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Il caso Bio-on lambisce Banca Finnat dei Nattino?

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C’è un risvolto bancario nel caso Bio-on che riguarda il gruppo Finnat della famiglia Nattino. Mentre un fascicolo per manipolazione del mercato è stato aperto dalla Procura di Bologna sulla vicenda che ha scosso in Borsa il titolo della società. Tutti i dettagli

 

C’è anche un caso Banca Finnat nella diatriba scoppiata sulla società quotata Bio-on deflagrata sulle pagine del Fatto Quotidiano con un articolo di Stefano Feltri, vicedirettore del quotidiano diretto da Marco Travaglio e responsabile delle pagine economiche?

Bio-on, azienda quotata all’Aim con oltre un miliardo di capitalizzazione, è finita nel mirino di Quintessential Capital Management (Qcm) di Gabriele Grego, un hedge fund attivista con base a New York che ha pubblicato un report pesantissimo mettendo in dubbio numeri, bilanci e prospettive della società bolognese attiva nel settore della bioplastica.

Il report è stato pubblicato dal Fatto e subito ci sono state reazioni. La società, che ha subito un tracollo in Borsa (sospesa con un ribasso teorico del 50%) , ha emesso una nota per «smentire totalmente le affermazioni che attribuirebbero al management della società comportamenti scorretti e che la società stia comunicando al mercato informazioni non veritiere».

Oggi si è appresso che un fascicolo, al momento contro ignoti, per manipolazione del mercato, è stato aperto dalla Procura di Bologna sulla vicenda di Bio-on. Indagini sono delegate alla Guardia di Finanza, confermano fonti investigative. L’azienda di bioplastiche è stata oggetto di un report del fondo speculativo Quintessential, che ha messo in dubbio la trasparenza dei bilanci e le capacità produttive dello stabilimento di Castel San Pietro Terme.

La sintesi delle «accuse» è che «fatturato, impianti e crediti sono in realtà un castello di carte» e dopo 7 anni di attività «Bio-on non sembra ancora essere riuscita a produrre nessun prodotto in quantità significativa o a vendere alcunché al di fuori del suo network di scatole vuote». “Tra le joint venture nel mirino anche le due con Banca Finnat, i cui analisti sono gli unici a coprire il titolo, senza dichiarare il potenziale conflitto di interessi”, sottolinea il Corriere della Sera.

“Bio-On nasce nel 2007 per operare nel settore delle moderne biotecnologie applicate ai materiali di uso comune per dare vita a prodotti e soluzioni completamente naturali, al cento per cento ottenuti da fonti rinnovabili o scarti della lavorazione agricola”, si legge sul sito aziendale. Già un anno fa Franco Velcich su Business Insider sollevava dubbi: “Sul titolo non ci sono studi di broker, né italiani né stranieri, a parte quello di Banca Finnat, l’istituto che ha accompagnato Bio-On alla quotazione”, ha ricordato peraltro Feltri.

“A sorpresa, nell’azionariato di Liphe c’è anche la banca Finnat della famiglia di Giampiero Nattino, protagonista di mille intrecci romani tra finanza, politica e Vaticano. La Finnat è anche azionista di un’altra joint venture, la Aldia. Ma questo non viene mai specificato nei report di Finnat che consigliano agli investitori di comprare i titoli di Bio-On”, ha scritto il Fatto.

Ecco di seguito tesi del fondo e replica dell’azienda, come si evidenzia in un approfondimento di Money.it.

“C’è poi il caso interessante di Banca Finnat, che sembra essere l’unica banca a fornire analisi sul titolo Bio-on. Inoltre l’istituto della famiglia Nattino avrebbe erogato una linea di credito a favore della Capsa, ovvero la holding company detenuta da Marco Astorri e Guy Cicognani (soci fondatori Bio-on). Ebbene, nel 2018 la Bio-on ha aperto altre due JV la Liphe S.p.A.e la Aldia S.p.A. Contrariamente agli altri comunicati stampa, dove la Bio-on sembra sempre pronta a menzionare la propria controparte, nel caso della Liphe e della Aldia il socio al 10% viene definito solamente “un importante partner finanziario”. Sul suo equity report anche Banca Finnat fa riferimento a quelle JV senza specificare il nome del partner. Quintessential ha consultato il Registro delle Imprese e ha verificato che tale socio risulta essere proprio Banca Finnat! Considerato il suo rapporto di advisor e analista sul titolo Bio-on (e creditore della holding company Capsa dei manager) troviamo irregolare il fatto che la Finnat non abbia rivelato un tale chiaro conflitto d’interesse”.

“Banca Finnat a titolo di specialist sul titolo redige la ricerca sulla base di un contratto e nel disclaimer delle proprie analisi evidenzia puntualmente di essere remunerata dalla Società. I target individuati dalla banca non sono mai stati particolarmente aggressivi: è invece facilmente riscontrabile che frequentemente i target price da essa individuati sono stati ampiamente superati dalle quotazioni di mercato”.

Infine ecco che cosa ha detto a Money.it Gian Franco Traverso Guicciardi, Head of Research di Banca Finnat: “Abbiamo sempre trattato Bio-on con grande accortezza e indipendenza, ma essendo degli specialist di Bio-on riceviamo un compenso. Per questo abbiamo riportato sul disclaimer della ricerca che il documento non poteva essere considerato come una ricerca indipendente. La nostra leggerezza è stata quella di non esplicitare il 10% nelle due join venture, ma il commitment era di 10 di mila euro: ossia 5 mila euro il 10% in Aldia SpA, e 5 mila euro il 10% in Liphe SpA. Proprio per questo abbiamo ritenuto che non c’era bisogno di riportarlo, ma è stata indubbiamente una leggerezza. Inoltre, a differenza di quello che dice fraudolentemente Quintessential, nel 2015 i Covered Warrants degli azionisti di Bio-on sono stati venduti a enti istituzionali e addirittura una parte sono stati annullati dagli azionisti di maggioranza. Questo fa capire che questa faccenda è prettamente strumentale”.

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