Innovazione, Reti per la crescita

Banda larga? L’Italia segua la Svezia e il Portogallo. Report ITMedia-Luiss

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banda ultralarga

Svezia e Portogallo sono modelli da seguire per l’Italia sulla banda larga. E’ il messaggio indiretto per politici e società del settore che si ricava da uno studio curato dalla società ITMedia Consulting di Augusto Preta e dal centro di ricerca Luiss Dream. Ecco tutti i dettagli e i commenti degli autori.

LA PRESENTAZIONE DEL PAPER

E’ stato presentato ieri alla Luiss Business School il paper “La migliore regolazione per lo sviluppo della Gigabit Society. Tecnologie abilitanti, evoluzione dei servizi e best option infrastrutturali”, elaborato dalla società ITMedia Consulting e dal centro di ricerca Luiss Dream.

LE INDICAZIONI DEGLI ESPERTI

I consigli della ricerca? La fibra ottica fino a casa è l’unica soluzione che permetterà di avere tutta la banda necessaria anche in un futuro non immediato. In un certo senso, è un’infrastruttura definitiva: una volta posata, per aumentarne le prestazioni basterà soltanto cambiare gli apparati agli estremi. Inoltre senza la fibra che collega le celle che collegano gli smartphone non ci sarebbe il 4G e, soprattutto, non ci sarà il 5G. Per questo, si evince dalla ricerca, se nei prossimi anni l’Unione Europea (e l’Italia) vuole essere leader e non follower, dovrà sostenere investimenti massicci e su larga scala per realizzare l’infrastruttura digitale di prossima generazione per mirare a quella che la stessa Unione ha denominato Gigabit Society, fissando precisi obiettivi di connettività entro il 2025 con l’obiettivo ultimo di abilitare una serie di nuovi servizi innovativi e pervasivi.

IL COMMENTO DI PRETA

“Tecnologie, piattaforme e sistemi innovativi come Cloud Computing, Internet of Things, Big Data & Analytics, Blockchain, Advanced robotics e 3D printing e 5G costituiscono i nuovi strumenti abilitanti della digital economy che, grazie alla sua diffusione pervasiva in tutti i settori” – ha osservato Preta – promette di dar luogo a una nuova era dello sviluppo economico e sociale e più in generale a una nuova e più evoluta fase dell’esistenza umana”.

QUALI ESPERIENZE ESTERE SONO POSITIVE?

Lo studio indica anche i modelli preferibili: quello svedese e quello portoghese che – si legge nella ricerca – dimostrano che “la disponibilità di banda ultralarga pienamente future proof (FTTH) stimoli nuovi servizi e trascini e generi la domanda di servizi di rete di nuova generazione (ed in genere di servizi fortemente innovativi), innescando un bisogno di crescita tecnologica (e sociale) da parte dei cittadini-utenti”.

IL MODELLO SVEDESE

Come funziona il modello svedese? E’ improntato – scrivono gli esperti – “alla considerazione della rete in fibra come una delle frecce a disposizione dell’arco statale per centrare le politiche di benessere collettivo”. La rete non è strettamente intesa come un servizio di telecomunicazioni, bensì come un servizio pubblico, un’autostrada, sulla quale viaggiano dati a pacchetto invece di automobili. Un’infrastruttura – si legge nel paper – “che l’autorità pubblica deve preoccuparsi di fornire, non soltanto laddove manchi lo stimolo agli investimenti privati (aree rurali), ma anche laddove l’interesse concorrenziale sussista (città)”. E se lo sviluppo della rete pubblica conta, com’è ovvio che sia, su interessi e finanziamenti parzialmente diversi tra aree rurali (aiuti di Stato volti all’inclusione) e aree cittadine (modello di mercato volto a stimolare la concorrenza), unica è la filosofia per la “realizzazione delle reti FTTH svedesi: fornire a tutti gli operatori di telecomunicazioni una commodity, vale a dire un terreno comune, un backgound paritario, affinché essi possano darsi battaglia su prezzi e servizi, garantendo così ai cittadini, su tutto il territorio nazionale, un accesso alla rete migliore possibile (future proof) e una più ampia disponibilità di servizi innovativi (e socialmente rilevanti), quale requisito essenziale di un welfare 2.0”.

IL CASO PORTOGHESE

E in Portogallo che cosa è successo? “L’assetto proprietario delle infrastrutture rappresenta uno dei punti focali dell’esperienza portoghese – si legge nel paper – la pluralità di infrastrutture in FTTH è infatti un elemento capace sia di richiamare ulteriori investimenti sulle reti (in una sorta di “corsa agli armamenti” da parte degli operatori), sia di stimolare la domanda da parte degli utenti finali”. Lo studio rimarca, sotto il profilo dell’open access wholesale, la strategia adottata da Portugal Telecom: “A partire dall’11 marzo 2016, infatti, la compagnia offre accesso alla propria capacità trasmissiva in FTTH ad operatori terzi che vogliano fornire servizi internet senza accollarsi gli oneri relativi a un’infrastruttura proprietaria”.

IL GIUDIZIO DI GRAZIADEI

“È auspicabile – ha commentato Francesco Graziadei, docente di Diritto industriale e delle comunicazioni alla Luiss e co-autore dello studio – un contesto regolatorio che incoraggi l’affermarsi dei cosiddetti operatori wholesale only, prevedendo laddove necessario il finanziamento con risorse pubbliche dei costi di realizzazione delle nuove infrastrutture nelle aree meno remunerative e rendendo il mercato più dinamico”. Un apprezzamento per il ruolo di Open Fiber, parrebbe: “Optare per modelli basati in larga parte su infrastrutture già esistenti porterebbe al mantenimento di un legame di dipendenza tra incumbent e operatori alternativi e non sarebbe una scelta future-proof sul piano tecnologico, della concorrenza e dello stimolo alla domanda”. Una stoccata indiretta a Tim?

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