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Ecco i piani del Regno Unito sulla transizione energetica dolce fra petrolio, gas e rinnovabili

Offshore Mediterranean Conference

Nel Regno Unito le mappe nautiche sono sottoposte a un aggiornamento quotidiano per la nascita di nuovi campi eolici, che di questo passo sopravanzeranno i court del golf. L’articolo di Gianni Bessi, autore del saggio “Post Merkel – Un vuoto che solo l’Europa può riempire” (edizioni GoWare), uscito il 3 settembre

La bolletta dell’elettricità, che rincara a causa del recente incremento del 40 per cento della ‘materia energia’, e le promesse del ministro Cingolani di riscriverne il metodo di calcolo stanno tenendo banco sulle prime pagine dei giornali, nelle discussioni online e, forse, anche nei bar, luogo privilegiato di discussione e lamentele prima dell’avvento dei social network. Oltre alle tasche di ognuno – si comincerà a fare il bucato solo di notte? Con grande gioia dei vicini? – i temi della crescita del prezzo del petrolio, del rincaro delle materie prime, della scarsità di alluminio e altre commodity, delle già citate bollette hanno scatenato una vera tempesta perfetta.

Che vede ‘l’un contro l’altro armati’, come è nostra tradizione, i sostenitori delle varie cause che stanno dietro ai fenomeni. E allora: la transizione energetica è in mezzo al guado, cioè fra l’atteso ma comunque in ritardo ‘tramonto dei fossili’ e l’ascesa dei sistemi zero carbon, con in mezzo l’accelerazione dei programmi per l’attuazione del Fit 55? Nel novembre 2020 annotando la progressione del ciclo rialzista del petrolio (‘Continuerà il gran ballo del petrolio? Start Magazine 28 febbraio 2021’) ho ipotizzato che la linea sottile della ‘capacità inutilizzata’ porta o porterebbe a determinare la ‘paura’ che la domanda di petrolio non venga soddisfatta dall’offerta dei produttori in atto producendo non solo il ciclo rialzista ma una vera e propria accelerazione del prezzo alla pompa o al fornello. Unico maniera per scaricare i rischi? Rifarsi sull’utente finale, come da copione.

Ci sono due riflessioni che sorgono spontanee sul ciclo rialzista degli idrocarburi, soprattutto del ‘re petrolio’ come nel corso di questi mesi l’ho soprannominato quando mi sono occupato delle sue vicende, a cui si è aggiunto ultimamente anche il gas, fonte che dovrebbe essere più stabile ma che si è cimentata in un salto triplo del prezzo. In sostanza, tutti gli attori energetici sono interconnessi e per capirlo basta chiedersi a che prezzo vendono i produttori di rinnovabili. La risposta è: forse a pochi centesimi dal prezzo base dell’energia termoelettrica. E in quest’ultimo caso, dovremmo forse aspettarci beneficienza dopo anni di incentivi? È il mercato bellezza. Mi fa notare un amico con cui condivido le bozze dei miei interventi.

La seconda riflessione è che proprio la dinamica rialzista favorirà gli investimenti nelle rinnovabili. Strano? Eppure è così. Basta per esempio guardare i piani del Regno Unito, dove le mappe nautiche sono sottoposte a un aggiornamento quotidiano per la nascita di nuovi campi eolici, che di questo passo sopravanzeranno i court del golf, sport amatissimo in Scozia. Ed è proprio la regione in perenne minaccia di secessione che ospiterà, a Glasgow, la sede del prossimo summit COP26 sul clima.

Il piano britannico non è dettato da casualità o impulsi post Brexit. I Britannici sono consapevoli che dovremmo a lungo convivere con il Re Petrolio e quindi nella loro politica energetica puntano a diminuirne la produzione e contemporaneamente a sviluppare tecnologie per rendere il più possibile ecocompatibili le fonti fossili. Nello stesso tempo deve incrementarsi quella rinnovabile, in questo caso eolica. E questo percorso viene sostenuto da una forza industriale e finanziaria che ha un obiettivo chiaro: transizione verso le rinnovabili il più presto possibile come ha già fatto per esempio la Danimarca e come si stanno attrezzando a fare altre nazioni europee (ma anche Usa e Cina).

Proprio in Scozia ad Aberdeen, una delle capitali dell’oil&gas mondiale, si è tenuto un seminario sul ‘Floating Offshore Wind’ con le principali compagnie del settore offshore a livello globale. In particolare in Uk sta confermando, mi segnala direttamente dalla città scozzese Luca Montalti, Senior Engineer del Cathie Group, che il futuro della produzione energetica inglese sarà  attraverso una nuova tecnologia: il floating wind dove le strutture di supporto per le turbine saranno galleggianti, quindi senza limiti per l’installazione dovuti a un’eccessiva profondità del fondale (possono essere posizionate anche dove i fondali sono maggiori di 100 metri).

I sudditi di Sua Maestà, dopo gli anni d’oro del Brent del Mare del Nord, si candidano non solo a coprire il loro consumo di energia ma anche di venderla ad altri paesi. È una gara contro il tempo, mi conferma Montalti, romagnolo doc di stanza sul Tamigi, dove le prime nazioni che costruiranno la supply chain attraverso fabbriche per costruire e provvedere a grandi volumi di turbine, cavi, mooring lines etc saranno in grado di esportare questa tecnologia a livello globale.

La parola chiave è grandi volumi in poco tempo e progetti a lungo termine per attrarre molti investitori.

Ecco questo è quello che mi pare stia sfuggendo al nostro dibattito attuale. Chi sta facendo cose, chi si sta muovendo sulla linea della transizione energetica conta su una presenza industriale e finanziaria di primo piano. E investimenti di miliardi di euro, sterline o dollari senza i quali restiamo nel campo della pura, e sterile, conversazione. Senza contare che c’è chi si aspetta che sia lo Stato a metterci i soldi, dei contribuenti e a fondo perduto of course (per usare un’espressione cara all’english style), per realizzare gli impianti e quindi in seguito ‘accontentarsi’ di essere solo un gestore di una concessione. Vendendo a prezzi altissimi in borsa i mwh per alzare ogni anno il proprio dividendo.

Del resto l’Italia, suggerisce l’amico di prima, è un Paese fondato sul…le concessioni pubbliche.

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