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Tutti gli errori (fecondi) della scoperta del petrolio

Estratto dal nuovo libro di G.B. Zorzoli, "Gli errori fecondi. Come uno sbaglio può contribuire al progresso".

 

La storia del petrolio è costellata da errori analoghi a quelli che, secondo Darwin, agendo come granelli di sabbia nell’ingranaggio dell’evoluzione si sono rivelati fecondi.

Gli uomini conoscono l’esistenza del petrolio e lo utilizzano da moltissimi secoli, perché la pressione esistente nei giacimenti non troppo profondi riusciva a farne trasudare una parte in superficie […]. Fino alla seconda metà del XIX secolo il petrolio non faceva però notizia, perché non era stato ancora inventato come materia prima energetica. Anzi, proprio nel paese dove si sarebbe realizzata questa innovazione, la sua presenza è stata a lungo considerata una iattura.

Durante la prima parte del XIX secolo, negli Stati Uniti si verificò un’eccezionale crescita demografica: dai 9,5 milioni di abitanti del 1820 agli oltre 31 milioni del 1860, con un tasso di incremento che non aveva eguali nella storia. Un rilevante contributo venne dai milioni di europei attratti dal miraggio americano: un flusso migratorio caratterizzato da una crescita quasi esponenziale, proveniente principalmente dall’Irlanda, dalla Germania e dai paesi scandinavi. Gli originari tredici stati che costituivano la nuova nazione americana, tutti sul versante orientale del continente, non erano però in grado di assorbire una simile ondata di arrivi. Una parte consistente di immigrati decise allora di fare fortuna dirigendosi verso i territori più a ovest, che nell’immaginario collettivo, oltre a diventare il leggendario Far West, si sarebbero trasformati in un altro dei miti fondanti dell’identità americana: la frontiera. Un mito che nell’interpretazione data nel 1893 da Frederick Jackson Turner era imperniato sull’immagine del «ciglio mobile» della marea di civiltà avanzante nelle terre selvagge dell’Ovest, un’instabile «zona di contatto», di incontro e scontro tra mondi e culture diverse, in palese contrasto con quella che in Europa separava rigidamente i singoli stati.

[…] In diverse aree del territorio nordamericano investito dalle migrazioni verso ovest il petrolio si trovava in giacimenti non molto profondi, talvolta arrivando a trasudare sul terreno sovrastante. Poiché la disponibilità di acqua e sale era la condizione indispensabile per stabilirsi in una zona ancora non colonizzata, quando si imbattevano in un’area all’apparenza promettente, naturalmente i pionieri incominciavano a perforare il terreno e talvolta raggiungevano uno strato di petrolio, provocando il classico blowout. Spinto dalla pressione esistente nel giacimento, il petrolio risaliva in superficie a una velocità elevata. Spesso i getti facevano fuoriuscire grandi quantità di un liquido nero e oleoso, a volte provocando incendi che mettevano a rischio la vita dei malcapitati; comunque inquinando la zona in modo irreparabile.

Certamente anni luce meno creativi degli indiani Senecas, la visione di una massa oleosa che si incendiava da sola inspiegabilmente non motivò nessuno degli astanti a riflettere su un suo possibile utilizzo. Evidentemente si trattava di persone molto più rozze e sprovvedute di quelle che popolano i film americani sulla frontiera. Imprecando alla sfortuna e bestemmiando come turchi, perché nella più benevola delle ipotesi l’unico abito di cui disponevano era irrimediabilmente rovinato, i pionieri abbandonavano sbrigativamente il terreno, che per loro non valeva più niente. Oltre tutto, le notizie relative a queste disavventure tardarono a diffondersi, perché accadevano in territori lontanissimi dagli insediamenti sulla costa orientale, dove non sarebbero mancate persone in grado di intuire le potenzialità di quel liquido oleoso. Anche se non ne era a conoscenza, Samuele Kier, un imprenditore figlio di Thomas e Mary Martin Kier, immigrati che possedevano diversi pozzi di sale, non replicò l’errore di disperarsi quando, nel 1840, alcuni pozzi vennero sporcati dal petrolio. Ben prima di Rockefeller, trasformò il disastro in opportunità. Ispirandosi all’uso che ne facevano gli indiani, incominciò a vendere come unguento medicinale il petrolio imbottigliato. Per facilitare la diffusione del prodotto, Kier fece stampare dei prospetti pubblicitari che, come gli odierni bugiardini, ne decantavano le proprietà.

Nel 1854 uno di questi foglietti capitò tra le mani di George Bissel, un industriale impegnato nella produzione di oli illuminanti. Ovviamente interessato al possibile utilizzo della stessa sostanza per il proprio business, ne inviò un campione al professor Benjamin Silliman, titolare della cattedra di chimica alla Yale University. Costui prese una decisione, data l’epoca, altrettanto non banale: rendendosi conto di avere a che fare con una miscela di diversi componenti chimici, decise di sottoporla a una distillazione frazionata. La successiva analisi chimica dei singoli componenti gli consentì di definirla una «miscela di idrocarburi» , e per alcuni di identificarne l’utilizzo: oli per l’illuminazione, lubrificanti, materia prima per la produzione di candele.

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