Energia

Perché il colosso russo Rosneft sostiene il Vietnam nello scontro con la Cina. L’analisi di Foreign Policy

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“Nessuno si aspetta che la Russia dispieghi un’armata da Vladivostok per sfidare la Marina dell’esercito di liberazione popolare, e la Cina ha troppo da perdere se gioca troppo forte contro Rosneft”, secondo Foreign Policy

“Malgrado le navi della guardia costiera vietnamita e cinese si fissino minacciose nel Mar Cinese Meridionale vicino alla zona contesa della Vanguard Bank, Hanoi sembra aver recuperato spina dorsale nonostante le minacce del suo gigantesco vicino. A differenza degli ultimi due anni, quando il Vietnam aveva silenziosamente messo da parte un paio di tentativi di perforazione offshore della società energetica spagnola Repsol sotto la pressione cinese, Hanoi sta ora chiedendo alla Cina di ritirare la nave da ricognizione, Haiyang Dizhi 8, e le sue accompagnatrici, dai blocchi di petrolio e gas della zona. E per fare questo sta collaborando con un vecchio amico e alleato chiave nelle perforazioni di idrocarburi: il governo russo”. È quanto si legge in un articolo sul sito di Foreign Policy.

LA SITUAZIONE È CAMBIATA

Rispetto ai più recenti contrasti nel 2017 e nel 2018 le questioni sul campo sono cambiate, ammette Foreign Policy sottolineando che i contrasti si stanno verificando all’interno del tratto di mare rivendicato da Pechino: “I campi contestati, tutti all’interno del bacino di Nam Con Son, ricco di energia e grande approssimativamente 35.000 miglia quadrate, è anche in gran parte entro le 200 miglia marine dalla costa del Vietnam, la regola internazionale per la determinazione di zone economiche esclusive. La Cina è lontana – a più di 600 miglia di distanza – e non lascia a Pechino nessuna vera opzione per rivendicare la Vanguard Bank”.

LA MARCIA INDIETRO VIETNAMITA

Tuttavia, il Vietnam “ha interrotto le perforazioni nei blocchi 136/03 e 07/03, concessioni di perforazione con licenza vietnamita, sottoposte al controllo cinese in circostanze oscure – scrive Foreign Policy -. Mentre i motivi delle cancellazioni non sono mai divulgati pubblicamente, i rapporti di Hanoi e del settore suggeriscono che la Cina abbia minacciato di invadere basi vietnamite nel territorio contesto delle Isole Spratly. Il Vietnam, tentando di salvare la situazione e di fronte ai dubbi sull’impegno dell’amministrazione Trump nella regione, ha battuto in ritirata. Inoltre non ha aiutato il fatto che le Filippine, che fino a poco tempo fa erano state un affidabile avversario” per i cinesi “hanno improvvisamente espresso ambivalenza in seguito alle elezioni del presidente Rodrigo Duterte nel 2016”.

QUESTA VOLTA CI SONO I RUSSI

Ma se l’ultima volta era stata coinvolta la spagnola Repsol “questa volta, è coinvolto un partner molto più duro: Rosneft, il cui azionista principale è il governo russo. Gazprom opera anche nelle vicinanze, così come Zarubezhneft, una società statale interamente russa, fondata nel 1967, la cui joint venture locale Vietsovpetro con PetroVietnam è tutto ciò che resta delle potenti imprese di combustibili fossili d’oltremare dell’Unione Sovietica. Laddove Repsol, una società privata di una piccola potenza mondiale, aveva una scarsa influenza geopolitica, ci si può aspettare che la Russia svolga invece una politica più potente per difendere i flussi di cassa verso lo Stato”, osserva Foreing Policy.

IL RAPPORTO CINA-RUSSIA

“La politica del Cremlino sulla disputa sul Mar Cinese Meridionale non è mai stata semplice. Ufficialmente neutrale, Mosca di solito fornisce tacita copertura diplomatica a Pechino insistendo pubblicamente sul fatto che i paesi che non sono coinvolti nella rivendicazione dovrebbero stare lontani dalla disputa”, spiega Foreign Policy. Mosca a sua volta “condivide anche la sfiducia di Pechino per le istituzioni che si oppongono alla Cina: il presidente Vladimir Putin ha affermato che la Russia sta ‘sostenendo la posizione della Cina’ dopo che quest’ultima si è rifiutata di riconoscere la decisione del 2016 del Tribunale permanente arbitrale. L’approccio russo al Mar Cinese Meridionale non è dissimile da quello cinese verso l’annessione della Crimea del 2014: apparentemente neutrale ma riguardoso” nei confronti di Mosca.

NESSUNO SI ASPETTA UNA DISPUTA DIRETTA TRA PECHINO E MOSCA

“Anche se la Russia potrebbe non schierarsi ufficialmente dalla parte del Vietnam nella disputa, le sue società sono le uniche attualmente in produzione per volere del Paese” all’interno della zona contesa. “Nessuno si aspetta che la Russia dispieghi un’armata da Vladivostok per sfidare la Marina dell’esercito di liberazione popolare, e la Cina ha troppo da perdere se gioca troppo forte contro Rosneft”, ha sottolineato Foreign Policy. Inoltre, la China’s Belt and Road Initiative, con i suoi piani per connettere l’Eurasia, deve “per forza passare per la Russia. Circa 7 miliardi di dollari di ricchezza cinese sono già stati collocati strategicamente in Ucraina, che rimane bloccata in una guerra non dichiarata contro le forze russe nell’est. Anche la Georgia, i cui legami con la Russia sono stati a lungo tesi, ha flirtato con i cinesi sulla Belt and Road. La Cina sta diffondendo la sua grandezza anche tra gli amici russi dell’Unione economica eurasiatica, ed è già in corso un ambizioso progetto per collegare il Kazakistan con la Bielorussia”, ha scritto Foreing Policy.

UNA SITUAZIONE BLOCCATA: LE OPZIONI VIETNAMITE SI STANNO ESAURENDO

La Cina, infine, “isolata come è tra la guerra commerciale statunitense e un’ondata generale di disimpegno occidentale, non è in vena di opporsi all’unica potenza che la rende debole nel Mar Cinese Meridionale. Anche se non è nell’interesse della Russia schierarsi con gli Stati Uniti sull’espansionismo marittimo cinese, non vuole che Pechino controlli le ricche rotte di navigazione che collegano l’oceano Indiano e il Pacifico”. Mentre per il Vietnam, coniugare l’industria petrolifera e la politica da grande potenza “potrebbe essere la sua migliore possibilità” per sfruttare i giacimenti nella zona. Tanto da aver coinvolto anche “gli Stati Uniti, con un progetto di perforazione della ExxonMobil nel Blue Whale field, “inserito provvisoraimente al largo della costa di Da Nang, al limite della piattaforma continentale cinese”. “L’aspetto negativo – conclude Foreing Policy – è che il successo della strategia non dipende più tanto dal processo decisionale di Hanoi quanto dai paesi più forti. Ma il potere negoziale unilaterale del Vietnam, si è dimostrato sottilissimo negli ultimi due anni. Affidarsi a Mosca, o Washington, come sostenitore può non essere l’ideale, ma le opzioni si stanno esaurendo”.

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