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Come il Fintech andrà in Compagnia

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Il settore dell’insurance technology (InsurTech) è in espansione e apre a una nuova era di collaborazione tra vecchi e nuovi player del comparto assicurativo. È quanto emerge dalla prima edizione del World InsurTech Report pubblicato da Capgemini in collaborazione con Efma (European Financial Management Association). Ma la stessa ricerca evidenzia come, parallelamente all’ascesa delle InsurTech, gli assicuratori tradizionali ritengano che una nuova ondata di concorrenza arriverà probabilmente da una combinazione di aziende manifatturiere e BigTech. E l’Italia come si colloca nel settore? Il digitale ha trasformato in modo significativo oltre 6 aziende del manifatturiero su 10 e il 55,8% degli imprenditori italiani percepisce la propria azienda come innovativa, almeno stando ai dati dellOsservatorio MECSPE, presentato da Senaf.

UN IMPORTANTE CATALIZZATORE IN GRADO DI RIDEFINIRE LA CUSTOMER EXPERIENCE

Dal report emerge che i Manager del settore assicurativo ritengono che il fenomeno “InsurTech” sarà un importante catalizzatore in grado di ridefinire la customer experience, garantire maggiore efficienza e creare nuovi modelli di business. L’industria si aspetta anche “contaminazioni” da altri settori, come il manufacturing, e nuovi scenari competitivi con l’ingresso delle “BigTech”. Ciò sulla scia di un settore InsurTech che ha visto aumentare gli investimenti a un tasso di crescita annuo composto del 36,5% tra il 2014 e il 2017.

IL SETTORE È IN TRASFORMAZIONE

È parere condiviso che le aziende InsurTech stiano avendo un effetto considerevole sul settore. Interrogati sull’impatto attuale e potenziale delle InsurTech, il 67,1% dei player tradizionali ha affermato che queste aziende hanno la capacità di “ridefinire la customer experience” (il 91,7% dei Manager di InsurTech concorda con questa affermazione), mentre il 36,7% ha indicato la possibilità di poter “introdurre nuovi modelli di business” e il 35,4% ritiene che le InsurTech “miglioreranno le competenze delle compagnie di assicurazione attualmente esistenti”. Gli intervistati appartenenti al mondo dell’InsurTech si trovano d’accordo con queste affermazioni (58,3% e 33,3% rispettivamente).

LA COLLABORAZIONE È L’ELEMENTO CENTRALE

Quasi il 96% degli executive intervistati ha dichiarato di voler instaurare delle forme di collaborazione con le InsurTech: partnership e un approccio di tipo Solution-as-a-Service (SaaS) sono risultate le soluzioni più condivise dagli intervistati. La stragrande maggioranza (77,9%) ha dichiarato di preferire un approccio basato sulla “collaborazione volta allo sviluppo di una nuova soluzione”. Una maggioranza equivalente (75,8%) ha affermato di prediligere un approccio SaaS per entrare in contatto con le InsurTech. Al contrario, solo un terzo (32,6%) ha dichiarato che sta prendendo in considerazione eventuali acquisizioni. Per quanto riguarda i vantaggi della collaborazione, il 77,2% degli intervistati ha indicato la “maggior capacità di migliorare la customer experience”, il 59,5% “un time to market più veloce”, il 46,8% “nuove competenze digitali” e il 40,5% “un vantaggio competitivo”. Le categorie di InsurTech che vengono prese in considerazione per la creazione di partnership di breve-medio periodo comprendono “data specialist” (per il 62% dei player tradizionali), fornitori di soluzioni di gestione dei sinistri (51,9%), provider di soluzioni di front-office (51,9%) e technology specialist (55,7%). Sofia

UNA NUOVA ONDATA DI CONCORRENZA ARRIVERÀ PROBABILMENTE DA UNA COMBINAZIONE DI AZIENDE MANIFATTURIERE E BIGTECH

Parallelamente all’ascesa delle InsurTech, gli assicuratori tradizionali ritengono che una nuova ondata di concorrenza arriverà probabilmente da una combinazione di aziende manifatturiere e BigTech. Tra gli operatori tradizionali, l’81% ha identificato Amazon come la fonte primaria di potenziale concorrenza, mentre il 59,5% punta ad altre BigTech (come Alibaba) e produttori.

