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Spazio

Davvero l’Italia è una potenza spaziale a livello europeo ed internazionale?

Considerazioni a margine su alcune dichiarazioni del ministro Urso. L'intervento di Enrico Ferrone

«Lo spazio, un settore che riveste un ruolo centrale nel programma di Governo dal punto di vista strategico, industriale e scientifico. Il nostro Paese vanta una filiera completa dedita ad attività di ricerca, sviluppo e realizzazione delle infrastrutture spaziali abilitanti, cui concorrono più di 320 imprese e 6.000 addetti». Così il ministro Adolfo Urso con delega allo spazio ha iniziato il suo discorso a Palazzo Piacentini in una giornata che da tre anni ormai si celebra come un evento storico accaduto diverse decadi fa a Wallops Island, in Virginia, per opera di uno staff misto di tecnici americani e scienziati italiani.

Tempo ne è passato tanto e va detto con soddisfazione che, nonostante tante cose accadute al nostro Paese, si sono realizzati risultati importanti nel settore. Oggi lo stato dell’arte nella sensoristica per l’osservazione della Terra rende l’Italia un punto di riferimento mondiale; meno bene al momento per le telecomunicazioni, ma in campo dell’esplorazione e della sperimentazione in orbite basse, oltre il 60% dei moduli abitativi della stazione spaziale internazionale sono prodotti in Italia e forse ci sarebbe stata anche un ambiente simile sulla piattaforma cinese se non ci fossero stati motivi politici che ne hanno bloccato il destino. Non è cosa da poco.

IL POSTO DELL’ITALIA NELLA STORIA DELLO SPAZIO

«Un ruolo di primo piano che rivendichiamo, d’altronde l’Italia è una vera e propria potenza spaziale a livello europeo ed internazionale, ed una vocazione che intendiamo perseguire, considerato che lo Spazio è nato in Italia». Le affermazioni a questo punto non ci sembrano del tutto esatte e da qui partono le nostre considerazioni. Perché non basta fare alcune affermazioni per poi crederci e farle credere al pubblico di ascolto. Del resto, basta solo approfondire uno dei tanti libri di storia per sincerarsi di quanto stiamo affermando. Lasciamo perdere i primi razzi, comparsi già nella Cina del X secolo, nella dinastia Song. Roba da dilettanti. Veniamo al secolo chiuso venti anni fa e tralasciamo la fantasia di Jules Verne e H. G. Wells che con la loro immaginazione sono stati apripista di una scienza nuova e innovativa. E dimentichiamo anche Konstantin Ciolkovskij e la sua “equazione del razzo”, il principio formulato nei primi anni Venti che governa ancora la propulsione. Ancora di Italia non se ne parla.

La strada poi è stata molto lunga e tutti i geni che hanno saputo apportare componenti essenziali a quello che sta diventando il dominio dello spazio perdoneranno. Uno tra tutti gli esperimenti a propellente liquido eseguiti da Robert Goddard in Nuovo Messico. In Italia da poco era iniziato il ventennio fascista e l’Arma Azzurra era ai primi vagiti anche se gli aerei di costruzione francese (Blériot XI, Nieuport, Farman e Etrich Taube) ma con livrea italiana avevano già avuto il loro primato di aver effettuato bombardamenti in Libia già all’inizio del secondo decennio del secolo. La missilistica, come arma letale però nasce in Germania. La Reichswehr tedesca, che nel 1935 sarebbe divenuta la Wehrmacht creò una propria squadra di ricerca e con Wernher von Braun, sviluppò armi a lunga gittata impiegate nella Seconda Guerra Mondiale dalla Germania nazista per la distruzione di massa. La storia poi è nota: nel 1945 gli Stati Uniti con l’operazione Paperclip, l’Unione Sovietica, la Gran Bretagna e la Francia fecero man bassa dei criminali di guerra che avevano costruito i V-2 Vergeltungswaffe per superare la linea di Kármán e distruggere citta inermi; le zone di produzione dei missili -le grandi fabbriche sotterranee della Mittelwerk, come la tristemente nota Dora-Mittelbau presso Nordhausen- luoghi di annientamento dei prigionieri ridotti al lavoro di schiavi- furono razziate e portate al sicuro dai vincitori per poi poter riutilizzare a proprio piacimento quelle armi di distruzione con una nuova e più invitante facciata.

