Innovazione

3 consigli non richiesti a Zuckerberg di Facebook su privacy e dintorni

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L’analisi di Guido Scorza, avvocato esperto di diritto d’autore e nuove tecnologie, sull’iniziativa di Zuckerberg per la privacy di Facebook

Caro Mark Zuckerberg, ho letto la bozza della Carta che dovrebbe guidare il processo di istituzionalizzazione della Commissione indipendente che vorresti aiutasse Facebook, negli anni a venire, a decidere quali contenuti meritano di restare online e quali, al contrario, di essere condannati all’oblio. E ho anche letto che la pubblicazione della bozza mira a raccogliere commenti, suggerimenti e, mi auguro, anche critiche costruttive. Mi permetto, dunque, di indirizzarti questa lettera aperta (nda, aperta anche per contribuire a stimolare un dibattito nella comunità scientifica e, più in generale, in quella dei tuoi utenti).

Lo spirito dell’iniziativa è apprezzabile, anzi nobile. La sua declinazione, a mio avviso, è sbagliata nel metodo e nel merito e non produrrà nulla di buono né per Facebook, né per i suoi utenti. Un paio di questioni, per me centrali perché legate a principi irrinunciabili in ogni società democratica.

1. Il livello di democrazia nelle centinaia di Stati nei quali Facebook è attivo è, inesorabilmente, diverso. Ci sono Stati ragionevolmente democratici, Stati a democrazia ridotta e Stati niente affatto democratici. È un dato di fatto che appartiene alla storia dell’umanità. Sogniamo tutti – o almeno i più di noi – un mondo completamente democratico ma non è quello in cui viviamo. È, tuttavia, un altro dato di fatto indiscutibile che la giustizia degli Stati, quella amministrata dai Giudici e dalle Autorità indipendenti è la miglior forma di giustizia sostenibile in democrazia. Mettere in discussione questo principio e – benché mossi dai migliori dei propositi – ipotizzare forme di giustizia privata, specie se “imposte” da un fornitore di servizi in relazione a questioni che riguardano diritti fondamentali di oltre due miliardi di persone è un passo importante, difficilmente sostenibile sul piano democratico e il cui impatto sulla società non mi sembra facile da prevedere.

E, nonostante tutte le garanzie di indipendenza della Commissione alla quale state pensando in Facebook, basta scorrere l’elenco delle competenze che gli esperti che ne dovrebbero far parte dovrebbero possedere per rendersi conto che, in un modo o nell’altro, la Commissione “amministrerà giustizia” in materia, peraltro, di diritti fondamentali: privacy, libertà di espressione, diritti umani, giornalismo, diritti civili, sicurezza. Sono, più o meno, le materie che perimetrano la competenze delle più alte Corti istituite dalle nostre democrazie sino ad arrivare a quella dei diritti umani di Strasburgo. Non ho motivo di dubitare che, stante la predetta eterogeneità nel livello di democrazia dei diversi Paesi nei quali operate, in qualche caso – permettimi di dire che, per fortuna, si tratta probabilmente di una minoranza benché quantitativamente non irrilevante – le decisioni della Commissione potrebbero essere più giuste, più etiche, più indipendenti di quelle che potrebbero assumere Giudici e Autorità ma, in molti altri casi, non sarebbe così.

E, a prescindere da ogni misurazione del livello di giustizia delle singole decisioni, personalmente, trovo inaccettabile che fatti che riguardano i diritti umani di miliardi di persone siano, nella sostanza, decisi, più o meno in via definitiva, al di fuori delle dinamiche che Governano il Paese o i Paesi con i quali presentano il collegamento più stretto. Si tratta di un principio che potrebbe sovvertire l’ordine democratico perché muove dall’assunto secondo il quale un sistema di giustizia privata “istituito” da una corporation è in grado di garantire una giustizia più giusta rispetto a quella amministrata nei nostri Tribunali.

2. Gli esperti che siederanno nella Commissione quali regole dovranno applicare per risolvere le controversie sottoposte alla loro valutazione? Per quel che si capisce un insieme di principi generali – o valori – che Facebook identificherà come linee guida e, inesorabilmente, le condizioni generali che governano il rapporto tra Facebook e i suoi utenti. Avremo quindi – perdonami se semplifico eccessivamente perdendo le sfumature – un “tribunale privato” che celebrerà processi aventi a oggetto diritti dell’uomo sulla base di regole uscite dalla penna degli avvocati di una corporation.

Facebook è uno strumento di democrazia, Facebook è l’abilitatore di una serie di diritti e libertà che, sin qui, erano rimasti parole sulla carta per miliardi di persone nel mondo. Facebook non dovrebbe – neppure mosso dal perseguimento del più nobile degli obiettivi – trasformarsi in arbitro privato (anzi privatissimo), non importa attraverso un processo quanto “indipendente” dei diritti dell’uomo. Rischia di scivolare lungo il crinale ripido e sottile della posizione che gli appartiene o dovrebbe appartenergli: quella dell’intermediario, quella del fornitore di servizi tecnologicamente neutri rispetto ai diritti degli Stati e degli uomini. Per un intermediario della comunicazione i contenuti devono essere – salvo eccezioni relative a casi di illiceità manifesta che non sono, tuttavia, quelli sui quali sarà chiamata a pronunciarsi la Commissione – tutti eguali sino a quando un Giudice o un’Autorità non stabiliscono il contrario in giudizi e procedimenti nei quali, in un mondo ideale – che non è purtroppo quello attuale -l’intermediario dovrebbe addirittura restare estraneo.

Capisco l’intento che persegui, non c’è ragione di dubitare della tua buona fede e, aggiungo, che se ti muovi in questa direzione è probabilmente per “colpa” di tanti Governo che, in maniera miope, sono incapaci di confrontarsi con le nuove dinamiche della circolazione dei contenuti se non chiedendo ai fornitori di servizi di comunicazione come Facebook di trasformarsi in arbitri, sceriffi, giudici e poliziotti ma la strada lungo la quale ti stai incamminando, a mio avviso, è drammaticamente sbagliata. Non aumenterà la fiducia degli utenti nei confronti di Facebook, non aumenterà la misura della libertà online, non renderà il web un luogo di confronto più civile e, neppure, renderà Facebook un “non-luogo” più sicuro.

Mi dirai che è facile criticare ma è difficile trovare soluzioni a un problema che pure esiste. E hai naturalmente ragione. Io immagino una sola ricetta – certamente non risolutiva e altrettanto certamente esposta a tanti altri profili di rischio – per affrontare diversamente il problema: fornite alle Autorità dei singoli Stati gli strumenti e i mezzi dei quali dovreste comunque dotare la costituenda Commissione, lasciate che siano loro a decidere applicando le loro leggi (più democratiche da qualche parte e meno democratiche da qualche altra parte) e accettatene le decisioni. Solo così si sottrarrà il mondo intero al rischio di doversi confrontare nel prossimo futuro con uno scenario che, sono certo, tu non miri a creare ma che pure potrebbe darsi: quello di una piattaforma che si erge a città-Stato, con oltre due miliardi di “cittadini”, le proprie regole e i propri giudici.

 

Articolo pubblicato su ilfattoquotidiano.it

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