I cavi sottomarini rappresentano oggi una delle infrastrutture più critiche e al tempo stesso più vulnerabili del mondo digitale. Quasi 700 linee in fibra ottica solcano i fondali oceanici, trasportando il 99% del traffico internet intercontinentale.
Come sottolinea l’Economist, che al tema dedica un apposito report, in un’epoca segnata dalla corsa all’IA e dalle crescenti tensioni geopolitiche, questi “tendini” invisibili del commercio globale stanno diventando un nuovo campo di battaglia.
Governi e aziende private ne hanno preso coscienza: mentre i primi iniziano a preoccuparsi della sicurezza, i secondi stanno ridisegnando le rotte per aggirare i punti più rischiosi, soprattutto in Asia.
Il risultato è una trasformazione profonda della geografia delle connessioni mondiali, con percorsi che evitano il Mar Cinese Meridionale, lo Stretto di Malacca e altre aree contese, privilegiando invece rotte più lunghe ma sicure attraverso l’Oceano Indiano e Pacifico.
Il risveglio strategico
Nel maggio scorso, ricorda il settimanale britannico, il ministro della Difesa australiano Richard Marles ha dichiarato che “il fondale marino è un campo di battaglia”. Parlando a Singapore davanti a una platea di ammiragli e generali, ha citato gli episodi di cavi tagliati nel Mar Baltico e intorno a Taiwan, sottolineando la fragilità di questa rete essenziale. Insieme ad altri 16 colleghi, ha annunciato iniziative per proteggere queste infrastrutture.
Fino a pochi anni fa, l’Asia e l’Australia prestavano scarsa attenzione al tema. Oggi la consapevolezza è cresciuta, anche se le prove di sabotaggi veri e propri restano incerte.
Ciò che è indubbio, però, è la vulnerabilità strutturale: i cavi giacciono per lo più esposti sul fondale oceanico, facili bersagli per incidenti, eventi naturali o azioni ostili. Di fronte all’inerzia o alla lentezza dei governi, sono soprattutto le aziende private, che costruiscono e gestiscono quasi l’intera rete, a muoversi in autonomia per ridurre i rischi.
La nuova geografia delle connessioni
Tradizionalmente, i cavi che collegano l’Asia all’Europa seguivano le coste del continente asiatico per poi risalire il Mar Rosso, passando per punti sensibili come lo Stretto di Malacca e il Mar Cinese Meridionale. Ora questo schema sta cambiando radicalmente.
La combinazione tra il boom dell’IA e le tensioni geopolitiche sta spingendo il traffico verso rotte alternative attraverso l’Oceano Indiano e il Pacifico.
Queste nuove direttrici aggirano i colli di bottiglia e le acque contese, spesso bypassando del tutto il Sud-Est asiatico. Partono dal Medio Oriente e dall’India, toccano l’Australia e proseguono attraverso le isole del Pacifico verso gli Stati Uniti.
È una svolta epocale nella mappa delle infrastrutture digitali globali.
Nuovi progetti, nuove rotte
Il primo cavo a seguire questa nuova direttrice è stato posato nel 2022 tra Oman e Australia, con diramazioni verso la base militare anglo-americana di Diego Garcia e le Isole Cocos, territorio australiano nell’Oceano Indiano.
Nel 2024 Google ha annunciato che l’Isola di Natale, altro atollo australiano, diventerà un hub per una nuova rete che collegherà Australia e Medio Oriente, passando per Maldive e Oman.
Anche Meta sta seguendo una traiettoria simile con Project Waterworth, un ambizioso piano da 10 miliardi di dollari ancora in fase di sviluppo.
Questi progetti dimostrano come l’Australia stia assumendo un ruolo centrale come ponte sicuro tra Medio Oriente, Asia e Occidente.
Chi paga cambia tutto
Per decenni la costruzione dei cavi è stata finanziata da grandi consorzi di operatori telefonici nazionali. L’esempio classico è SEA-ME-WE 3 del 1999: costò 1,3 miliardi di dollari e coinvolse 92 partner.
Questo modello rendeva i progetti lenti, costosi e inevitabilmente legati alle coste asiatiche, dove si concentravano i clienti.
L’esplosione dell’IA ha rivoluzionato l’economia del settore. I grandi colossi tecnologici come Google, Meta e Microsoft hanno iniziato a finanziare e realizzare cavi in proprio. Google ha investito nel primo cavo nel 2008 e da allora ne ha sostenuti almeno 34, molti dei quali interamente di sua proprietà.
Questa verticalizzazione ha semplificato i processi decisionali, ridotto i tempi e permesso di progettare rotte basate non più sulla vicinanza alle città, ma sulle esigenze dei data center.
Si stima che nei prossimi quattro anni verranno investiti circa 4 miliardi di dollari all’anno in nuovi cavi, in gran parte dai cosiddetti hyperscalers impegnati nella corsa all’IA.
Nonostante i progressi di Starlink e altri sistemi satellitari, questi restano enormemente più costosi per il trasporto di grandi volumi di dati. I cavi sottomarini continuano quindi a dominare, gestendo il 99% del traffico intercontinentale.
Rischi geopolitici
La spinta a evitare certe rotte nasce da rischi concreti. Nel Mar Cinese Meridionale la Cina esercita un controllo de facto sul fondale, nonostante le controversie sulle acque superficiali. Secondo il diritto internazionale, i Paesi non dovrebbero interferire con le riparazioni di cavi fuori dalle acque territoriali, ma all’interno della cosiddetta “linea dei nove tratti” rivendicata da Pechino serve l’approvazione delle autorità cinesi.
Situazione simile negli stretti come quello di Malacca. Paesi rivieraschi come Indonesia e Malesia impongono regole mutevoli, spesso per estrarre valore economico: obbligo di usare navi locali, permessi costosi.
Le recenti dichiarazioni del presidente e del ministro delle Finanze indonesiano, preoccupati dalle difficoltà di bilancio, fanno temere misure ancora più aggressive per monetizzare la posizione geografica strategica.
Una internet biforcata sotto i mari
Per sfuggire a questi rischi, il traffico si sposta sempre più verso percorsi alternativi: dal Medio Oriente all’Australia, poi verso Giappone, Corea del Sud o America. Nel Pacifico, Guam sta emergendo come hub importante per collegare gli alleati asiatici degli Stati Uniti.
Il risultato è una infrastruttura internet sottomarina sempre più divisa in due blocchi. Non vengono approvati nuovi cavi diretti tra America e Cina dall’epoca di Barack Obama.
Questa frammentazione riflette e al tempo stesso accentua le divisioni geopolitiche del nostro tempo.