Non ci fu niente per l’Italia, ovviamente perché si era tra i perdenti ma si dice che qualche quaderno di appunti lasciato dagli scienziati nazisti fu visionato da Luigi Broglio, non si sa quando e solo allora l’idea germinò anche nel grande sconfitto del Mediterraneo. Cosa vogliamo dire? Che riteniamo inutile vantare il Paese per una storia inesistente. Anche perché è vero che lo spazio italiano in questo momento sta vivendo un momento molto importante. La LSI (Large System Integrator) italiana ha avviato un progetto importante che darà vita a un nuovo stabilimento industriale di una space factory in grado di creare una buona indipendenza produttiva al nostro Paese dal 2025.

L’ACCESSO ALLO SPAZIO PER L’EUROPA E L’ITALIA

Più difficile la situazione dell’accesso allo spazio e non solo per il nostro Paese. Al momento in Europa una base spaziale in grado di iniettare vettori con carichi di grosse dimensioni rappresenta una criticità. Le costrizioni delle terre, la distanza di attraversamento fino al mare aperto e il lungo tratto dall’equatore sono ancora un elemento di separazione dai grandi territori di Stati Uniti e delle regioni asiatiche di Russia, Cina, India. L’unico spazioporto europeo è in Guyana, protetto dalla Legione Straniera francese e per quanto sia un ambiente europeo, l’egida del comando è sotto un’unica lingua neolatina. Né spagnola, né italiana!

E infine, al termine della giornata dedicata allo spazio italiano, il ministro Urso ha prospettato la riattivazione della base del Kenya da cui si è consolidato il progetto San Marco. Al momento, a Malindi il core business del centro è costituito da attività di ricezione dei dati satellitari, di telemetria e tracking dei vettori o altri oggetti spaziali, che rende la base un nodo nella rete di cooperazione con Nasa, Esa, Cnes e con operatori commerciali, come SpaceX. La presenza del Centro in Kenya, che risale al 1966, è attualmente regolata da un accordo intergovernativo quindicennale rinnovabile, firmato la prima volta nel 1995, che prevede la possibilità di effettuare attività di lancio, di acquisizione dati da satelliti, di telerilevamento e di formazione sia in loco che in Italia. Le carte ci sono.

SOGNI SPAZIALI

Ripristinare la vecchia postazione è un sogno e sarebbe un’alternativa per i lanci leggeri. Ma nella proiezione di riaprire Malindi ai lanci non sono stati indicati lo stato di salute della piattaforma, né i costi necessari per rimettere in sesto un impianto che risale al 1966 e che ha visto l’ultimo lancio con un vettore Scout il 25 marzo 1988. È stato detto che la riattivazione non è un affare da tempi brevi, ma ci sarà un percorso che prevede la base come centro per formazione e ricerca dei paesi africani. Prima -a nostro parere- sarà necessario ricostruire un po’ di strappi diplomatici avvenuto con l’Egitto, in un Medio oriente sempre più terreno di scontri politici e anche militari. Sicuramente di questo il governo ne è consapevole! Ma poi tutta l’operazione dovrebbe essere saldata dall’interesse reale degli operatori. E non solo africani…

Quanto alla filiera completa, è vero, la componente Vega classifica l’Italia tra i paesi costruttori di un lanciatore. Ma, chiediamo alle istituzioni, che valenza ha Avio nella morsa stritolante di Arianespace e degli interessi franco-tedeschi? Noi pensiamo che prima di parlare di alleanze e di partenariato con gli altri paesi europei, bisognerebbe mettere mano a una governance che non aspetti dietro l’angolo il passaggio per sgambettare i confinanti senza lealtà? Chi conosce l’organizzazione dello spazio in Europa ha assistito più volte a giochi che avrebbero potuto essere evitati in armonia. È tempo di cambiare dunque. O di restare allo stesso palo, che per un po’ può essere anche conveniente ma che alla lunga finisce sicuramente nell’oblio in una tecnologia che… “corre più veloce della luce”.

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