LE PMI ITALIANE? 6 AZIENDE SU 10 SONO INNOVATIVE

Ma quanto sono innovative le PMI del manifatturiero italiano? A questa domanda risponde l’Osservatorio MECSPE, presentato da Senaf in occasione del nuovo tour dei “Laboratori Mecspe fabbrica digitale, La via italiana per l’industria 4.0”, che fa un bilancio sul I semestre del 2018, raccontando lo stato di salute delle imprese del made in Italy e il loro rapporto con la trasformazione digitale. Un processo di cambiamento che negli ultimi anni ha trasformato molto o abbastanza oltre 6 aziende su 10, in un panorama che a livello generale le vede digitalizzate ormai in buona parte (47,4%), interamente (37,8%) o anche solo in pochi nodi (9,6%). Il 55,8% degli imprenditori italiani percepisce la propria azienda molto o abbastanza innovativa, mentre 7 su 10 ritengono che tra i migliori strumenti di avvicinamento all’innovazione ci sia innanzitutto il trasferimento di conoscenza, a seguire la consulenza mirata (64,8%), le comparazioni con aziende analoghe (36,4%), i workshop (31,8%) e la tutorship di un’accademia o università (23,3%). L’87,6% ritiene di avere un livello di conoscenza medio-alto rispetto alle opportunità tecnologiche e digitali sul mercato, il 21,2% investirà nel 2018 dal 10% al 20% del fatturato in ricerca e innovazione, e in molti credono che l’innovazione abbia consentito alle aziende di fare sistema e di creare nuove filiere. Seppure, infatti, una parte degli intervistati non abbia ancora attivato partnership tecnologiche, il 30,9% sta prendendo in considerazione di farlo, mentre il 30,4% ha fiducia nel concetto di filiera e ha già puntato su queste collaborazioni per favorire lo sviluppo tecnologico della propria azienda.

SI A INVESTIMENTI IN NUOVE TECNOLOGIE ABILITANTI

Trasparenza e cittadinanza digitaleConfermate le intenzioni di investimento nelle nuove tecnologie abilitanti, già in largo uso nelle PMI della meccanica e della subfornitura, che ad oggi hanno introdotto soluzioni in particolare per la sicurezza informatica (89,2%) e la connettività (79,7%), il cloud computing (67,1%), la robotica collaborativa (35,4%), la simulazione (31%), i big data (29,1%), la produzione additiva (28,5%) e l’Internet of Things (27,8%). La realtà aumentata è stata privilegiata dal 15,2%, così come i materiali intelligenti, mentre le nanotecnologie dal 7%. Al momento, i principali fattori di rallentamento della digitalizzazione sono rappresentati da un rapporto incerto tra investimenti e benefici (per il 43,5% delle aziende), dagli investimenti richiesti troppo alti (35,7%), dalla mancanza di competenze interne (26,2%), dall’arretratezza delle imprese con cui si collabora (17,9%), nonché dall’assenza di un’infrastruttura tecnologica di base adeguata (14,3%), dalla mancanza di una chiara visione del top management (12,5%) e da troppi dubbi sulla sicurezza dei dati e sulla possibilità di cyber attack (4,8%).

LE PERSONE ANCORA CENTRALI NEI PROCESSI

Nel processo di trasformazione digitale, il rapporto uomo-macchina viene visto sotto più punti di vista. Oltre la metà del campione (54,8%), ritiene che le persone abbiano sempre un ruolo fondamentale, di centralità nei processi, e che la percezione umana sia il vero driver del cambiamento. Per il 36%, invece, è la tecnologia ad avere un ruolo di primo piano, ma solo se supportata da un’adeguata formazione umana e da un cambiamento culturale. L’8,6% ritiene la tecnologia fondamentale e l’unico fattore abilitante per la costruzione di soluzioni, che consentono di migliorare paradigmi di processo ormai obsoleti, mentre solo lo 0,5% ha una visione catastrofica, secondo cui le persone non assumono più un ruolo centrale e sono destinate ad essere sostituite dalle macchine. Alla domanda se le attuali figure professionali scompariranno, il 68,3% risponde “Non del tutto”, pronosticando che si assisterà alla nascita di nuove/specifiche figure con forti competenze in ambito IT; per il 24,3% alcune figure rimarranno insostituibili, rispetto al 7,4% che pensa che le professioni tradizionali non riusciranno a tenere il passo e saranno inevitabilmente sostituite.

I PROFILI SPECIALIZZATI PIÙ RICHIESTI ENTRO IL 2030

Guardando al futuro, ai giovani e alle digital skill, i profili specializzati più richiesti entro il 2030 saranno il Robotic engineer (30,3%), gli specialisti dei big data (17,9%), i programmatori di intelligenze artificiali (13,8%); a seguire lo specialista IoT (9,2%), il multichannel architect (7,7%) e gli esperti di cybersicurezza (6,2%).

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