Energia

Tutti gli ultimi intrecci energia-geopolitica tra Cina, Usa, Russia e Venezuela

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Il Punto di Raffaele Perfetto

 

La geopolitica sta assumendo un ruolo sempre più forte per l’industria oil and gas.

Il segmento LNG americano (gas liquefatto) sta soffrendo per la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina. I prezzi in Asia sono praticamente crollati negli ultimi giorni ai minimi pluriennali.

I produttori di gas liquefatto americano come Cheniere hanno bisogno di accordi a lungo termine con gli importatori cinesi. Questo serve soprattutto per rasserenare gli investitori che i loro soldi siano ben investiti e il rischio è sotto controllo.

Cheniere ha firmato un contratto a lungo termine di 25 anni con la Cina nel 2018. Si tratta del primo accordo per 1,2 milioni di tonnellate di gas liquefatto all’anno. Andranno alla CNPC China National Petroleum Corporation (controllata interamente dallo stato cinese). Adesso le trattative con la Cina sono in una fase di stallo: fino a quando entrambi i paesi non risolveranno la tradewar in corso.

La Casa Bianca sul tema ha fatto sentire la sua voce ultimamente: il principale consigliere economico del presidente americano Donald Trump, ha infatti affermato che i colloqui per porre fine a una guerra tariffaria, potrebbero andare avanti per “mesi”. Segnali non proprio rassicuranti.

C’è poi il caso del Golan, tra geopolitica ed energia. Il vice segretario all’energia degli Stati Uniti, il repubblicano Dan Brouillette, ha affermato in un’intervista al Financial Times che il peso delle recenti scelte dell’amministrazione Trump in Medioriente è avvenuta anche grazie alla forza acquisita dopo lo shale boom.

Il riconoscimento della sovranità di Israele sulle alture del Golan arriva grazie a questa sicurezza. Il funzionario americano sottolinea la differenza con quanto accaduto nel 1973-74 quando l’embargo petrolifero dell’Opec durante la guerra arabo-israeliana fece schizzare in alto i prezzi del greggio. La produzione domestica americana raggiunta dopo lo shale boom, li rende meno vulnerabili alle importazioni.

Il presidente Donald Trump ha firmato il riconoscimento delle alture del Golan lunedì 25 marzo, durante una cerimonia alla Casa Bianca a cui ha partecipato Benjamin Netanyahu, il primo ministro israeliano. “La libertà che questo permette a questo presidente e ai futuri presidenti. . . è semplicemente sbalorditivo” ha affermato Dan Brouillette nella sua intervista.

Ultimamente il crescente legame tra Cina e Israele aveva destato non poche preoccupazioni per lo Zio Sam. Il riconoscimento del Golan allontana la Cina da Israele. L’Impero Celeste non riconosce infatti la sovranità israeliana. Un attore, Israele, che cresce nel Mediterraneo, mare che a sua volta assume rilevanza (soprattutto il versante adriatico) per la Belt and Road (la via della Seta).

L’attenzione americana e non solo si rivolge anche sul Venezuela. La Russia sta supportando il Venezuela in questa delicata fase. Lo fa anche la Turchia. È quanto afferma l’inviato speciale per gli Stati Uniti in Venezuela, Elliott Abrams, al Financial Times: il presidente turco “ha sostenuto fortemente il regime di Maduro”.

La Turchia continua la sua strada per l’acquisto del sistema missilistico S-400 dalla Russia. Serve alla propria difesa, afferma il ministro degli Esteri turco. Washington avverte che potrebbero esserci sanzioni se si persiste in questa direzione.

Qualcuno si chiede se le pressioni sulla valuta turca delle ultime ore, non siano chiarissimi messaggi targati USA. Un gruppo bipartisan di senatori americani ha inoltre presentato un disegno di legge per vietare agli Stati Uniti la vendita dei 100 caccia F-35 Lockheed Martin in caso Ankara decida di continuare in quella direzione. Vedremo come evolverà la situazione.

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