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Commissione europea e Consiglio Ue bisticciano sulla digital tax, tutte le ultime novità

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Le istituzioni europee litigano sulla digital tax. Commissione europea e Consiglio Ue non vanno molto d’amore e d’accordo sull’introduzione della tassa digitale. Malgrado le divergenze fra le due istituzioni si palesino sotto forma di una questione di natura giuridica, in filigrana lasciano trasparire i contrasti su un provvedimento che divide anche molti Stati.

COS’È LA DIGITAL TAX

La Commissione di Bruxelles ha proposto l’introduzione di una digital tax, una tassa che vada a colpire i profitti dei colossi del web. In sostanza, si tratta di imporre a Google, Amazon, Apple (ma anche a qualunque azienda che operi online) un balzello sui profitti, nello Stato in cui essi vengono generati. Attualmente non è così, e i colossi dell’IT pagano le tasse soltanto nei Paesi in cui hanno la sede legale. Per esempio, nel caso di Google e Apple, in Irlanda (che pur di accaparrarsi la sede europea di Mountain View ha adottato un regime fiscale decisamente favorevole ai giganti della Silicon Valley).

IL CAOS LEGISLATIVO EUROPEO

Attualmente in Europa regna il caos: ciascuno Stato regolamenta il regime fiscale delle imprese digitali per conto proprio. Dieci hanno già legiferato, altri si apprestano a farlo e Bruxelles pare decisa a introdurre una regola comune per tutti i Ventisette, per non compromettere la concorrenza e per evitare distorsioni, come ad esempio quella irlandese. L’introduzione di una digital tax rischia di scontentare i big del web. L’esecutivo europeo ha proposto un misura per cui le imprese digitali paghino il 3% delle entrate agli Stati in cui si generano gli utili. La palla è passata quindi al Consiglio dell’Unione Europea, e qui la questione pare essersi arenata su una questione giuridica.

IL PARERE DELL’UFFICIO LEGALE DEL CONSIGLIO

L’ufficio legale del Consiglio negli scorsi giorni ha espresso un parere sulle basi giuridiche della proposta della Commissione e sulla legittimità del provvedimento stesso. Il Consiglio (costituito dai rappresentanti dei governi degli Stati membri) non ha sollevato obiezioni rispetto agli intenti della misura, riconoscendo che essa introdurrebbe “un sistema armonizzato” e rimpiazzerebbe “misure divergenti assunte unilateralmente dai singoli stati” che potrebbero compromettere il regime di concorrenza. Tuttavia, il Consiglio non concorda con le Commissione sugli strumenti messi in atto per introdurre la digital tax.

I principali nodi da sciogliere sono due: la configurazione come “imposta indiretta” della digital tax e potenziali contrasti con i trattati internazionali in merito alla doppia tassazione. Ovvero il fatto che le aziende vedrebbero i propri utili tassati due volte: nel paese dove si generano i profitti e nei paesi in cui le compagnie hanno la sede. La Commissione considera la tassa digitale un’imposta indiretta e dunque ne ha inquadrato l’ordinamento sotto l’articolo 113 del Trattato dell’Unione Europea, quello che regola specificamente accise e tasse dirette o indirette.

Secondo l’ufficio legale del Consiglio, invece, l’articolo sotto cui operare sarebbe il 115, che genericamente regolamenta le direttive europee su leggi, regole e altri provvedimenti amministrativi che “incidono direttamente il funzionamento del mercato interno”. In sostanza, ha dichiarato un portavoce del Consiglio a Law360.com, “l’ufficio legale non contesta la competenza dell’Unione sull’imposizione di una digital tax, ma esprime seri dubbi che questa si qualifichi come tassa indiretta”.

La conseguenza di questa divergenza è essenzialmente giuridica: le decisioni assunte sotto l’articolo 115 vanno assunti solo tramite direttiva, mentre l’articolo 113 fa riferimento all’adozione di generici “provvedimenti”.

Qual è, in concreto, il risultato di questi contrasti? Che malgrado gli intenti dichiarati da Commissione e Consiglio convergano, gli ostacoli di natura giuridica rischiano di rallentare l’adozione di una digital tax, contro cui si sono già schierati diversi Paesi membri, dall’Irlanda alla Repubblica Ceca, alla Finlandia e alla Svezia. Nel frattempo, la frammentazione legislativa prosegue, di pari passo con il dibattito che si articola autonomamente nei vari Stati dell’Unione.

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