Energia

Come risolvere davvero il caso rifiuti a Roma

di

emergenza rifiuti

L’analisi di Chicco Testa, presidente di Fise-Assoambiente

L’Italia vive una strutturale situazione di emergenza rifiuti dovuta a una insufficienza di impianti finali, a scelte impiantistiche inadeguate e a una mancanza di politica industriale nelle filiere di recupero e riciclo. L’emergenza riguarda in particolar modo alcune regioni del centro sud e prende corpo in modo drammatico in alcuni momenti, in seguito a crisi del mercato o a chiusura di qualche impianto (la crisi dell’export di materiali riciclabili in estremo Oriente e la chiusura di un Tmb a Roma, per esempio). Andiamo con ordine. L’Italia produce 30 milioni di tonnellate di rifiuti urbani all’anno (2017), circa 82 mila tonnellate al giorno, tutti i giorni. Un settore a rischio, se si ferma un impianto si accumulano rifiuti per strada nel giro di 48 ore. Se succede d’estate, si rischia l’emergenza sanitaria. Vengono raccolte in forma differenziata circa 16,4 milioni di tonnellate (2017), di cui 6,6 milioni di frazione organica.

Ecco il primo collo di bottiglia, gli impianti per l’organico funzionanti in Italia sono circa 340, fra compostaggi e digestori anaerobici, e gestiscono 5,9 milioni di tonnellate. Come si vede non bastano, e soprattutto questo vuol dire che il sistema è al limite, basta un intoppo e il ciclo di trattamento si interrompe. Poi molte regioni non hanno impianti cosi o ne hanno pochi ed esportano. Gli altri 10 milioni di tonnellate di raccolta differenziata vanno in parte al sistema Conai (4500 tonnellate) in parte a sistemi di riciclaggio esterni al Conai. Anche questa filiera, per quanto la più stabile di tutte, non è priva di rischi. In parte il materiale raccolto viene riciclato in Italia, in parte viene esportato, circa 160 mila tonnellate di soli imballaggi da rifiuti urbani. Se l’export si blocca, si rallentano anche le fasi di raccolta. Ma il problema più grande è rappresentato dai rifiuti indifferenziati, circa 13,6 milioni di tonnellate l’anno. Dove li mandiamo? A fine corsa ogni giorno dove scarichiamo camion con i sacchi neri? Prevalentemente in impianti intermedi, i famosi Tmb (130 in Italia nel 2017) che ricevono ogni anno oltre 10 milioni di tonnellate di rifiuti urbani. Sono impianti che non smaltiscono niente, si limitano a pretrattare e a far evaporare un po’ di aria e acqua. I Tmb sono macchine che ricevono rifiuti per fare (e stoccare) altri rifiuti. La Campania così (con gli Stir, i Tmb locali) ha accumulato ecoballe per 6 milioni di tonnellate, quasi tutte ancora lì, negli stoccaggi. Solo 2,8 milioni di tonnellate finiscono direttamente negli inceneritori (gli impianti sono 39 in Italia, quasi tutti al nord), solo 460 mila tonnellate finiscono direttamente nelle 130 discariche (che non potrebbero prendere rifiuti non trattati). Ma torniamo ai Tmb. Che fine fanno davvero alla fine i rifiuti che portiamo in questi impianti intermedi? Qui i dati Ispra ci descrivono una follia tutta italiana. Il 54,2%, corrispondente a 5,2 milioni di tonnellate del totale dei rifiuti gestiti dai Tmb viene smaltito in discarica. Si tratta, principalmente, di frazione secca (3,4 milioni di tonnellate) che non trova spazio in impianti di incenerimento e frazione organica non compostata (circa 1,4 milioni di tonnellate) che non trova spazio in recuperi ambientali. A impianti di incenerimento con recupero di energia sono avviati solo 1,7 milioni di tonnellate di rifiuti (17,2% del totale dei rifiuti gestiti dai Tmb), costituiti, principalmente, da frazione secca (1,1 milioni di tonnellate) e da Css (368 mila tonnellate), cui aggiungere 90 mila tonnellate di rifiuti combustibili avviati a coincenerimento in cementifici. Insomma, si usano Tmb per andare in discarica, spendendo soldi ed energia per un doppio passaggio che nasconde soltanto la mancata realizzazione di inceneritori. La fragilità del sistema Italia sta tutta qui. Una dotazione insufficiente di impianti, la stragrande maggioranza fatta di impianti intermedi che non risolvono il problema, ma lo rinviano. E quindi ancora troppa discarica e stoccaggi pieni.

Il caso di Roma è emblematico. La Capitale produce 1,7 milioni di tonnellate l’anno di cui 700 mila di raccolta differenziata, di cui 240 mila di frazione organica, ma non ha compostaggio e spedisce tutto fuori. Per il milione di tonnellate di rifiuti indifferenziati non ha impianti finali, solo Tmb (prima che bruciasse quello della Salaria) non avevano una capacità di assorbimento di quel milione, e Ama doveva già mandare flussi fuori. Dopo la chiusura del Tmb bruciato la situazione è diventata drammatica. Ma la situazione di Roma è simile a quella di tante Regioni e di tante città. Crisi da mancanza di impianti potrebbero scoppiare dalla Toscana in giù, inclusa la Liguria. Con la scelta di costruire 130 Tmb abbiamo riempito l’Italia di stoccaggi preliminari alla discarica, che costano da 40 a 80 euro a tonnellata per niente. La soluzione è una sola: aumentare il riciclo facendo impianti per l’organico e per tutte le filiere di imballaggi e ingombranti e prevedere impianti di termovalorizzazione, riducendo l’inutile proliferazione di Tmb e limitando il conferimento in discarica.

(estratto di un articolo pubblicato su Mf/Milano Finanza; qui l’articolo integrale)

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