Energia

Perché gli investimenti nelle rinnovabili sono salutari anche per l’occupazione

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energia rinnovabili

L’intervento di Nikolaus von Einem, amministratore delegato di Solar Konzept Italia, sul potenziale delle rinnovabili

Il Coordinamento Free (Fonti rinnovabili efficienza energetica) ha calcolato che servirebbero 67 anni per raggiungere gli obiettivi di produzione da fonti rinnovabili fissati dal PNIEC (Piano Nazionale Integrato Energia e Clima) se il ritmo delle autorizzazioni restasse quello attuale. Considerando che in Italia nel 2019 sono stai istallati appena 750 MW di nuovo fotovoltaico (nello stesso periodo in Germania ne sono stati installati 5.000) appare evidente i 30 GW aggiuntivi da realizzare nei prossimi 10 anni, previsti dal PNIEC, appaiono una chimera irraggiungibile.

Perché l’Italia procede così lentamente in un settore che tutti a parole sostengono essere strategico per il futuro e che garantirebbe oltre che un contributo fondamentale alla decarbonizzazione del sistema e alla lotta ai cambiamenti climatici? Perché il Paese, in una fase critica per l’economia come quella attuale, rinuncia a investimenti privati nell’ordine dei 20 miliardi di euro nei prossimi 10 anni, senza chiedere alcun finanziamento pubblico e con i preziosi benefici in termini di creazione di indotto produttivo e di aumento dell’occupazione che ne deriverebbero?

Si tratta infatti di un settore ad alto contenuto di innovazione, nel quale moltissimi giovani potrebbero sviluppare competenze di energy management, che potrebbe accompagnare lo sviluppo della mobilita elettrica a zero emissioni, che sarebbe in grado di far nascere nuovi modelli di business nello stoccaggio dell’energia, nella produzione di componenti, nello sviluppo di servizi per la gestione degli impianti.

Alla prova dei fatti il cosiddetto decreto FER1 non si sta dimostrando adeguato con i suoi meccanismi troppo farraginosi sia sulle aste che per i registri. Ma ancora più grave appare il sostanziale blocco nella realizzazione degli impianti più grandi, utility scale, che non richiederebbero più alcun incentivo ma solo percorsi autorizzativi chiari e non contraddittori, come sempre più spesso si rivelano nei fatti.

Ciò in uno scenario che in cui il 90% degli italiani si dichiara a favore delle rinnovabili.

Invece le procedure sono lunghissime e viene alimentata un’ostilità diffusa contro gli impianti a terra a causa di una loro supposta incompatibilità con il paesaggio e le attività agricole.

Ora è bene essere chiari sul punto: è evidente che “anche il bene va fatto bene” come diceva Diderot e che quindi anche gli impianti di energia pulita e rinnovabile devono inserirsi in maniera adeguata nel paesaggio. Ma perché mai laddove un’autostrada ha attraversato un territorio, o lo stesso è disseminato di capannoni industriali o serre agricole un impianto fotovoltaico dovrebbe avere un impatto peggiore e intollerabile? E invece si arriva all’assurdo che le Soprintendenze autorizzano parcheggi per auto ma non le tettoie fotovoltaiche che dovrebbero ombreggiarli. Insomma sembra evidente che si tratta molto spesso di pregiudizi che procurano grave danno non solo a un settore industriale innovativo e indispensabile ma anche al tessuto sociale nel suo complesso, se vogliamo seriamente affrontare la crisi climatica in atto.

Un tessuto sociale verso il quale gli sviluppatori sono sempre più attenti: attraverso la disponibilità a finanziare interventi a favore dei territori, sviluppando soluzioni di impianti agrofotovoltaici (quando i progetti consentono la coabitazione delle due attività), promuovendo formule di crowd funding che consentono ai cittadini di partecipare agli utili anche con piccoli investimenti, come già avviene in Germania.

E bisogna intendersi anche sulla questione dei tetti. È evidente che il fotovoltaico vada fatto innanzitutto sui tetti – magari di quegli stessi capannoni industriali di cui sopra – ma se pensiamo di utilizzare solo i tetti per raggiungere gli obiettivi del PNIEC dovremmo utilizzare il 70% di tutti i tetti disponibili nel nostro Paese: una dimensione nemmeno pensabile.

Se invece – per paradosso – li mettessimo tutti a terra (ed evidentemente non sarà così) occuperemmo circa 100.000 ettari, appena lo 0,64% dei terreni agricoli disponibili (più o meno la stessa estensione di superficie agricola che si perde ogni anno perché abbandonata).

Ne’ si può rinunciare a una prospettiva di ampio respiro e di lungo termine che consideri l’utilizzo dei terreni “occupazione di suolo” e non “consumo di suolo” in quanto i terreni vengono rilasciati a fine ciclo degli impianti, quasi sempre in condizioni migliori in termini di biodiversità; che consideri il costante sviluppo tecnologico che rende gli impianti sempre più efficienti; che consideri che le vere minacce per l’agricoltura sono altre e spesso generate da quel cambiamento climatico che si fatica tanto a combattere mentre continua a generare disastri quali lo sradicamento di milioni di alberi in Trentino o la diffusione della xilella.

Occorre superare obiezioni ideologiche, spesso alimentate ad arte, e promuovere immediatamente un pacchetto di interventi come quelli individuati dal “Piano Colao” (procedure di semplificazione normativa e riduzione dei tempi autorizzativi, perentorietà dei termini nel procedimento autorizzativo per le fonti rinnovabili, ecc.). Il Decreto Semplificazioni deve essere un’occasione da non perdere. Non è più tollerabile assistere ad amministrazioni che formulano pareri “copia e incolla” che bocciano i progetti senza tenere in alcun contro il reale impatto sul territorio specifico!

Solar Konzept è un gruppo internazionale che continua a credere nell’Italia della green economy. Come noi ve ne sono molti altri, insieme rappresentiamo un concreto veicolo per attirare quegli investimenti internazionali tanto spesso evocati. Siamo pronti a impegnarci e vogliamo farlo nel rispetto delle regole, possibilmente di nuove, chiare e percorribili, ma soprattutto in un clima di dialogo costruttivo tra imprese e amministrazioni, per l’economia, per l’ambiente e per il Paese.

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