagato più di 10 miliardi di dollari (8,8 miliardi di euro), ma avrei dovuto pagare di più. Ho sempre rispettato la legge, ma penso che le imposte dovrebbero essere più progressive».

Animato da simili convinzioni, non stupisce che Bill Gates e la moglie Melinda abbiano donato finora in beneficenza 27 miliardi di dollari, finanziando numerosi progetti di assistenza nei paesi più poveri del mondo, con l’impegno a spendere in tal modo anche il resto del patrimonio di 92 miliardi, senza lasciare nulla ai figli, che dovranno imparare a cavarsela da soli.

Rispettare le leggi e vantarsene? Se si esclude Bill Gates, nessuno tra i miliardari del web sembra animato da simile passione. Anzi, dal 18 febbraio uno di essi, Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, è accusato addirittura di essere «un gangster digitale», nonché «un pericolo per la democrazia britannica». Accuse scritte nero su bianco nel rapporto finale del Parlamento britannico, al termine di un’inchiesta parlamentare durata 18 mesi su Facebook e le fake news, con l’audizione di 73 testimoni. All’origine di tutto, come è noto, la società Cambridge Analytica, a cui Facebook vendette i profili di parecchi milioni dei suoi utenti, profili poi utilizzati per cercare di manipolare le intenzioni di voto negli Stati Uniti durante la campagna presidenziale del 2016.

Invitato più volte a presentarsi per un’audizione, Zuckerberg si è rifiutato per tre volte di farlo, inviando in sua vece un proprio dipendente, Mike Schroepfer, che è stato poi accusato di falsa testimonianza per avere fornito alla Commissione d’inchiesta una versione dei fatti in merito alle influenze della Russia su Facebook che «sappiamo non essere vera». Di fronte al rifiuto di testimoniare, il rapporto finale afferma: «Pochi individui hanno mostrato disprezzo per la nostra democrazia nel modo in cui l’ha fatto Zuckerberg». Da qui l’accusa a Facebook e allo stesso Zuckerberg di essere «una minaccia per la democrazia» e di comportarsi «come un gangster digitale, che si considera al di sopra della legge».

Il presidente della Commissione d’inchiesta, il conservatore Damian Collins, ha dichiarato che «la democrazia è a rischio per via del targeting maligno e implacabile dei cittadini, con disinformazioni e pubblicità occulta e personalizzata, proveniente da fonti non identificabili. Gran parte di queste attività sono dirette da agenzie che lavorano in paesi stranieri, inclusa la Russia».

La conclusione della commissione d’inchiesta britannica è durissima: «Abbiamo bisogno di una nuova regolamentazione indipendente, con un regime di sanzioni dure, per frenare le forze che cercano di usare la tecnologia per sovvertire la nostra democrazia. Le società dei social media non possono nascondersi dietro la pretesa di essere semplicemente una piattaforma e sostenere che non hanno alcuna responsabilità nel regolare il contenuto dei loro siti. È opportuno agire per uno spostamento radicale del potere fra la piattaforma e le persone».

Parole sacrosante, ed è un vero peccato che, causa Brexit, restino confinate in Gran Bretagna. Mentre nell’Unione europea, a causa di un Parlamento privo di veri poteri (vedi la vicenda del diritto d’autore), le multinazionali del web hanno vita facile su tutta la linea, grazie ai paradisi fiscali offerti da alcuni paesi membri, e alle blande direttive Ue, spesso simili alle grida manzoniane.

 

 

Articolo pubblicato su ItaliaOggi

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