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Perché Draghi, Mitsotakis ed Erdogan sono centrali per Biden

Draghi Quirinale

Ecco perché Draghi, Mitsotakis ed Erdogan giocheranno un ruolo importante nel ridisegno degli equilibri energetici che seguiranno allo stop al gas russo. L’analisi di Francesco Galietti, esperto di scenari strategici e fondatore di Policy Sonar

 

Dopo la trasferta a Washington di Mario Draghi, è stata la volta di Kyriakos Mitsotakis, il premier greco discendente di una importante dynasty ellenica vicina all’establishment americano. Quella di Mitsotakis era una visita di Stato, con tanto di discorso al Congresso USA, mentre la trasferta di Mario Draghi seguiva un’agenda meno rigida – il pretesto era infatti offerto da un prestigioso premio di cui Draghi è stato insignito dall’Atlantic Council, ma il nostro è stato comunque ricevuto con molto calore da Joe Biden e da altre importanti personalità statunitensi.

Al netto di queste differenze, l’impressione complessiva è quella di una ritrovata centralità del Mediterraneo nelle stanze del potere a stelle e strisce. Non che ci sia da stupirsi più di tanto: con Putin che punta a dividere l’Ucraina per meglio insediarsi sul Mar Nero e guardare ai mari del Sud, i leader euro-mediterranei assumono maggiore rilevanza. Draghi e Mitsotakis piacciono perché sono bravi, ma ancora più perché sono necessari. Entrambi i leader si sono per esempio dimostrati molto risoluti quando si è trattato di rintuzzare la Cina, i cui emissari erano ormai di casa a Roma e Atene sotto le nomenclature precedenti. Con una fondamentale differenza: la trionfale accoglienza tributata a Xi a Roma passerà alla storia come un colossale quanto trash esercizio di ammuina, mentre estirpare i cinesi dal porto del Pireo si rivela molto più difficile. In compenso la flotta americana si è stabilita un po’ più in là, ad Alexandroupoli, con grande scorno dei russi che contavano su un discreto rapporto con Atene, corroborato dalla vicinanza tra le rispettive comunità ortodosse e soprattutto dalla diffidenza verso la Turchia.

Acqua passata: sia l’Italia che la Grecia giocheranno un ruolo nel ridisegno degli equilibri energetici che seguiranno allo stop al gas russo. Ma il piano East-Med è ancora di là da venire, mentre dall’Italia passano già ora tubi strategici. Come quello del gasdotto Green Stream, che dal 2004 porta gas allo hub siciliano di Gela dalla Libia. E proprio sulla Libia, non a caso, indugia il comunicato stampa della Casa Bianca in occasione della visita di Draghi.

Un ulteriore punto che gioca a favore di Draghi e Mitsotakis è rappresentato dalla necessità di non affidarsi solo a Recep Tayyip Erdoğan, funambolo geopolitico tanto abile quanto spregiudicato nel far pesare il ruolo della Turchia in tutto il Mediterraneo allargato. Peraltro va detto che la stessa Turchia è attenta a non spingersi troppo a ridosso della Sicilia, che rimane un elemento strategico per Washington e costituisce una metaforica linea rossa invalicabile. La riprova si è avuta di recente, nel 2021, quando la Turchia non ha ostacolato la presa di potere di Kaïs Saïed in Tunisia, benché venissero messe fuori gioco formazioni vicine ad Ankara. Nulla a che vedere, insomma, con le vibranti proteste turche verificatesi all’indomani del defenestramento di Morsi e dei Fratelli Musulmani in Egitto.

Per gli USA, poi, rimane fondamentale poter disporre di partner fidati con una fitta tela di relazioni commerciali e politiche con il Golfo. Tra antichi rapporti e affari, l’Italia è messa piuttosto bene. Il tandem con Atene, peraltro, consente di surrogare il carnet diplomatico italiano quando, per ragioni contingenti e tragiche vicissitudini, alcuni bilaterali non versano in condizioni ottimali (leggi: Egitto e Dubai).

La Grecia infatti coltiva da anni rapporti assidui con Israele, ma anche con i sauditi, gli emiratini e l’Egitto. Le esercitazioni militari di questo quartetto sono eventi di forte richiamo per le comunità di analisti strategici e militari. Senza contare che proprio nel Golfo risiedono alcuni tra i maggiori sponsor dei governi al potere in Nordafrica. Quella del Mediterraneo Allargato è una trama oltremodo complessa, in cui non è sempre facile distinguere tra loro danti causa e agenti, ma la cui rilevanza strategica è fuori discussione. Proprio per questo, non sono oggi in pochi a scommettere sullo stesso Mitsotakis per il ruolo di segretario generale NATO.

Nella globalizzazione ‘a blocchi’ che vede una crescente contrapposizione tra Occidente ed Eurasia, le monarchie del Golfo si rivelano riluttanti ad allinearsi con Washington. Pesa l’enfasi americana su valori e diritti civili, che le petro-monarchie mal sopportano perché considerano destabilizzante, ma anche il massiccio volume di scambi con la Cina. Manco a dirlo, il nodo verrà al pettine molto presto. Ne va degli equilibri energetici globali, ma anche della profondità strategica necessaria per traguardare il Continente Nero, più che mai conteso tra vecchie e nuove potenze coloniali.

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