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Io, avvocato ambientale, vi dico: le Soprintendenze sono fuori dalla realtà

Soprintendenze

Alla luce delle ultime vicende, la sensazione che promana dalle Soprintendenze è quella di un’idea del paesaggio fuori dal tempo e dalla storia. Un’idea metafisica, praticamente. L’intervento dell’avvocato Stefano Palmisano

 

“…il proponente integri il repertorio fotografico ante e post opera, al fine di consentire la valutazione dell’impatto visivo dell’impianto con riferimento al patrimonio culturale e naturalistico presente…. Le valutazioni dell’impatto percettivo dovranno prevedere, altresì, viste complessive dell’impianto dalle principali rotte navali dalle quali sarà visibile, dinamicamente, l’impianto in oggetto…”

Un film!

Un film per rappresentare cosa si vedrà dalle navi in movimento da e per Civitavecchia: questo avrebbe dovuto realizzare l’azienda proponente l’impianto eolico offshore da realizzare al largo della città laziale per impetrare la grazia di un parere favorevole dalla Soprintendenza Speciale per il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (attenzione: per, non contro, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza!), che fa comunque, ovviamente, capo al Ministero della Cultura.

Una messa in scena virtuale per mostrare ai soprintendenti – notoriamente investiti della rappresentanza esclusiva del senso del bello e dell’esteticamente tollerabile da parte del cittadino e, di conseguenza, del viaggiatore navale medio – l’impatto paesaggistico dell’ecomostro eolico in questione.

Una novità assoluta per questo tipo di autorizzazioni, a quanto risulta; un trattamento privilegiato mai riservato neanche agli impianti industriali più pesanti e inquinanti visibili dal mare – dalle piattaforme estrattive alle centrali elettriche sulla costa – in ordine ai quali non ci si sarebbe mai posti il problema e, men che meno, si sarebbe mai chiesto conto a nessuno del relativo impatto alla vista dei passeggeri delle navi.
Secondo alcune associazioni ambientaliste, si tratterebbe di accanimento di tante Soprintendenze contro le fonti rinnovabili.

Questo è nelle cose. Ma è il sintomo, non la causa della patologia.

Con elevata probabilità logica, in quel parere della Soprintendenza c’è molto di più.

Nell’anno di grazia 2022, nell’epoca della crisi energetica presente e della catastrofe climatica prossima ventura, quando un ente dello Stato arriva a rivolgere a un’azienda che vuol realizzare un’opera energeticamente necessaria e ambientalmente meritoria, come un impianto eolico, una richiesta come quella vista sopra ci sono serie ragioni per inferirne che in quello stesso Stato ci sono articolazioni che hanno un problema con la modernità, con il progresso, tecnologico ma non solo; per non dire con una visione progressististica della realtà.

E, di conseguenza, quel problema esiste, ancor prima, in pezzi variegati delle classi dirigenti, o quantomeno intellettuali, di questo Paese. Anche e soprattutto di quelle politicamente correttissime in chiave “democratica”, se non proprio ecologista.

Un approccio misoneistico al paesaggio che è verosimilmente espressione di un più ampio atteggiamento culturale di natura, di fatto, reazionaria, piaccia o meno.

Ma, soprattutto, un’impostazione che produce in modo seriale provvedimenti amministrativi illegittimi in quanto lesivi, oltre ogni ragionevole dubbio, di leggi e normative nazionali e unionali; specie dopo l’introduzione nella nostra Costituzione della tutela dell’ambiente in forma autonoma rispetto a quella del paesaggio.

Provvedimenti illegittimi stigmatizzati, in quanto tali, dai Giudici amministrativi nelle ormai numerosissime sentenze in cui hanno liquidato perle delle varie Soprintendenze della fatta di quella citata all’inizio.

Il Consiglio di Stato, in particolare, ha statuito come la Soprintendenza, nelle proprie valutazioni sugli interventi edilizi, non possa limitarsi a rilevare “una generica minor fruibilità del paesaggio sotto il profilo del decremento della sua dimensione estetica”; ossia a constatare “l’oggettività del novum sul paesaggio preesistente, posto che in tal modo ogni nuova opera, in quanto corpo estraneo rispetto al preesistente quadro paesaggistico, sarebbe di per sé non autorizzabile”.

Per l’effetto, in sede di rilascio del parere, la Soprintendenza deve operare un serio bilanciamento tra i diversi interessi coinvolti, che nel caso di impianti fotovoltaici (e più in generale di impianti di energia elettrica da fonte rinnovabile), in cui “l’opera progettata o realizzata dal privato ha una espressa qualificazione legale in termini di opera di pubblica utilità, soggetta fra l’altro a finanziamenti agevolati, non può ridursi all’esame dell’ordinaria contrapposizione interesse pubblico/interesse privato, che connota generalmente il tema della compatibilità paesaggistica negli ordinari interventi edilizi, ma impone una valutazione più analitica che si faccia carico di esaminare la complessità degli interessi coinvolti”.

E questo anche perché – rammentano da Palazzo Spada – la produzione di energia elettrica da fonte solare “è essa stessa attività che contribuisce, sia pur indirettamente, alla salvaguardia dei valori paesaggistici”.

Dal che se ne ricava che il boicottaggio, di qualunque alibi estetico o “culturale” ammantato, delle fonti di energia rinnovabile può perciò stesso ben esser qualificato come paesaggismo inquinante.

In conclusione, alla luce di vicende come quella da cui si è partiti, la sensazione che promana da Soprintendenze e zone limitrofe è quella di un’idea del paesaggio fuori dal tempo e dalla storia; metafisica, praticamente.

Un Paese occidentale del terzo millennio condannato a rimanere sempre uguale a se stesso, in saecula saeculorum.

Ridotto a un piccolo mondo antico che scivola in un sonno (o in un coma?) tecnologico e civile profondo, mentre il resto del mondo – quello contemporaneo – progredisce o semplicemente fa quel che può e deve contro la catastrofe climatica.

Beato delle sue bellezze immutabili, vere o presunte, e cullato dal suono di un’orchestrina che suona brani antichi.

Come quella del Titanic.

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